sabato 10 febbraio 2018

Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

Tavola strozzi

Prefazione


Ho cominciato a scrivere questo libro nel 2015, proseguendo a rilento perché preso continuamente da altre idee da trasfondere sulla carta stampata. Alcuni passaggi hanno cominciato a comparire sui giornali, soprattutto su Il Mattino ed hanno sviluppato grande interesse, non solo tra i lettori, ma anche e soprattutto tra gli specialisti, che mi hanno sollecitato a raccogliere in un volume tutto il materiale che negli anni avevo faticosamente raccolto, frequentando gli archivi e molto spesso attingendo al lavoro poco divulgato di colleghi napoletanisti.
Infine non sono riuscito più a resistere alle pressioni dell'editore, che si dice certo che il volume quando uscirà creerà una sorta di linea di demarcazione tra la storia di Napoli, prima e dopo la caduta di tanti falsi idoli,  ai quali si è creduto per secoli e finalmente la nostra amata città potrà entrare nella modernità.
Conoscere la vera storia della sfogliatella e della pizza margherita, correggere infinite date ed attribuzioni nella pittura del secolo d'oro, sapere con certezza che le macchine anatomiche della Cappella Sansevero sono artefatti, che il "miracolo" dello scioglimento del sangue di San Gennaro sotto la minaccia dei fucili del generale Championnet non è mai avvenuto, che la fondazione della prima università laica del mondo nel 1224 ad opera di Federico II è una bufala; conoscere in ogni dettaglio la vera storia del brigantaggio, del sacco edilizio,del Risanamento, della terra dei fuochi è quanto mai sconvolgente, come scoprire con orgoglio la nascita a Napoli del futurismo, del cinema, della televisione e di tante altre cose che tutti credono nate altrove.
La storia di Napoli è piena di errori madornali, tramandati anche da studiosi celebri come Benedetto Croce e Matilde Serao. Metterli in risalto non può essere imputato come un reato di lesa maestà, ma unicamente come una faticosa ricerca della verità.
Non resta che cominciare la lettura ed ai posteri l'ardua sentenza
Achille della Ragione

giovedì 8 febbraio 2018

Un soggetto neo testamentario di Andrea Vaccaro

tav. 1 - Andrea Vaccaro - Marta rimprovera Maria Maddalena- siglato  AV - Londra, Brun Fine Art


Andrea Vaccaro è pittore dal pennello facile con una produzione pari, se non superiore, a quella di Giordano e Solimena, Non esegue soltanto pale d'altare per le chiese più importanti di Napoli e del viceregno, oppure sante in estasi con gli occhi al cielo, le dita affusolate e soprattutto il seno protrudente quanto invitante, ma più di una volta si è cimentato in soggetti mitologici e derivanti da storie narrate nella Bibbia, come nel caso dello splendido dipinto di cui fra breve discuteremo.
Mi trovavo a Londra pochi giorni fa dove avevo tenuto una conferenza alla Witt Library e prima della partenza ho deciso di fare una passeggiata tra gli antiquari alla ricerca di qualche bel dipinto napoletano inedito.
Sono stato fortunato, perché ho subito trovato ciò che cercavo: una spettacolare tela di Vaccaro, siglata con il caratteristico monogramma a lettere intrecciate, raffigurante Marta che rimprovera Maddalena (fig.1), un soggetto raro, che può essere interpretato anche come la Modestia e la vanità.
Ho fatto alcune foto ed appena tornato a Napoli ho consultato il mio archivio fotografico, dove ricordavo una immagine dello stesso soggetto; infatti, già da me pubblicata nella mia monografia sull'artista, esiste un'altra versione con impercettibili varianti a Salt Lake City nel Utah Museum of Fine Arts, mentre la stessa iconografia trattata in maniera casta è conservata a Mosca nel museo Puskin. (Andrea Vaccaro opera completa, fig. 205 - 206 - Napoli 2015).
Alcuni particolari del dipinto in esame (fig.2–3-4) mettono in risalto una tavolozza dal cromatismo smagliante che richiama a viva voce le suggestioni neo venete e vandichiane che influenzarono la pittura napoletana a partire dalla metà degli anni Trenta, per cui suggeriscono una datazione della tela nel quarto decennio del secolo.


tav.2 - Andrea Vaccaro - Marta rimprovera Maria Maddalena- siglato  AV - (particolare) -Londra, Brun Fine Art
tav. 3 - Andrea Vaccaro - Marta rimprovera Maria Maddalena- siglato  AV - (particolare) -Londra, Brun Fine Art
tav. 4 - Andrea Vaccaro - Marta rimprovera Maria Maddalena- siglato  AV - Londra, Brun Fine Art

martedì 6 febbraio 2018

La potenza del denaro

tav. 1 - Denaro


L’automazione, i computer, i robot quanto prima libereranno l’umanità dal fardello del lavoro ed anche il denaro, ad esso collegato, andrà in soffitta dopo millenni di baratti e secoli di moneta.
Sarà la più rivoluzionaria delle rivoluzioni alla quale non siamo assolutamente preparati, affezionati come siamo a quei  simpatici pezzi di carta, sporchi e stropicciati che sono i soldi. Li desideriamo ardentemente, li conserviamo come reliquie nel portafoglio, per averli facciamo qualsiasi cosa, anche lavorare come matti per tutta la vita, per averne di più siamo disposti a tradire un amico, a scavalcare un debole, ad ingannare un avversario.
Crediamo ciecamente che con il loro possesso si possa comperare tutto ciò che si desidera: oltre a vestiti, auto, cibo ed oggetti lussuosi anche il favore degli altri, l’onestà delle donne, la giustizia degli uomini, la coscienza del prossimo.
Se non ne abbiamo la gente ci guarda con insofferenza e con disprezzo, mentre se mostriamo di averne tanto tutti si dimostrano amici.
Dimentichiamo che il denaro (fig.1) non ci permette di acquistare né la salute, né l’amore, né la vera amicizia e neppure la serenità. Con il loro possesso ci procuriamo soltanto l’invidia della gente, l’unica cosa di cui faremmo volentieri a meno. 
Tutto ciò che abbiamo detto fino ad ora è molto bello ed istruttivo, non per niente è stato scritto dal sottoscritto tanto tempo fa ed ha costituito infinite volte il testo di lettere al direttore pubblicate dai principali quotidiani italiani. Però, posso assicuravi che il possesso del denaro vi fornisce una illusione di potenza o quanto meno una libertà di decisione sconosciuta a chi vive di stipendio. Per convincervi vi citerò 4-5 esempi che mi hanno interessato nel corso degli anni, premesso che l'entrata in vigore dell'euro mi ha trasformato da miliardario in semplice milionario.  
In ordine cronologico il primo episodio risale alla fine degli anni Settanta, quando, partecipai ad un bando per l'assegnazione di un posto di aiuto primario nel reparto di Maternità del vecchio ospedale di Pozzuoli (fig. 2) e me lo aggiudicai grazie ad alcune mie pubblicazioni scientifiche, che, oltre alla specializzazione, furono giudicate positivamente dalla commissione esaminatrice.   
 Il primo giorno di lavoro arrivai con 10 minuti di ritardo, per la difficoltà, essendo nuovo, a trovare un posto nei cortili per parcheggiare l'auto. Il primario sta facendo il giro tra le pazienti con il suo codazzo di aiuti ed assistenti, mi accoglie furibondo e mi ammonisce:
"Che non capiti mai più questo ritardo inqualificabile, altrimenti mi arrabbio".
"Non si preoccupi, non capiterà mai più, perché in questo momento mi dimetto".
Gettai a terra il camice e nell'uscire dal reparto sbattei  con veemenza la porta a vetri, che si frantumò in mille pezzi, alla pari della sovra porta, anche essa di vetro. Lasciai al custode sbalordito il mio biglietto da visita dichiarando:
"Mandatemi il conto della riparazione a casa e porgete i miei saluti al primario".

tav. 2 -  Vecchio ospedale di Pozzuoli
tav. 3 - Villa della Ragione ad Ischia
tav. 4 - Aliscafo Snav
tav. 5 - Motoretta

Il secondo ed il terzo episodio riguardano Ischia, da dove, nei mesi estivi, ogni mattina mi recavo, dalla mia villa a Forio (fig.3) nel mio studio di via Manzoni a Napoli per ritornare a tarda sera, quando non pernottavo, cosa che capitava 2 volte alla  settimana. Correvo sempre sul filo di lana ed una mattina avevo tra le mie braccia Tiziana, la mia figlioletta che voleva salutare le mie zie. 
Vi era una fila interminabile alla biglietteria ed io non potevo assolutamente perdere l'aliscafo (fig.4), perché mi attendevano numerose pazienti ed un ritardo, anche di un'ora, avrebbe scombussolato la tabella di marcia dei miei appuntamenti giornalieri. Per cui mi avviai alla passerella dell'imbarco ed indicando un signore distinto e distante una ventina di metri affermai che lui aveva i biglietti per me e mia figlia. Appena entrato mi nascosi tra la folla e quando il signore sorpreso dichiarò di non conoscermi, il natante era oramai in procinto di partire. I marinai dopo una lunga ricerca mi scovarono e mi portarono nella stanza del comandante, il quale cominciò a redarguirmi impietosamente, fino a quando io, scocciato per la lunghezza della ramanzina gli buttai ai piedi 50.000 lire e lo minacciai:
"Mi hai rotto gli zebedei, se continui mi comperò l'aliscafo e ti licenzio".
Il secondo episodio ischitano riguarda un ritorno serale, quando io, terminato lo studio, mi recavo dalle mie zie, che abitavano ed abitano anche oggi a piano terra, consegnavo loro, senza contarlo, l'incasso della giornata cambiavo il mio pantalone di lavoro con dei più comodi calzoncini ed accompagnato in auto da uno dei miei assistenti, correvo a prendere l'ultimo aliscafo. Un giorno ero sul filo del rasoio e rischiavo di rimanere a Napoli, per cui mi avviai senza la tappa intermedia dalle mie antenate. Giunto ad Ischia Porto, poiché il mio autista era impegnato in un accompagnamento, mi avviai allo stazionamento delle motorette e mentre mi accingevo a salire su una di queste (fig.5) fui bloccato dal conducente che, preoccupato per il mio abbigliamento che giudicava eccezionalmente casual, mi ammonì:
"Lo sai che la corsa per Forio costa 20.000 lire?".
Io baldanzoso misi la mano nella tasca estrassi una cospicua manciata di soldi e chiesi perentorio: "Lo tieni il resto di 5 milioni?".
Al che l'autista, scambiandomi per un boss della camorra si inchinò ed implorò che mi accomodassi.
Altri episodi salienti della libertà di scelta che permette la ricchezza sono legati alla mia villa posillipina (fig.6-7) acquistata nel 1980 e che da allora costituisce la mia sfarzosa dimora.
Più volte ho dovuto resistere a tentativi di fitto e di acquisto; il primo da parte del presidente del Napoli dell'epoca, che quando acquistò Maradona (fig.8) si era impegnato col pibe de oro a procurargli una villa dove abitare e mi offri 50 milioni al mese per l'utilizzo della mia per il periodo in cui il re del pallone avesse soggiornato in città. Ottenne un secco rifiuto e Diego dovette arrangiarsi in 6 camere in via Pacuvio con 100 metri scarsi di giardino.
Il secondo tentativo fu di acquisto e risale al 2009, prima della grande crisi, che ha fatto precipitare il prezzo degli immobili. Si fece avanti una delle donne più ricche e potenti della città, di cui non rivelo il nome per non procurarle noie col fisco, che mi offrì 7 milioni di euro in contanti ed eventualmente versati all'estero per avere l'onore di abitare la mia austera dimora. Anche lei ottenne un diniego e l'invito a fare un nuovo tentativo con i miei figli dopo la mia dipartita da questa valle di lacrime.
Il terzo episodio riguarda un quadro (fig.9), uno dei più belli della mia collezione da me comperato nel corso dell'asta dei beni di Achille Lauro e che in precedenza apparteneva alla celebre raccolta Doria D'Angri, dalla quale il Comandante l'aveva acquistato nel 1940, quando, notificato dallo Stato, era attribuito a Bernardo Strozzi. All'epoca pagai 17 milioni e dovetti attendere 3 mesi, durante i quali lo Stato poteva esercitare il diritto di prelazione, periodo che il dipinto trascorse nel museo di Capodimonte, dove fu notato  dal professor Leone De Castris, che, dopo aver consultato il suo collega Bagnoli, massimo esperto della pittura senese, consigliò di variare l'attribuzione e la relativa notifica sul nome di Rutilio Manetti.
Passarono due mesi e da me si presentò un emissario del presidente del Monte dei Paschi di Siena, che in quel periodo, antecedente alle prodezze della famiglia Renzi, era una delle banche più importanti di Italia e candidamente mi confidò che il maxi dirigente voleva a tutti i costi posizionare il dipinto dietro la sua scrivania, disposto, pur di esaudire il suo desiderio a sborsare 80 o anche 100 milioni, una cifra 5 volte superiore a quella da me pagata pochi mesi prima. Certo di concludere il funzionario rimase di stucco quando gli dissi che avrei regalato all'illustre presidente una gigantografia della tela, ma che per l'originale la posizione privilegiata era costituita da una parete del mio salone.
tav. 6 - Articolo su Casa Mia gennaio 1997

tav. 7 - Una parte del salone
tav. 8 - Maradona
tav. 9 - Rutilio Manetti - Madonna col Bambino e san Francesco

mercoledì 31 gennaio 2018

Una inedita Maddalena di Andrea Vaccaro dalla sensualità prorompente

fig. 1 - Andrea Vaccaro - Maddalena - 97 x 74 - Bruxelles collezione privata


Un famoso collezionista di Bruxelles mi ha inviato una foto di un suo dipinto per un parere. Si tratta di una splendida Maddalena (fig.1), opera senza ombra di dubbio del virtuoso pennello di Andrea Vaccaro. Lo dimostra in maniera lampante lo splendido volto, nel quale si può scorgere anche una minuscola lacrima (fig.2), ma soprattutto lo splendido seno (fig.3), etereo, ampio, solenne, ma nello stesso tempo triste, che sembra voglia esprimere un interno dolore attraverso una carnagione pallida che lo rende più attraente. Si possono apprezzare riflessi violacei, che danno l'idea del freddo, ma anche un giallo soffuso e luccicante, simile al marmo, un materiale incorruttibile in grado di sfidare l'eternità.


fig. 2 - Andrea Vaccaro - Maddalena - 97 x 74 - (particolare) Bruxelles collezione privata
fig. 3 - Andrea Vaccaro - Maddalena - 97 -x 74 - (particolare) Bruxelles collezione privata

Alterne fortune ha incontrato l’opera di Andrea Vaccaro presso la critica: artista di successo in vita, principalmente negli anni tra la morte di Stanzione e l’avvio del giovane Giordano, ricercato da una committenza religiosa, a cui dispensa pale d’altare dal rigoroso e severo impianto pietistico e da una clientela laica che sapeva ben apprezzare le sue mezze figure di sante avvolte da una intrigante e palpabile sensualità, lodato dal De Dominici, nell’Ottocento la sua stella si eclissa per risorgere prepotentemente alla ribalta degli studi ai principi di questo secolo, raggiungendo una quotazione sempre molto alta come si evince anche dai confortanti risultati ottenuti dai suoi dipinti migliori nelle aste internazionali.
Per la clientela laica sia napoletana che spagnola egli, in una tavolozza monotona con facili accordi di bruni e di rossicci, crea scene bibliche e mitologiche e le sue celebri mezze figure di donne nelle quali persegue un’ideale femminile di sensualità latente e dove raggiunge i suoi toni più elevati nel ritratto di Annella De Rosa, giudicato anche dall’Ortolani, che non aveva di lui una grande opinione, come il suo capolavoro.
Il Vaccaro diviene il pittore della "quotidianità appagante, tranquilla, a volte accattivante, in grado di soddisfare le esigenze di una classe paga della propria condizione, attenta al decoro, poco incline a lasciarsi coinvolgere in stilemi, filosofici letterari, o mode repentine, misurato nel disegno, intonato nei colori, consolante nell’illustrazione; Andrea ottenne il suo maggior indice di gradimento in quella fascia della società spagnola più austera e di consolidate opinioni e per converso in quelle napoletane di pari stato ed inclinazione" (De Vito).
Tra i suoi dipinti "laici", alcuni, di elevata qualità, sembrano animati da un’agitazione barocca che raggiunge talune volte un coro da melodramma.
Le sue sante, martiri o non, in sofferenza o in estasi che siano, sono donne vive, senza odore di sacrestia, a volte perfino provocanti nel turgore delle forme e nell’espressione di attesa non solo di sposalizio mistico, «col bel girare degli occhi al cielo» (De Dominici) e con le splendide mani dalle dita affusolate a ricoprire i ridondanti seni.
Il Vaccaro fu artista abile nel dipingere donne, sante che fossero, pervase da una vena di sottile erotismo, d’epidermide dorata, dai capelli bruni o biondi, di una carnalità desiderabile sulle cui forme egli indugiò spesso compiaciuto col suo pennello, a stuzzicare e lusingare il gusto dei committenti, più sensibili a piacevolezze di soggetto, che a recepire il messaggio devozionale che ne era alla base.
Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, di lusinghiere nudità, che gli servirono a fornire mezze figure di sante martiri a dovizia tutte piacevoli da guardare, percepite con un’affettuosa partecipazione terrena, velata da una punta di erotismo, con i loro capelli d’oro luccicanti, con le morbide mani carnose e affusolate nelle dita, con le loro vesti blu scollate, tanto da mostrare le grazie di una spalla pallida, ma desiderabile. I volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni, che aggiungono qualcosa di più acuto alla sensazione visiva delle carni plasmate con amore e compiacimento.
A dimostrazione di questa predilezione per il seno segnaliamo una serie di Maddalene di autografia border line, la prima (fig.4) che invece del celebre”sottoinsù” volge direttamente gli occhi al cielo, la seconda (fig.5) con una sigla, in basso a destra, che potrebbe aiutarci ad identificare l’autore e la terza (fig.6), grassottela, ma sensuale.

fig. 4  - Maddalena - Italia mercato antiquariale
fig. 5  - Maddalena - Italia mercato antiquariale
fig. 6 - Maddalena - Italia mercato antiquariale

martedì 30 gennaio 2018

Frasi d’amore di Achille ad Elvira



Prima di passare alla lettura di queste toccanti frasi d'amore di Achille alla sua adorata Elvira, vogliamo comunicare a chi volesse utilizzare uno o più brani facendoli suoi per far innamorare una fanciulla renitente o rinfocolare un rapporto usurato dal tempo, che lo può fare liberamente; il copyright sui sentimenti non esiste, quindi buona lettura.


  • Elvira è il tuo nome, sinonimo di amore, la vita è un grande mistero, ma l'amore per te ne giustifica il senso e ne spiega il significato.
  • 25 anni assieme, ogni anno ti voglio più bene, quanto te ne vorrò' quando avremo 100 anni.
  • Elvira, dolce cara amata sposa non vi è felicità maggiore di addormentarsi vicino a te fingendo di guardare la televisione.
  • Credo che tutti i veri innamorati non possano vivere se non vicini al proprio amore. Non riesco ad odiarti per il tuo desiderio di non starmi vicino in ogni ora del giorno e della notte.
  • Questo inguaribile morbo che mi tiene vivo non ha rimedi, finirà solo con la mia fine, che sarai tu a decretare se non mi amerai più.
  • Elvira, anima mia, bellissima creatura che i miei occhi possano ancora a lungo contemplare la tua straordinaria bellezza, che sembra voler sfidare sprezzante lo scorrere del tempo, l'avversità del destino, la cattiveria degli uomini.
  • Il tuo sposo, più innamorato che mai.
  • Attenta, pensa anche a te ed agli altri la prossima volta che mi farai per la terza volta l'accattivante proposta di fuggire assieme. Ti risponderò di sì.
  • Al pensiero dei miei pensieri, oggi siamo stati lontani e tu mi hai voluto meno bene, ma sicuramente domani recupererai.
  • Il tuo eterno amante.
  • Alla mia musa, oggi vi è il sole e quando vi è il sole tu sei felice ed io sono felice per la tua felicità. Achille 
  • Quando tu sei lontana il mio amore cresce, ma non può manifestarsi. Ti amo di più quando sei assente, che quando sei presente, forse è un limite alla nostra felicità. Il tuo innamorato.
  • San Valentino 2004, il nostro santo preferito, ma non dobbiamo aspettare il 14 febbraio per santificarlo, lo facciamo ogni giorno, prede del nostro amore senza fine, una miracolosa energia portentosa, che vivrà in eterno, anche quando noi saremo scomparsi, al di la del tempo e dello spazio. Tuo per sempre, Achille
  • Sono l'uomo più fortunato del mondo perché ti ho incontrato. Sono l'uomo più fortunato dell'universo perché ci siamo amati. Oggi sono felice perché sei ritornata.Il tuo micio.
  • 49 anni....ogni anno ti voglio più bene, quanto bene ti vorrò a 99 anni??
  • 55 anni... sei quasi matura, ma i tuoi occhi devastanti mi ammaliano come prima, più di prima e ti amerò
  • 57 anni(pochi minuti alla mezzanotte) nulla è cambiato nella tua bellezza e nel tuo fascino ai miei occhi sempre più innamorati per sempre, per l'eternità.
  • 59 anni,il tempo passa, i sentimenti resistono e si fortificano, come aumenta a dismisura la mia dipendenza da te, amore mio, tutta la mia esistenza non avrebbe alcun significato senza il tuo sorriso, grazie di essere l'oggetto ed il soggetto dell'amore, grazie per ogni attimo trascorso assieme, grazie di tutto mio amore infinito. Il tuo micio
  • 1999-  Da tempo  non ti dedico frasi d'amore, ma il mio amore non si è dimenticato di te. Achille
  • 2001- Sei l'epicentro di tutti i miei desideri ed i miei pensieri, di quelli belli, che si stemperano in te e di quelli cattivi, a cui fai da parafulmine e da domatrice. Grazie senza di te non potrei esistere. Achille
  • 16 settembre 2008
    Amore vero ed odio simulato
    Ieri sono trascorsi 35 anni da quel fatidico giorno nel quale ci siamo scambiati la solenne promessa di amore eterno e di assistenza reciproca nella buona come nella cattiva sorte.
  • Il tempo non cancella i sentimenti, quelli veri, rigogliosi, che sfidano baldanzosi l'eternità ed il mio amore verso di te è immutato. Un amore sincero, tenero, affettuoso, ma nello stesso tempo egoista, che ti vuole solo per me. Soffro a dividerti con gli altri, siano anche persone a me care. Il mio amore è anche dipendenza assoluta, morbo inguaribile, che può essere tenuto a bada solo dalla tua vicinanza. Achille 
  • I fiori sono falsi, ma il mio amore è vero
    Il tuo pretendente. 
  • Mia diletta Elvira, sono trascorsi trent'anni ma i tuoi occhi devastanti sono ancora l'unica bussola della mia vita. Il tuo micio Achille.
    (Frase pubblicata su "Il Mattino" del 14 Febbraio 2003 pag.36
    in occasione di san Valentino)

Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura del mio libro “La Bibbia dell’amore”, scritto con mia figlia Marina. Per consultarlo digita il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo97/index.htm


domenica 28 gennaio 2018

13^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà.


nona puntata
decima puntata
undicesima puntata 
dodicesima puntata
(tredicesima puntata)

001 - Totò monarchico


Principe del sorriso sì, Altezza imperiale da oggi non più


A Napoli il 2017, nel cinquantenario della morte, è stato dedicato all' indimenticabile Totò (fig.1), dal Maggio dei monumenti ad alcune grandi mostre (fig.2), che però hanno trascurato alcuni aspetti essenziali della sua biografia, alla pari delle decine di libri (fig.3) su di lui usciti durante l'anno. Sono parentesi importanti, che non possono essere più trascurate: dalla sua presunta nobiltà, a chi fu dedicata la canzone Malafemmina (fig.4), oltre ad alcuni dubbi sulla completa autografia della celebre poesia A' livella (fig.5).
Sono quesiti che ho da tempo risolto, grazie alla testimonianza del suo compianto cugino Federico (fig.6), due volte relatore ed abituale frequentatore del mitico cenacolo culturale di mia moglie Elvira, che per oltre 10 anni si è tenuto ogni mercoledì nei saloni della mia villa di Posillipo (fig.7–8).
Ho trattato dell'argomento  il 27 luglio del 2002 nella pagina culturale del quotidiano Cronache di Napoli di cui all'epoca ero responsabile e lo scritto è stato poi ripreso nelle pagine del mio libro Le ragioni di della Ragione, pubblicato nel 2005.
Riproponiamo ai lettori il testo dell'articolo dal titolo eloquente e vogliamo ricordare un dettaglio: l'usanza di applaudire la salma del defunto, all'uscita della chiesa, dopo la messa, nacque spontaneamente ai funerali di Totò (fig.9–10), tenutisi a piazza Mercato ed ai quali parteciparono commosse 50.000 persone, tra cui il sottoscritto.


002 - Tre mostre su  Totò

002 - Tre mostre su  Totò

004 -Canzone Malefemmena di Totò

005 - Totò poesia

006 -  Federico De Curtis

007 - Salotto Elvira

008 - Salotto Elvira


009 - Funerali

0010 - Tomba di Totò

Principe del sorriso sì, Altezza imperiale da oggi non più. Un libro su Napoli e la napoletanità che non dedichi un capitolo a Totò non si può nemmeno immaginare, ma su di lui sono stati scritti decine di volumi, per cui è difficile aggiungere qualcosa di originale.
Faremo tesoro di alcune interviste che abbiamo avuto modo di fare alcuni anni fa alla  figlia e ad un cugino del grande artista per parlare del museo del quale da decenni, ad ogni tornata elettorale, si annuncia l’apertura e della presunta nobiltà del principe, sulla quale possiamo presentare documenti decisivi che dimostrano che si tratta di uno scartiloffio.
Negli ultimi giorni le pagine dei quotidiani napoletani si sono infittite di altalenanti notizie sulla casa natale di Totò (fig.11) che cambiava proprietario, mettendo a repentaglio il destino di due anziani coniugi ultraottuagenari, da decenni custodi fedeli ed a richiesta dispensatori di memorie sui primi vagiti ed i primissimi anni dell’immortale attore. Si sono susseguiti innumerevoli colpi di scena, quali la scoperta anagrafica, ottenuta compulsando antichi archivi, che l’abitazione oggetto della diatriba, sita in via Santa Maria Antesecula 109 nel popolare rione Sanità, non era forse il vero luogo di nascita del principe della risata, bensì l’evento sarebbe avvenuto nel palazzo adiacente, oppure che i nuovi proprietari, dopo un sogno premonitore, erano intenzionati a farne un Vittoriale di rimembranze. Tanto casino sui giornali ha dato come sempre l’occasione alle autorità politiche di occupare la scena, imponendo tardivi vincoli di destinazione alla povera casetta o blaterando vanamente sull’imminente apertura del museo dedicato ad Antonio De Curtis nello storico palazzo dello Spagnolo. Apertura della quale da anni si parla come prossima in comunicati stampa diramati a gara ad ogni ricorrenza dal Comune e dalla Regione, ridondanti di paroloni, ma vuoti come consuetudine di pragmatismo.
A tal proposito abbiamo voluto sapere come realmente sta la situazione dalla viva voce della figlia dell’artista (fig.12), la quale ci ha concesso un’intervista:
“E’ tutta colpa di un cesso”, così ha esordito la signora Liliana in un romanesco stretto e cacofonico lontano mille miglia dalle sonorità onomatopeiche del nostro vernacolo.
“Un cesso?” “Certo, il museo si trova agli ultimi piani del palazzo ed è perciò necessario un ascensore; a tale scopo ne ho fatto approntare la tromba già da tempo, ma mentre i mesi e gli anni passano per le lungaggini burocratiche un inquilino del palazzo ha deciso di costruirvi abusivamente all’interno un cesso. Cose che capitano solo a Napoli”
“E’ fiduciosa nell’inaugurazione autunnale?”
“Lo spero con i dovuti scongiuri e quando aprirà io sarò in prima fila nell’organizzazione con seminari, dibattiti ed incontri con i giovani. Sarà un museo molto vivo e Totò sarà contento”
“Si riuscirà a riempire tutti i locali?”
“Certamente c’è molto materiale, sarà anche ricostruita la stanza dove nacque mio padre”
Da parte nostra speriamo che a ciò che metterà a disposizione la signora De Curtis, si riuscirà ad aggiungere il contenuto di quel famoso baule (fig.13), oggi proprietà del figlio di un cugino dell’ attore, da poco scomparso, un certo Federico Clemente. Il baule, conservato a Pollenatrocchia è ritenuto poco meno di un reliquario, infatti la richiesta del proprietario è  di 800 milioni delle vecchie lire, una cifra cospicua per la quale bisogna sperare nell’intervento delle Istituzioni. Quando tutto sarà pronto il museo costituirà un’attrazione molto forte per i napoletani e per i forestieri, per cui si tratterà pur sempre di un buon investimento.
Questi episodi di attualità invitano a parlare di nuovo di Totò, una figura ormai entrata di diritto nella leggenda, ma dopo i fiumi d’inchiostro versati sull’argomento in decine di libri che hanno saturato da tempo le scansie delle librerie degli appassionati, non è lecito scriverne ancora se non si è in grado di aggiungere qualche novità. Ed è quello che ci proponiamo di fare grazie all’amicizia che nutriamo da anni con un cugino dell’indimenticabile attore: il maestro Federico De Curtis.
Prima di discutere della nobiltà dell’artista vorremmo spendere qualche parola su un aspetto trascurato dell’arte di Totò: il surrealismo.
Il genio di Totò è universale ed incommensurabile, ma la sua fama è sempre stata circoscritta ai confini patri, colpa di una critica miope, quando l’attore era in attività, di traduzioni e doppiaggi a dir poco deleteri e di una distribuzione all’estero maldestra ed approssimativa.
Negli ultimi anni grandi rassegne in Europa ed oltreoceano sui suoi film più celebri hanno in parte colmato questa grave lacuna, ma forse è troppo tardi per portare in tutto il mondo il suo umorismo straripante, la sua figura dinoccoluta, la sua maschera comica e tragica allo stesso tempo, degna della fama e dell’immortalità di un archetipo greco. Il ritmo dei suoi film mostra i segni del tempo, né più né meno della produzione di mitici personaggi come Chaplin o Gianni e Pinotto ed è un peccato che dalla sua immutata vitalità possano continuare a trarre linfa vitale solo gli Italiani e pochi altri.
Il Totò surreale che si esprime già nei suoi film più antichi e nel suo teatro, del quale purtroppo non è rimasta che una labile traccia, è stata sottovalutata anche dalla critica più attenta. Nei trattati di cinematografia infatti si parla soltanto di Bunuel e delle sue impeccabili creazioni e non vi è un solo rigo sul funambolismo verbale di Totò, che avrebbe fatto impazzire i fondatori del surrealismo, i quali avrebbero sicuramente incluso qualcuna delle sue battute nel Manifesto del nuovo verbo.
I due orfanelli (fig.14), uno dei suoi primi film, in coppia con Campanini, ne è la lampante dimostrazione. L’altro giorno è stato messo in onda dalla televisione ed ho potuto gustarlo credo per la centesima volta. Quelle sue battute al fulmicotone, immerse in un’atmosfera onirica, cariche di antica saggezza invitano alla meditazione ed acquistano smalto ed attualità col passare del tempo. Sono degne di un’antologia da studiare in tutte le scuole. Ne rammento qualcuna per la gioia della sterminata platea dei suoi ammiratori:
Ai generosi cavalieri corsi a salvarlo nelle vesti di Napoleone.
“Ma quando mai coloro che provocano le guerre corrono dei pericoli”
All’amico che gli manifestava stupore nel constatare che i cattivi vengono premiati ed i buoni vengono castigati.
“Ma di cosa ti preoccupi la vita è un sogno”
Ed infine all’abate Faria che lo invitava a scappare
“Ma perché debbo scappare, sono innocente”
“Proprio perché sei innocente devi avere paura della giustizia!”
Una frase scultorea che ho fatto mia di recente, mentre moderavo la presentazione di un libro in presenza di magistrati di altissimo rango e che mi ha permesso di fare un figurone.

0011 -Targa casa natale di Totò

0012 - Liliana De Curtis

0013 - Baule

0014 - Locandina, I due orfanelli
Ma ritorniamo al racconto del cugino di Totò, il quale con squisita gentilezza ci ha fornito una serie di notizie che, integrate da alcune ricerche genealogiche, ci permette oggi di escludere categoricamente la nobiltà tanto agognata da Totò, perché lo riscattava da un triste passato di figlio di N.N.
Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, Altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e d’Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, così amava definirsi il grande Totò, il quale pur di fregiarsi di questi altisonanti titoli nobiliari spese una fortuna, ma senza rimpianti.
Questa sfilza di titoli, a cui tanto teneva il Principe del sorriso non furono altro che il frutto di un raggiro ad opera di un tal Pellicani, esperto di araldica oggi ottantenne ma ancora attivo con studio a Roma e a Milano.
Il primo a sentire puzza di bruciato e odore di truffa fu Indro Montanelli e lo esplicitò in un suo articolo, ma all’epoca non vi erano le prove inoppugnabili dello scartiloffio.
Oggi viceversa sono disponibili due ben distinti alberi genealogici, uno di Totò e della sua famiglia e l’altro di un tal Camillo de Curtis, un gentiluomo di settantanove anni, da anni residente a Caracas, legittimo erede dei pomposi titoli nobiliari, assunti in epoca remota da un suo avo tale Gaspare de Curtis.
Il Pellicani, che tra l’altro, come ci ha assicurato il colonnello Bellati, è stato per un periodo ospite dello Stato…creò, secondo quanto riferitoci dal tenore De Curtis, che da decenni s’interessa alla vicenda, documenti dubbi, quali una sentenza del Tribunale di Avezzano emessa nel 1914, pochi mesi prima che un cataclisma devastasse la città, distruggendo la cittadella giudiziaria ed altre due sentenze, l’una del 1945, l’altra del 1946, del Tribunale di Napoli, oggi conservate all’Archivio di Stato, completamente diverse nella grafia da tutte le altre carte contenute nel faldone ed inoltre pare combinò artatamente le due discendenze carpendo l’ingenuità del grande artista che, una volta riconosciuta la sua preclara discendenza, fino alla morte amò distinguere la maschera, irriverente scoppiettante e canzonatoria, dal Nobile, gentile, educato e distaccato dagli eventi e dalle passioni. Pubblichiamo per la prima volta questi due alberi genealogici, uno dei quali indagato fino al 1750 e dal loro esame è incontrovertibile che il marchese Camillo de Curtis appartiene ad una diversa schiatta.
Ciò che abbiamo riferito sulla base delle confidenze del maestro Federico, non sposta naturalmente una virgola nella straripante venerazione con cui legioni di estimatori ricordano il grande, inimitabile, immortale artista e tra questi ai primi posti, teniamo a precisare a scanso di equivoci, sta il sottoscritto, il quale ha rivisto ogni film di Totò non meno di quaranta - cinquanta volte ed è in grado di ripeterne a memoria qualsiasi battuta, tutte le poesie e tutte le canzoni. Ma a proposito di canzoni, trovandoci, vogliamo rendere pubbliche altre confidenze forniteci gentilmente dal parente dell’attore, cugino di secondo grado, il quale, a riguardo dell’indimenticabile canzone “Malafemmina” (fig.15) tiene a precisare che la stessa fu dedicata alla moglie Diana, ancora oggi vivente e non a Silvana Pampanini (fig.16), che l’idea della melodia Totò la prese da una analoga canzone dello zio, padre del maestro Federico, ed infine che a ritoccare musica e parole misero mano il maestro Bonagura e Giacomo Rondinella. E per terminare anche la famosa “Livella”si mormora fosse stata corretta…da Mario Stefanile.
Concludiamo un articolo, apparentemente denigratorio, ma rispettoso della verità storica con un inno all’arte di Totò, sublime nel senso più puro, come inteso da Nietzsche, infatti il grande pensatore tedesco riteneva che il sublime si raggiungesse soltanto quando la comicità della commedia si congiungeva al dramma della tragedia.
E siamo inoltre certi che Totò dalla tomba se leggesse ciò che abbiamo scritto saprebbe commentare le nostre parole se non con una pernacchia almeno con un perentorio:”Ma ci facciano il piacere.”
Creatore di una lingua geniale, caustica e scoppiettante, piena di onomatopeici neologismi, espressa in più di cento film, a tal punto che Fellini, pieno di giusta ammirazione, lo definiva benefattore dell’umanità.


0015 - Locandina

0016 - Silvana

giovedì 25 gennaio 2018

Come risolvere il drammatico problema delle baby gang





Il proliferare delle baby gang è problema non solo napoletano, dove è esploso di recente, per il sempre più ridotto controllo del territorio da parte di una camorra in crisi di identità, ma interessa tutte le grandi città, non solo italiane, ma di tutto l'Occidente.
Al di la dei proclami e delle chiacchere vorrei proporre una soluzione percorribile.
Oltre ad abbassare l'età in cui si può essere imputati, bisognerebbe trasferire automaticamente ai genitori la pena detentiva da scontare per i reati commessi dai figli non seguiti adeguatamente; naturalmente bisognerebbe alle prime infrazioni, anche lievi, esercitare la perdita della patria potestà e l'affidamento ad altri di minori abbandonati al loro triste destino.
Credo che una proposta di legge del genere incontrerebbe il favore dell'opinione pubblica, per cui trovandoci in periodo elettorale,lancio l'appello a qualche parlamentare che vuole farsi bello, ma soprattutto saggio, di passare dalla teoria alla pratica.