lunedì 23 ottobre 2017

San Michele Arcangelo, la più bella chiesa di Anacapri



fig. 1 - S. Michele


La Chiesa di San Michele ad Anacapri domina Piazza San Nicola nel cuore del centro cittadino ed è anche nota col nome di chiesa del Paradiso terrestre per via del pavimento maiolicato raffigurante l'omonima scena biblica presente al suo interno.
Fu costruita tra il 1698 e il 1719 per volontà di Madre Serafina di Dio. La storia del monumento inizia con una promessa che la religiosa fa a San Michele Arcangelo affinché Vienna, baluardo della cristianità, venisse liberata dall’assedio dei Turchi infedeli: che perdurava da due mesi: fu così che il 12 settembre 1638 il re Giovanni III Sobieski, a capo della coalizione cristiana, riuscì nell'impresa di sconfiggere l'esercito nemico, nei pressi del Kalhenberg.
“Se Voi liberate Vienna, prometto di fondare ad Anacapri una chiesa e un monastero, a maggior gloria del Signore e a onor Vostro”. E così fu. L’esercito imperiale sconfisse gli ottomani e la suora caprese cominciò ad adoperarsi per trasformare quella preghiera in realtà.
Per mantenere fede al voto fatto la suora iniziò la costruzione di sette monasteri di clausura, tutti che si ispiravano alle regole dettate da santa Teresa d'Ávila, in diversi punti della Campania,  precisamente a Capri, ad Anacapri, a Vico Equense, a Fisciano, a Torre del Greco e due a Massa Lubrense. Quello di Anacapri, che ospitava monache di clausura, venne ricavato riutilizzando un conservatorio musicale e verteva intorno a due chiostri.
Il monumento sorge accanto al convento delle teresiane e ai resti della Chiesa di San Nicola di cui sono ancora visibili il chiostro e il campanile. La prima pietra, però, fu posata dieci anni dopo grazie alla donazione di 15mila ducati fatta da Antonio Migliacci, un galantuomo di origini sarde che amava trascorrere l’estate sull’isola di Capri. Alla costruzione contribuì anche Michele Gallo di Vandeneynde, vescovo di Capri dal 1690 al 1727. Il monsignore, per ultimare i lavori, mise a disposizione il suo patrimonio personale e finalmente la chiesa poté aprire le sue porte ai fedeli.


fig. 2 -S. Michele-Interno
fig. 3 - Pavimento maiolicato

Circa un decennio dopo la fondazione del monastero, precisamente nel 1698, suor Serafina volle edificare anche una chiesa. Con molta probabilità si occupò del progetto Domenico Antonio Vaccaro: la chiesa, nelle sue forme infatti, risulta essere molto simile alla chiesa di Santa Maria della Concezione a Montecalvario a Napoli, realizzata dallo stesso Vaccaro pochi anni dopo; inoltre, presumibilmente, l'artista era già stato sull'isola di Capri per un suo intervento durante la costruzione della chiesa di Santa Sofia: tuttavia anche di questo non si ha la certezza. La chiesa venne consacrata nel 1719.
Tra il 1806 e il 1808, durante l'occupazione inglese, il tempio venne soppresso e con l'arrivo dei francesi, nel 1808, fu soppresso anche il monastero: l'intero complesso venne utilizzato come deposito e alloggi per i militari. Nel 1814, quando i militari abbandonarono la struttura per una sistemazione più comoda, furono avanzati dei progetti di restauri: questi iniziarono nel 1815, per terminare nel 1817, quando la chiesa venne riaperta al culto, precisamente il 10 giugno, grazie ad un regio decreto firmato da Ferdinando I delle Due Sicilie, il quale l'affidava alla Congregazione laica dell'Immacolata Concezione, fondata nel 1865; il convento venne venduto a privati. La congrega, nel corso degli anni, si è occupata del mantenimento e dei successivi restauri della chiesa.
Lo storico Roberto Pane ha definito così questo gioiello: “Uno degli esempi più pregevoli di tutta la produzione settecentesca napoletana per il gusto degli stucchi, alternato ritmo degli archi e delle nicchie, i lievi raccordi in curva, il biancore discreto, che conferisce la massima visibilità al colore”.
La facciata della chiesa (fig.1) è divisa in due parti da una trabeazione; la parte inferiore è suddivisa in tre scomparti da quattro colonne: al centro si trova il portale d'ingresso maggiore, sormontato da una lunetta nella quale è affrescato San Michele, con ali spiegate e una spada nella mano destra, probabilmente ispirato a un disegno di Guido Reni, mentre ai lati due ingressi più piccoli, sormontati da finestre ovali. La zona superiore invece è anch'essa divisa in tre scomparti tramite quattro lesene: nella parte centrale, che termina a timpano con sulla sommità una croce in ferro, è posto un finestrone, mentre gli scomparti laterali sono decorati con stucchi.
Internamente (fig.2) la chiesa ha una pianta ottagonale, a forma di una croce greca, leggermente allungata in direzione dell'ingresso, dell'abside e di due altari laterali, e cupola centrale: misura in totale ventuno metri di lunghezza per quindici di larghezza; l'interno è illuminato da alcune finestre poste ai lati dell'abside, sui fianchi della cupola e sull'ingresso: questa illuminazione è stata studiata in modo da fornire una luce intensa ma pacata. Tutte le decorazioni interne sono in puro stile barocco con decorazioni a stucco di rosoni, festoni, cartigli, angeli, conchiglie, angeli e colonne scanalate, sormontate da capitelli in ordine corinzio e poste ai lati delle cappelle, aventi più un motivo ornamentale che strutturale; l'intera chiesa è pavimentata con riggiole in maioliche, dipinte in modo tale da raffigurare il Paradiso terrestre e peccato originale, opera di Leonardo Chianese. Il vestibolo è sormontato dalla cantoria nella quale è presente una statua della Madonna col Bambino, opera di Nicolò Fumo.
È questa l’attrazione principale della Chiesa di San Michele: il pavimento maiolicato dipinto a mano dal maestro “riggiolaro” Leonardo Chiaiese, il disegno, invece, è da attribuirsi a Solimena. L’opera rappresenta la Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre(fig. 3).Superato l’ingresso della chiesa esso si mostrerà  in tutto il suo fascino avvolto dalla luce intensa e soffice che trapela dalle finestre. Si avrai la sensazione di vivere anche tu quel giorno, quell’istante in cui in cui la storia dell’uomo è finita e iniziata al tempo stesso. Cosa si ammira? Adamo ed Eva che vengono esiliati dall’Eden dalla furia di Dio. Nell’esatto momento il serpente, simbolo della dannazione, stringe le sue spire intorno all’albero della Conoscenza. La coppia è circondata da piante e animali (leoni, elefanti, pellicani, coccodrilli, civette, aquile, cervi, pantere) anche leggendari tra cui un magnifico unicorno. Questa creatura mitologica incarna il Cristo e rappresenta l’amore che Dio prova per l’umanità.

fig. 4 - Paolo De Matteis-Angelo custode
fig. 5 - Paolo De Matteis (attr.)-Madonna del Carmine tra i Ss. Giuseppe e Teresa d'Avila
fig. 6  -Francesco Solimena (attr.)-La Vergine Maria dona lo scapolare a S. Simone Stock

fig. 7 - Francesco Solimena (attr.)-Cristo compare a S. Giovanni Giuseppe della Croce

Le cappelle, comprese l'altare maggiore, sono sette a simboleggiare i sette doni dello Spirito Santo: sono disposte tre su ogni lato, con una centrale, dalla forma absidale, e due agli angoli, dalla forma a conchiglia. Le cappelle presentano una pavimentazione in maioliche in colore azzurro e giallo con inserti di raffigurazioni di cesti di frutta e fiori, mentre gli altari, realizzati da artigiani capresi, sono in legno dipinto tendente a riprodurre l'effetto del marmo: probabilmente questi dovevano essere momentanei per poi essere successivamente sostituiti da altri in vero marmo, non più realizzati a causa della soppressione del monastero a seguito dell'edito promulgato da Gioacchino Murat il 12 novembre 1808.
Tutte le cappelle sono dedicate alla Vergine Maria e agli angeli custodi: sul lato sinistro, la prima cappella ha una tela di Paolo De Matteis raffigurante l'Angelo custode (fig.4), la seconda cappella, al centro, ha una Madonna del Carmine e santi Giuseppe e Teresa (fig.5), sempre del  Matteis, e ai lati Madonna che dà l'abito a san Simone Stock (fig.6) e Visione di san Giovanni della Croce (fig.7), entrambe di Francesco Solimena, la terza cappella una Addolorata (fig.8), opera pittorica sempre del De Matteis. Sul lato destro i dipinti sono tutti di Paolo De Matteis, in particolare, nella prima cappella Raffaele e Tobiolo (fig.9), nella seconda Assunta tra i santi Nicola e Biagio (fig.10) e nella terza Annunciazione (fig.11): tutte le pitture presenti nella chiesa sono datate al 1719 o comunque qualche anno dopo la sua consacrazione.


fig. 8 -Paolo De Matteis-Addolorata
fig. 9 - Paolo De Matteis -Tobiolo e l'Angelo
fig. 10  -Paolo De Matteis-Vergine Assunta tra i Ss. Nicola e Biagio
fig. 11 -Paolo De Matteis-Annunciazione

L'altare maggiore (figg.12-13), in stile barocco e rococò, è stato realizzato dall'artista napoletano Agostino Chirola, dopo che aveva realizzato dei modelli in creta, su disegno dell'ingegnere Angelo Barletta e commissionato da Francesco Cattaneo, educatore di Ferdinando I, nel 1761: questo venne realizzato a Napoli e trasportato sull'isola di Capri tramite delle feluche, salito ad Anacapri a dorso di mulo percorrendo la scala Fenicia e in fine assemblato sul posto]; venne consacrato l'11 ottobre 1761. L'altare è realizzato in marmo di Carrara e pietre dure come lapislazzuli, alabastro e marmo verde antico e giallo antico: non si è esclude che pezzi di marmi possono essere stati riutilizzati da alcune ville di epoca romana presenti sull'isola; alle estremità dell'altare due angeli a tutto tondo, sempre in marmo di Carrara: sembra che inizialmente le monache avrebbero voluto affidare la realizzazione di queste due sculture a Francesco Pagano o Giuseppe Sanmartino, ma successivamente la scelta sarebbe caduta sullo stesso Chirola e al termine dei lavori, soddisfatte del risultato finale, avrebbero pagato all'artista un compenso di seicentocinquanta ducati invece di seicentoquindici come precedentemente pattuito. Completano la zona dell'altare maggiore una pala di Nicola Malinconico raffigurante San Michele arcangelo (fig.14), un quadro  famoso per le sue cromie vivaci e la raffigurazione del santo nelle vesti di un guerriero dal volto di straordinaria bellezza. con ai lati due dipinti di angeli, opera di Paolo De Matteis, e sulle pareti laterali Orazione nell'orto (fig.15) e Natività (fig.16) entrambe di Giacomo del Pò, mentre nella lunetta sopra la pala è posta una statua in legno dell'Immacolata; il pavimento dell'abside è sempre in maioliche con la raffigurazione di un pellicano che si strappa le carni per nutrire i piccoli con il proprio sangue, contornati da ghirlande e putti: probabilmente il cartone preparatorio per l'opera è stato realizzato da Giuseppe Sanmartino. Alle spalle dell'altare maggiore è sepolto il vescovo Michele Gallo di Vandeneynde. Su tutti gli altari sono presenti candelabri, croci e giare contenenti delle frasche ricamate con perle, lavoro delle monache di clausure risalenti a quando il convento era ancora attivo.
Nella sacrestia, adibita a spazio museale, sono presenti due piccole statue in legno raffiguranti Santa Teresa d'Avila e San Giovan Giuseppe della Croce, probabilmente della bottega di Francesco Patalano, ma scolpite da due artisti diversi.

Achille della Ragione

Foto di Dante Caporali

fig. 12 - Altare maggiore
fig. 13  - Interno
fig. 14 - Nicola Malinconico-S. Michele
fig. 15 -Giacomo Del Po-Orazione nell'orto
fig. 16 -Giacomo Del Po-Adorazione dei pastori

venerdì 20 ottobre 2017

La cultura deve emigrare ?


 Mi pecco di essere tra i massimi esperti di pittura del Seicento Napoletano, certamente il più abile divulgatore e desideravo tenere gratuitamente un corso settimanale al Vomero sull’argomento per studiosi e appassionati.
Ho contattato circoli, scuole, strutture annesse a Chiese ottenendo solo e soltanto rifiuti, a volte sdegnosi, coma da parte di un parroco che, pur disponendo di locali idonei, preferisce non farli utilizzare in previsione di ipotetici quanto improbabili usi religiosi.
Viceversa torno da Bruxelles, dove dimore prestigiose ed istituti culturali hanno fatto a gara per ospitarmi.
Se a Napoli muore anche la cultura la città non ha più speranza. Che tristezza !!


Achille della Ragione

giovedì 12 ottobre 2017

Ammore e malavita, un film superstar



Finalmente un film su Napoli in testa agli incassi al botteghino in tutta Italia: Ammore e malavita, una panoramica sulla camorra filtrata con un’ottica di garbata ironia, che ci permette di osservare sorridendo omicidi e violenza, ma soprattutto un finale istruttivo e moraleggiante, nel quale l’amore e l’amicizia risultano vincitori.
Non più le scene cruente del filone derivato da Gomorra, che tanto successo ha incontrato anche all’estero, ma una storia di malavita, intervallata da canzoni in vernacolo, sparatorie a iosa, ma alla fine trionfano la giustizia e l’amore.
Un film da non perdere e da consigliare agli amici.

Achille della Ragione                        

mercoledì 11 ottobre 2017

Capri: una piccola isola dalla grande storia

fig. 1 - Villa Jovis

Capri, perla del golfo di Napoli, dalle coste in molti punti inaccessibili, forate di grotte incantevoli e cinta da fantastici scogli, dal clima vivificante e dai panorami stupendi, non è solo località di soggiorno tra le più famose del mondo, bensì luogo dalla lunga storia, che comincia nella notte dei tempi, tra la fine dell'età della pietra e l'inizio dell'età del bronzo. In seguito è stata fortemente influenzata dalla colonizzazione prima greca e poi romana. Gli imperatori Augusto e Tiberio la scelsero come dimora, vi realizzarono grandi opere e ne determinarono il destino di luogo "eletto".
Per molti anni diviene da scoglio periferico"centro del mondo", perché il divino Tiberio governa da Capri il suo impero sterminato inviando una serie di segnali visivi fino a Roma. I suoi ordini camminavano di picco in picco, di promontorio in promontorio da Capri a Napoli, da Baia a Capo Miseno, da Formia a Sperlonga, e così fino a Roma. Un'incessante volontà di isolamento e di dominio portò Tiberio ad insediarsi su sommità irraggiungibili ed in cavità sotterranee e sottomarine. Nacquero così le dodici ville che la tradizione gli assegnava come residenze. Oggi ne possiamo ammirare la grandezza attraverso i resti archeologici da Villa Jovis (fig.1) a Damecuta (fig.2).
Anche in epoche successive Capri si è arricchita di edifici di grande importanza storica, dal castello del mitico pirata Barbarossa (fig.3) che domina dall'alto il lembo meridionale dell'isola, alla Certosa di S. Giacomo (fig.4), dall'amplissimo chiostro, fondata nel 1374 dal conte Giacomo Arcucci, segretario della regina Giovanna I d'Angiò, che subì nei secoli movimentate vicende, quali il saccheggio e l'incendio da parte del corsaro Dragut nel 1553 ed infine la parrocchiale di Capri, contigua alla piazzetta, la quale, benché rifatta nel 1683, serba spiccate caratteristiche di architettura locale e contiene un pavimento di marmo e delle colonne provenienti dalla Villa Jovis sul monte Tiberio.
E possiamo mai dimenticare la celebre "piazzetta" (fig.5), oggi palcoscenico e teatro internazionale, frequentata da vip, giovani rampanti, turisti, isolani, curiosi, in passato centro del quartiere medievale e nel Settecento luogo del mercato della città. Capri nei secoli, ha costituito una galleria di personaggi di varia umanità dall'imperatore Tiberio al mitico pescatore Spadaro, dal tedesco re dei cannoni Krupp al medico scrittore svedese Axel Munthe, fino a giunge ai giorni nostri alla figura dell'estroso, battagliero. ed inesauribile sindaco Federico, vessillifero di una Capri nuovamente capitale mondiale del "jet-set".
È dalla "piazzetta", cuore pulsante dell'isola, che comincia la nostra visita percorrendo via Roma, ove dopo pochi passi si incontra "La Fiorente" (fig.6), casa degli smeraldi e del corallo, una vera e propria boutique delle pietre preziose. Ad accoglierci sull'ingresso due severe statue di giada, l'una nefritica, l'altra spinacea, rappresentanti il dio della lunga vita con al collo la caratteristica borraccia contenente un'acqua miracolosa e nella mano il frutto dell'eterna giovinezza. In vetrina un altro pezzo da museo, un gigantesco corallo scolpito con i volti di numerose divinità orientali.


fig. 2 - Damecuta
fig. 3 - Castello del pirata Barbarossa

fig. 4 - Certosa di San Giacomo
fig. 5 - Piazzetta
fig. 6 - La Fiorente

Proseguendo per via Roma si incontra dopo pochi passi l'elegante esercizio commerciale della signora Canale, che vende una delle specialità locali più famose nel mondo, "Il limoncello" (fig.7), fabbricato con agrumi capresi e dotato di un marchio "doc", che non ha nulla da invidiare alla produzione dei cugini sorrentini. Venduto in bottiglie dalle fogge più disparate e dai colori più accesi, il limoncello, oltre a completare le cene in tutti i ristoranti isolani, raggiunge tutto il mondo attraverso i numerosi turisti che lo considerano tra i souvenirs più preziosi.
Oltre ai liquori sono in vendita anche ceramiche di un cromatismo allegro e sgargiante, frutto di un artigianato campano abile e dalle antiche tradizioni.
Tra gli artisti attivi a Capri negli ultimi cinquant'anni un posto speciale è occupato da Carmelina (fig.8), pittrice di stile naïf, sulla breccia da decenni, le cui tele raggiungono quotazioni altissime, a fronte di un linguaggio espressivo apparentemente elementare ma estremamente accattivante.
Il nome di Carmelina di Capri ha una risonanza internazionale; lo si può ascoltare pronunciato benissimo all'italiana a Los Angeles come a Philadelfia, a Londra come a Stoccolma, a Rio come a Berlino. Per non dire poi, di Parigi dove si ricorda ancora il grande successo della mostra con cui esplose fuori d'Italia il fenomeno della pittrice caprese nel 1964 alla famosa galleria Benezit. Nel 1958 Clark Gable e Sofia Loren le chiesero di preparare le scene di fondo per i sottotitoli del celebre film "La baia di Napoli". Oggi in alcune delle maggiori gallerie di Parigi, di Hollywood, di New York, di Berlino se trovate qualche quadro di Carmelina siete fortunati, perché appena giungono trovano subito un acquirente, tant'è la gioia mediterranea e la semplice canorità che si espande da quelle opere ricche di sole, di calore, di felicità. Scompaiono, raggiungono le pareti di case fortunate, dove sono oggetto di ammirazione e di invidia.
Il suo soggetto preferito è costituito dalla funicolare che conduce alla piazzetta dove all'ombra del campanile tanti piccoli personaggi sembrano rincorrersi senza meta, solitari, e nello stesso tempo partecipi di una folla senza volto. La stesura del colore per Carmelina avviene per sovrapposizione. "È sulla tela che si mescolano i colori e non sulla tavolozza" ci confida con enfasi la nostra interlocutrice, alla quale il colossale successo di stampa e di critica non ha montato la testa.
Ammirando i suoi quadri ho provato una commozione ed un senso di solitudine profonda non dissimile da quello che promana potente dalle "Piazze d'Italia" di Giorgio De Chirico, per cui acquistai a peso d’oro una sua tela (fig.9), che arricchisce la mia raccolta.
Ritornati in piazzetta e dirigendoci verso il Quisisana, incontriamo un altro sfarzoso gioiello di Capri, l'hotel La Palma che ospita la galleria d'arte moderna del signor Antonio Miniaci, uno dei tanti settentrionali innamoratisi del sole e del mare di Capri. Tra gli autori in mostra, spiccano prepotentemente le tele di Antonio Di Viccaro, un artista laziale, che pratica una tecnica particolare, a colpi di spatola, con la quale i colori fondono e diventano cremosi e materici, quasi palpabili e la gamma cromatica è una tempesta vivace e squillante: gli azzurri lievi, liliali, si associano ai verdi tenui pastellati, i rossi caldi, addolciti, ben si sposano alla vicinanza dei rosa delicati. La sua pittura ha una presa immediata sullo spettatore, che rimane ammaliato dal messaggio di gioia che sottende ad ogni sua opera, come nel dipinto (fig. 10) in collezione De Bellis a Roma.
Con negli occhi ancora i colori delle tele del Di Viccaro ci troviamo davanti alla vetrina di "Chantecler" (fig.11), una delle più antiche gioiellerie dell'isola, dove troneggia maestosa una portentosa portantina (fig.12), capolavoro di ebanisteria del Settecento napoletano, degna di grande antiquario e colma di ogni ben di Dio, dagli smeraldi ai rubini, brillanti ai bracciali ed orecchini d'oro lavorati in tutte le fogge. E senza dubbio il paradiso delle donne, come pure l'inferno degli uomini...
A riceverci è la gentil signora Califano che ci mostra un'icona bizantina valore inestimabile.
Capri con il suo sole dà luogo a splendide fioriture spontanee, che sembra rinnovandosi dissimulano l'aspetto delle rocce; al centro dell'isola nella sella dolce tra le due marine gli orti i giardini traboccano di profumi.
La leggenda ricorda che nel 1380 il padre priore della Certosa di S. Giacomo, colto alla sprovvista dalla notizia della venuta a Capri della sovrana Giovanna I d'Angiò, preparò una raccolta dei fiori più belli dell'isola.
la; quei fiori rimasero per tre giorni nella stessa acqua ed al momento di gettarli via il priore si accorse che l'acqua aveva acquistato una fragranza per lui misteriosa, cosicché si rivolse al religioso erudito in alchimia che individuò la provenienza di quel profumo nel "Carofilum silvestre capreense". Quell'acqua fu il primo profumo di Capri.
La storia, invece, racconta che nel 1948 il priore della Certosa, ritrovate le vecchie formule dei profumi, su licenza del Papa le svelò ad un chimico piemontese che così creò il più piccolo laboratorio del mondo denominato "Carthusia" cioè "Certosa".
Oggi la tradizione si perpetua, per la limitata produzione i metodi sono gli stessi utilizzati dai frati certosini, tutti i preparati sono a base di materie prime di alta qualità e persino il prodotto finito è incartato a mano. Le essenze provenienti dal rosmarino colto sul monte Solaro si addicono all'uomo, mentre il garofano selvatico di Capri sta alla base dei prodotti femminili.
Accattivanti i nomi dei profumi: Caprissimo, Aria di Capri, Carthusia lady, Mediterraneo. Il negozio "Carthusia" (fig.13) della signora Ruocco di via Camerelle a stento riesce a soddisfare le richieste della sua clientela.   
A Capri oltre al divertimento ed all'ozio un posto importante spetta alla cultura, perché l'isola è stata sempre ritrovo di intellettuali ed artisti. Negli anni Venti vi erano già due librerie: L'Arcadia e Trama che erano anche studi d'arte e piccoli editori locali. Per decenni dissidenti vittoriani, esteti dannunziani, facoltosi nullafacenti e dilettanti supremi hanno costituito un palcoscenico attorno al quale ha ruotato gran parte della vita intellettuale e politica dal 1905 al 1935. A mantenere alto il dibattito tra persone di elevata cultura hanno provveduto due benemeriti isolani: Ausilia Veneruso e Riccardo Esposito, proprietari delle tre librerie "La conchiglia" e dell'omonima casa editrice fondata nel 1989. La prima libreria "La conchiglia" apre nel 1982 in uno spazio di appena tredici metri quadrati ubicato in un vicoletto poco frequentato del centro storico. Diventa ben presto punto d'incontro di persone colte e pittori ed è utilizzata per piccole mostre di grafica, fotografia e pittura. Inizia a programmare una serie di presentazioni di libri ed incontri con autori che continuano ancora oggi. Tra i tanti nomi famosi si ricordano:Fernanda Pivano, AldoBusi, Raffaele La Capria, Luciano De Crescenzo, Fabrizia Ramondino, Isabel Allende. Nel 1989 le edizioni"La conchiglia"divengono un laboratorio di idee e di cultura da contrapporre all'idea di un'isola"da consumare". Attualmente le edizioni "La conchiglia" (fig.14)hanno un catalogo di centinaia di titoli con autori del passato come Norman Douglas e Rainer Maria Rilke e scrittori e studiosi contemporanei come Vittorio Strada e Sergio Lambiase. Nel 1996"La conchiglia" aprì un nuovo spazio in via Camerelle andando così contro tendenza rispetto alla progressiva occupazione degli spazi commerciali importanti da parte di griffes internazionali, gioiellerie, banche ed altro. In questo spazio che è divenuto immediatamente punto di riferimento per tutti gli intellettuali che soggiornano a Capri, vengono privilegiate mostre di grafica e fotografia mentre le pareti offrono una ricca varietà di stampe d'epoca, gouaches e dipinti dell'Ottocento. La scelta di aprire più librerie, l'ultima nata ad Anacapri (fig.15), e fondare una piccola casa editrice su di un'isola è basata, comunque, sulla convinzione del ruolo che ha svolto e può svolgere Capri: luogo di incontro e di tolleranza, da cui si può scrutare oltre i confini dei nostri mondi e delle nostre culture. In tal modo un soggiorno a Capri, oltre a rinfrancare il corpo, può essere utilizzato ben più proficuamente per ritemprare la mente e rafforzare la cultura.

di Achille della Ragione                         foto di Mario della Ragione

fig. 7 -  Limoncello
fig. 8 - Carmelina
fig. 9 - Carmelina - Funicolare di Capri - Napoli collezione della Ragione
fig. 10  - Di Viccaro - Panorama caprese - Roma collezione De Bellis
fig. 11 - Chantecler
fig. 12 - Portantina
fig. 13 - Carthusia
fig. 14 - La Conchiglia
fig. 15 - La Conchiglia ad Anacapri

martedì 10 ottobre 2017

S. Stefano, la più bella chiesa di Capri

tav. 1 - S. Stefano

La chiesa di Santo Stefano (tav.1) sorge sullo stesso luogo di un'altra chiesa dedicata a santa Sofia con in prossimità un vecchio convento benedettino, risalente al 580, di cui rimane solo il campanile sulla Piazzetta: la nuova chiesa fu costruita nel 1688 su progetto dell'architetto Francesco Antonio Picchiatti e completata, grazie alla realizzazione da parte di Marziale Desiderio, nel 1697; fu consacrata dal vescovo Michele Vandeneyndel  il 17 maggio 1723, diventando cattedrale di Capri. Tuttavia i lavori di completamento definitivo si protrassero fino al 1751, quando fu sistemato il coro e alcuni accorgimenti all'interno; nel 1818, con la soppressione della diocesi di Capri, perse la sua funzione di sede vescovile.
La facciata della chiesa si presenta divisa in due da una trabeazione: la parte inferiore è caratterizzata da un portale principale, decorato con finti riquadri in marmo e due laterali, sormontati da nicchie nelle quali sono contenute statue di santi (tav.2) ed una serie di lesene, mentre la parte superiore, più piccola rispetto a quella sottostante, presente una ampio finestrone centrale e termina alle estremità con delle volute; su tutta la facciata sono riconoscibili diverse decorazioni in stucco.
La facciata della chiesa di Santo Stefano a Capri svetta al di sopra delle scale di piazza Umberto I. È racchiusa tra le abitazioni tutt’intorno ma colpisce subito lo sguardo per le decorazioni in stucco e il meraviglioso contrasto che la struttura crea con il cielo. La parte inferiore presenta il portone principale ornato con finti riquadri in marmo e due laterali sormontati da due nicchie che ospitano le statue dei santi. Mentre la parte inferiore è interrotta da un finestrone con delle volute.
Una volta entrati in questo luogo tranquillo (tav.3) si ha l’impressione di essere lontani chilometri dall’atmosfera movimentata della Piazzetta. La serie di cupole che si susseguono lungo le navate laterali, ben visibili dall’esterno, riempie la chiesa della calda luce del sole di Capri. La semplicità e la bellezza dell’ambiente interno sono tipiche del Barocco raffinato che è possibile ritrovare in molte chiese dell’isola. Camminando per le navate laterali (tav.4–5) è possibile ammirare le varie cappelle adornate con eleganti decorazioni.
Sugli archi della navata principale sono collocati graziosi candelabri di vetro che catturano la luce che filtra dalla nobile cupola centrale.
Una volta entrati il chiacchiericcio tipico della Piazzetta scompare. Ci si lascia accarezzare dal quel tipo di silenzio che si lega alla spiritualità. All’interno la chiesa è a croce latina divisa in tre navate, quella centrale è coperta da una volta a botte mentre quelle laterali sono percorse da quattro cappelle sovrastate da cupole. L’area dell’altare maggiore è a forma di abside rettangolare. Questo elemento è stato realizzato con una colonna in marmo giallo trasportato dalla chiesa di San Costanzo a Marina Grande. Il pavimento in marmo (tav.6), poi, è stato costruito con frammenti provenienti da una delle dodici Ville dell’imperatore Tiberio.
All'interno la chiesa si presenta a croce latina, divisa in tre navate, dove quella principale è coperta da una volta a botte, mentre le due laterali, dove si aprono quattro cappelle su ogni lato, sono coperte da una serie di cupole: all'esterno, tali cupole, sono caratterizzate da tamburi con solchi verticali e contrafforti ad arco; la cupola principale, estradossata, si trova all'incrocio tra la navata centrale e il transetto.
La zona dell'altare maggiore è a forma di abside rettangolare: la mensa è stata realizzata tramite una colonna in marmo giallo proveniente dalla chiesa di San Costanzo, alle spalle dell'altare si trova l'organo. Nella navata di destra la prima cappella è dedicata a San Michele Arcangelo, con dipinto (tav.7) di Paolo De Matteis, la seconda è intitolata alla Vergine Maria e reca sull'altare una tela del XIX secolo raffigurante la Madonna tra gli angeli; segue la cappella della Madonna del Carmine, con dipinto della Vergine del Carmelo tra le anime del Purgatorio (tav.8), sempre di fattura del De Matteis e la cappella del Sacro Cuore di Gesù, la quale, sulle pareti laterali, contiene dei reliquiari in legno risalenti al XVII secolo ed altri reliquiari, sempre in legno, a forma di statue di santi, tra cui quello del Sacro Cuore, opera di Giacomo Colombo, in origine raffigurante il Salvatore e poi riadattato. La prima cappella della navata di sinistra ospita una tavola del XV secolo effigiante Sant'Antonio e San Michele con in mezzo la Madonna col Bambino (tav.9), la cui leggenda narra sia tornata miracolosamente al suo posto dopo essere stata gettata dai corsari in una rupe, nella seconda cappella è presente il fonte battesimale ed è adornata con un dipinto che riproduce il battesimo di Gesù, opera della scuola del Solimena, la terza cappella è dedicata a san Nicola di Bari e la quarta è dedicata a san Giuseppe, con raffigurazioni della Sacra Famiglia sull'altare, di Maria ed il Bambino tra san Giuseppe e san Francesco sul lato (tav.10) e il Transito di san Giuseppe (tav.11) sulla parete sinistra.
La parte destra del transetto è impreziosita da una tela di Andrea Malinconico, raffigurante Sant'Andrea (tav.12) ed una (tav.13) di Giacomo Farelli, rappresentate il Martirio di santo Stefano, oltre ad un'epigrafe che ricorda la consacrazione della chiesa; sullo stesso lato del transetto si apre la cappella del Santissimo Crocifisso: sull'altare è posta una pala del XVII secolo (tav.14-15) che ritrae Maria, Giovanni e Maria Maddalena ai piedi della croce, un crocifisso in legno del 1691 realizzato da Giacomo Colombo e, sulle pareti, le tombe di Giacomo e Vincenzo Arcucci, realizzate nel 1612 da Michelangelo Naccherino e trasferiti dalla certosa di San Giacomo nel 1891; interessante la prima tomba dove è una riproduzione della certosa posta nelle mani del suo fondatore (tav.16) Nella parte sinistra del transetto si trova l'altare contenente le reliquie di san Costanzo, ornato con una tela di Giacomo Farelli che raffigura il santo mentre scaccia i Saraceni (tav.17) e con la statua in argento impreziosita di zaffiri e granati; anche in questo lato del transetto si apre una cappella, dedicata al Santissimo Sacramento: sull'altare è un dipinto raffigurante la Madonna del Rosario (tav.18), mentre ai lati uno rappresentante Gesù fanciullo, uno Maria Immacolata ed uno San Gioacchino e Sant'Anna, della scuola di Luca Giordano.
La chiesa di Santo Stefano custodisce la storia dell’isola ed è ricca di opere d’arte, merita una visita accurata.

Achille della Ragione                  foto di Dante Caporali


tav. 2 - Busto di S. Stefano
tav. 3 - Interno di S. Stefano
tav. 4 - Navata destra
tav. 5 - Navata sinistra
tav. 6 - Pavimento dalla villa romana di Tragara
tav. 7 - Paolo De Matteis-S. Michele che calpesta Satana
tav. 8 - Paolo De Matteis-Madonna del Carmelo e le anime del Purgatorio - datata 1727
tav. 9 - Autore ignoto-Madonna col Bambino tra i Ss. Michele e Antonio da Padova
tav. 10 - Autore ignoto-Madonna col Bambino tra i Ss. Giuseppe e Francesco d'Assisi
tav. 11 - Autore ignoto-Transito di S. Giuseppe
tav. 12 - Andrea Malinconico-S. Andrea
tav. 13 - Giacomo Farelli-Martirio di S. Stefano
tav. 14 - Cappella del crocifisso
tav. 15 -Giacomo Colombo-Crocifisso
tav. 16 - Michelangelo Naccherino-Monumento funerario di Giacomo Arcucci
tav. 17 - Giacomo Farelli-S. Costanzo salva l'isola dai Saraceni
tav. 18 - Nicola Malinconico (attr.)-Madonna del Rosario