venerdì 30 marzo 2012

L’epicedio del Banco di Napoli

11/10/2009
Cronaca dettagliata di una criminale spoliazione



Scrivere sull’epicedio del Banco di Napoli, su quella vergognosa operazione di spoliazione del più antico istituto di credito del mondo da parte di una politica dominata dalle ragioni del nord e da un apparato burocratico servo dei diktat del Tesoro e della Banca d’Italia non è stato facile per me, nonostante provenga da una famiglia che da generazioni ha servito onorevolmente nel Banco: mio fratello, già direttore ed oggi pensionato, ma ancora con entusiasmo attivo nel sindacato e nella stesura del battagliero periodico Senatus, mio padre, all’epoca vice direttore della sezione di credito industriale, mio nonno, impiegato e prematuramente scomparso durante l’epidemia di spagnola nel 1918. E senza salire oltre nell’albero genealogico ho respirato da ragazzo quell’atmosfera di rispetto che circondava il dipendente del Banco di Napoli, forte di stipendi lauti e delle sue quindici mensilità. Una situazione sociale distante anni luce dall’approssimazione e dalla sciatteria che contraddistinguono oggi i rapporti con la clientela.
Della crisi del Banco avevo poi due personali esperienze da cui partire: la perdita secca del 100% del capitale(44 milioni) investito in azioni dell’Istituto, l’unica volta che, consigliato dal mio germano, avevo giocato in borsa e la conoscenza di una paradossale gestione di un debito di quasi cento miliardi verso la banca da parte di un mio amico rampante finanziere, il quale, insolvente, ha continuato per decenni(forse ancora oggi) a percepire i fitti su circa cinquecento immobili dati in garanzia e sottoposti a sequestro.
A squarciare il velo sull’assordante silenzio che ha coperto l’operazione è giunto fortunatamente in libreria un volume scritto, con competenza e precisione, da Emilio Esposito, docente universitario e Antonio Falconio, già direttore centrale, i quali hanno documentato le tappe dello smantellamento del sistema bancario meridionale ed in particolare del Banco di Napoli. 
Il volume contiene anche quattro dotte presentazioni da parte del rettore Guido Trombetti, del presidente della Fondazione Banco di Napoli Adriano Giannola, del presidente dell’attuale Banco di Napoli Spa Enzo Giustino e del direttore del quotidiano economico Il Denaro Alfonso Ruffo, i quali, con le loro puntuali chiavi di lettura, collaborano ad illuminare questa opera di spoliazione perpetrata ai danni dell’economia meridionale. 
Alcuni capitoli ripercorrono la storia del Banco, sorto nel 1539 dall’unione degli otto Banchi meridionali presenti in città, dando luogo a quella che è stata la più lunga istituzione creditizia del mondo occidentale, mentre altri descrivono la situazione negli anni precedenti la crisi, per giungere poi al fatale triennio 1994 – 96, con la scomparsa del marchio fagocitato da un processo di accorpamento del credito, per comparire di nuovo, recentemente, anche se solo nel nome, per assecondare  i desideri di una clientela di vecchia data, che si sentiva castrata nell’entrare in filiali dove, oltre a non trovare più volti noti, nei quali riponeva la sua incondizionata fiducia, capeggiava la scritta delle banche conquistatrici.
Nell’introduzioni gli autori sottolineano che scopo del loro libro è quello di preservare la verità per le nuove generazioni, ben sapendo che la storia la scrivono i vincitori, i quali, spesso, servendosi di cronisti asserviti, occultano documenti scomodi e favoriscono che sull’accaduto si sedimenti la damnatio memorie.
A tale scopo sono citati ampiamente anche tutti gli atti parlamentari di quei pochi meridionalisti che difesero la centralità dell’operato del Banco di Napoli, a difesa degli interessi di tanti piccoli imprenditori del sud, anche se rimasero inascoltati, perché cominciava a premere la questione settentrionale e tutto il Mezzogiorno veniva quotidianamente descritto dalla stampa come il luogo del clientelismo e dell’inefficienza. 
Venne adottato il sistema dei due pesi e due misure, con un’eccessiva prudenza contabile,  che condusse all’azzeramento del patrimonio ed alla successiva scomparsa del Banco di Napoli. Il sud perse la sua banca di riferimento secolare e migliaia di imprese furono costrette al fallimento con gravi contraccolpi sull’occupazione e con un grave impoverimento socio culturale.
Fu uno dei danni più gravi inferto ai danni del Mezzogiorno in nome della supremazia del mercato, proprio alla vigilia di una drastica inversione di rotta degli Stati più liberisti del mondo, che hanno adottato la ricetta delle partecipazioni statali immettendo ingente liquidità per salvare traballanti colossi della finanza e dell’economia.
Alcuni aspetti tecnici dell’operazione, per quanto chiaramente esposti dagli autori, sono difficilmente afferrabili dal lettore meno versato in economia, anche se risalta come truffaldino il criterio adottato all’epoca per valutare il Banco di Napoli, da parte dell’advisor del Tesoro, la  Rotschild, la quale nel 1977 ritenne equo il prezzo di 61 miliardi di lire per acquistare il 60% del glorioso istituto da parte dell’Ina e della BNL e dopo circa due anni ritenne altrettanto equo un prezzo di 3600 miliardi per la vendita del 56% dello stesso Banco al Sanpaolo – Imi, dando luogo ad una vergognosa plusvalenza. 
Non è il solo punto oscuro del criminale atto di sabotaggio e di desertificazione verso il sud ed aspettiamo tutti che sull’argomento voglia quanto prima scrivere una penna alla Saviano, che voglia gridare tutta la rabbia repressa dei meridionali, dimostrando che i delinquenti non si annidano solo nell’inferno di Scampia o Secondigliano, ma anche tra i colletti bianchi che siedono boriosi al Tesoro o nei consigli di amministrazioni delle grandi banche del nord.

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