martedì 11 aprile 2017

I miei primi 70 anni

Prolegomeni per una futura autobiografia
(1^ puntata)


La memorabile avventura che ci accingiamo a raccontarvi comincia alle 4:30 del mattino di un giorno relativamente lontano: il 1° giugno 1947, quando Anna Capuano (fig.1), la diletta sposa di Mario della Ragione (fig.2), dopo un breve travaglio, dà alla luce un vispo maschietto di 4 chili ed 800 grammi, che sgambetta vigoroso (fig.3) e pare felice di aver aumentato di un’unità il numero degli abitanti della Terra. La scena si svolge al secondo piano di via Salvator Rosa 29, interno 6 (ogni riferimento al significato dei due numeri nella Smorfia è puramente causale). L’evento è immortalato in un documento (fig.4) conservato gelosamente nell’archivio della parrocchia di San Giuseppe dei vecchi, già da noi pubblicato e che ora riproponiamo ai nostri lettori.
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Nel corso dell’ultima visita guidata nel ventre di Napoli vi è stata l’occasione di visionare antiche chiese aperte per l’occasione, ricche di dipinti inediti che mi propongo quanto prima d’illustrare in un articolo, curiosità come il famigerato bastone di San Giuseppe, da cui la nota frase in vernacolo: “Non sfrocoliate 'a mazzarella e San Giuseppe”; una elegante cassa da morto da utilizzare in condominio dai soci di una illustre arciconfraternita nel giorno fatidico del trapasso. Ed inoltre nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi si è potuto consultare l’archivio parrocchiale: una miniera inesauribile di notizie tra processetti matrimoniali, certificati di battesimi e di morte. Tra questi spiccava per la gioia degli storici del futuro, ai quali lo proponiamo, il certificato di battesimo di un illustre personaggio napoletano, che indichiamo con tutti i suoi nomi: Achille, Giovanni, Antonio, Gertrude. Ma come Gertrude? Un nome femminile per il celebre Pelide? Spiegazione semplicissima: Gertrude è la protettrice dei neonati e da secoli tutti i rampolli del nobile casato della Ragione, maschi o femmine che siano, lo tengono come nome secondario. Al fianco del documento battesimale, 1° giugno 1947, è riportata la data del matrimonio, avvenuto nella famosa chiesa di Santa Chiara il 15 settembre 1973, quando il focoso Pelide impalmò una giovane fanciulla che rispondeva e risponde ancora dopo 43 anni al nome di Elvira Brunetti. E sulla destra vi è ancora uno spazio vuoto che attende e attenderà a lungo, forse invano, a causa dell' l’immortalità del personaggio, la data e la località del decesso.
Achille  sembra ignaro del suo favoloso destino che lo attende, mentre la neo mamma è parzialmente delusa, perché si aspettava una femminuccia, che facesse coppia con Carlo (fig.5), nato sei anni prima; per cui farà crescere al pargoletto una chioma fluente (fig.6) ed attenderà il 4° compleanno prima di accompagnarlo dal barbiere.
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Dopo soli 20 giorni lo porterò al mare sulla spiaggia di Lido Raia, il più accorsato stabilimento balneare dell’epoca, divenuto poi lido Augusto ed oggi più semplicemente lido mappatella. Tutte le signore accorrevano ad ammirare il procace neonato e pensavano avesse un anno, sia per le cospicue dimensioni e la incontenibile vivacità, forse anche per la solennità del membro virile, destinato ad una frenetica attività. 
Achille pronuncerà le prime essenziali parole: mamma, papà, pipì, cacca a pochi mesi, camminerà a 14 mesi, (in passato si credeva che un’eccessiva precocità provocasse le gambe storte), imparò numeri ed alfabeto a tre anni, ma soprattutto apprendeva con gusto le cattive parole, avendo come palestra un cortile abitato da vaiasse su cui si affacciavano alcune finestre del suo appartamento. Ogni volta che dal parlare forbito delle popolane imparava una nuova volgarità correva dalla mamma, affermando contento: ”Ne ho imparata un’altra”.
A cinque anni era bellissimo (figg.7 – 8), i genitori tentarono di iscriverlo in prima elementare ad una scuola pubblica situata sui gradini Mancinelli, ma dopo pochi giorni dovettero desistere ed iscriverlo all'asilo, scegliendo un istituto prestigioso: il Froebeliano, sito in piazza Cavour, dove frequentò anche le elementari, per iscriversi poi alle medie alla Santa Maria di Costantinopoli.
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A quattro anni nuotava come un pesce, a cinque anni fittava per cinque lire cadauno i Topolino ad Elio Fusco, un amico del fratello, a sette anni fece la Prima Comunione (fig.9) e simultaneamente la Cresima (fig.10), a otto anni montava un ciuccio (fig.11), a nove anni guidava la vespa (fig.12), a dieci con sicurezza (di nascosto naturalmente) la Seicento (fig.13), a dieci anni si esercitava con dei bilancieri rudimentali ed in breve ottenne un fisico scultoreo (figg.14–15), che gli permetteva di dirimere eventuali discussioni con i compagni di scuola.
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La sua prima attività commerciale, dopo il noleggio dei fumetti, fu una sorta di calcio scommesse, praticata già a partire dalla prima media
In seguito si specializzò nella falsificazione dei biglietti per i più ambiti MAK P 100 (fig.16), che si svolgevano in città, come quello organizzato dagli allievi della Nunziatella, la celebre scuola militare con sede a Pizzofalcone, che riusciva a disporre dei vasti saloni di Palazzo Reale,ove si teneva un trattenimento danzante da mille e una notte, con il corredo di un buffet pantagruelico.
Il biglietto costava un occhio della fronte e per poter invitare una ragazza a parteciparvi, bisognava essere un figlio di papà, oppure come nel mio caso, che purtroppo mio padre lo avevo perso da anni, un figlio di “sfaccimma”.
Infatti ebbi modo di vedere il biglietto d’ingresso, semplice e senza alcun numero di serie. Fu un gioco da ragazzi recarsi in una tipografia compiacente, stamparne una decina, con i quali invitai 2 sorelle over the top come bontà (nel senso di bone naturalmente) ed il resto lo vendetti sottocosto ad amici fidati, ansiosi anche loro di fare un figurone a prezzo di favore.
Negli anni successivi ne spacciai a decine, fino a quando gli organizzatori capirono qualcosa e cominciarono a segnare sui biglietti i nomi degli acquirenti.
Per il momento ci fermiamo nel racconto, prima di approfondire gli anni del liceo scientifico che il Nostro eroe scelse come prosieguo degli studi.



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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(2^ puntata)


Dopo le medie scelsi il liceo scientifico, invece del classico, ritenendo più utile approfondire la matematica e l’inglese, invece di dedicare tempo ad una lingua morta come il greco.
L’istituto più vicino casa era il Cuoco, sito nella popolare via Foria, ma preferii iscrivermi al Mercalli, frequentato dalla gioventù bene di via dei Mille e soprattutto dalle ragazze più chic ed eleganti della città.
A metà dell’anno scolastico fu aperta una succursale al Vomero, in una traversa di via Cilea: via Albino Albino, alla quale venni trasferito d’ufficio.
Tale istituto è rimasto per anni senza nome e la cosa più sensata, essendomi lì maturato, mi pareva che venisse intitolato con il mio cognome, per cui grande è stata la mia meraviglia quando, dopo circa 10 anni, si è deciso di dedicarlo ad un Carneade qualsiasi: Galileo Galilei.
Il secondo anno fu il più spinoso, perché venni rimandato in tre materie, complice l’aggravarsi delle condizioni di salute di mio padre, che morì pochi giorni dopo l’uscita degli scrutini. Dopo un’estate dedicata ad uno studio, se non proprio matto e disperatissimo,quanto meno indefesso, a settembre 2 sei ed un cinque costituirono un’amara delusione e si tradussero in una bocciatura.
Ma non mi persi d’animo, decisi che avrei fatto due anni in uno: mi iscrissi al secondo, entro marzo mi ritirai e sostenni presso il mio liceo a giugno l’esame di ammissione al quarto anno, che superai brillantemente con il plauso della commissione. A ottobre ritornai nella mia classe per la gioia dei miei vecchi compagni e degli stessi professori.
L’esame di maturità lo preparai con Osea, una fanciulla dagli occhi devastanti; lo superai con la media del 7 e punte di 9 in fisica ed in filosofia.
Per ricordare quegli anni felici ripropongo ai lettori alcuni miei articolo: da un ricordo del mitico professor Maruotti alla nascita del Fico, un night ancora sulla breccia, che deve il suo nome alle mie predilezioni, nel campo della frutta naturalmente.


In ricordo di Gerardo Maruotti
Un professore di altri tempi

Gerardo Maruotti era un professore straordinario di quelli che non siedono più sulle cattedre della disastrata scuola italiana.
Pugliese, grande letterato, iniziava le sue spiegazioni in si bemolle per terminarle con acuti poderosi, con pugni sul tavolo, infarciti di parolacce, e poiché soffriva di emorroidi, gli ultimi minuti erano per noi studenti un esaltante godimento e per lui un gradevole supplizio.
Dopo 30 minuti di eloquio i personaggi da lui evocati sembravano rivivere in mezzo a noi, lasciando momentaneamente l’empireo dove vivono in eterno: Paola e Francesca, Achille ed Ulisse, don Chisciotte, Amleto e tanti altri immortali creati nei millenni dalla fertile fantasia di scrittori e poeti di ogni nazionalità.
Lui stesso era poeta ed aveva curato un’antologia della letteratura italiana ad uso dei licei.
Una mia compagna di classe, Letizia Petré, conosceva a memoria molti passi dei suoi canti dauni, mentre Achille Morena gli procurava gli inviti alle conferenze che si tenevano nella mitica saletta rossa della libreria Guida.
Lo abbiamo avuto come docente al liceo scientifico Galilei di Napoli, per molti anni nella mitica sezione C, nota per essere quella alla quale era assegnati i professori più preparati e più motivati.
Egli possedeva una casetta con giardino al villaggio Coppola, da poco costruito e, all’epoca, ambito luogo di villeggiatura; una domenica dell’ultimo anno, quando già alcuni di noi possedevano l’auto, ci invitò a trascorrere assieme un giorno di festa. Ad ora di pranzo ci recammo in un ristorante della zona e poi tutti sotto al patio a spegnere le candeline di un compleanno con tanti “anta”.
Oggi, andato in prescrizione il reato, posso confessare un piccolo peccato di gioventù. Spesso, quando con gli amici si faceva molto tardi, usciti dalla discoteca, chiamavamo al telefono il professore il quale, per il suo carattere irascibile, andava su tutte le furie, vituperando le divinità delle principali religioni monoteiste.
Le telefonate notturne sono state per anni una mia specialità. Ogni anno allo scoccare della mezzanotte, chiamavo immancabilmente il professore oltre ad una certa Assunta Aspettapesce, che alle mie avances, mi bombardava di parolacce in perfetto vernacolo.
Ritornando al nostro amato Gerardo, del quale conservo religiosamente a casa tutte le foto della classe nella quale egli compariva immancabilmente ed alcune foto scattate al villaggio Coppola, voglio raccontare alcuni sfiziosi aneddoti.
Il primo, innocente, quando praticai un buco in corrispondenza con la classe attigua, frequentata da una classe superiore alla nostra, i cui compagni, dopo pochi minuti, ci fornivano le soluzioni dei compiti assegnati in classe, soprattutto di matematica.
Il secondo, più birichino, fu quando, nottetempo, misi del cemento nella serratura della scuola, provocando un filone generale.
Il terzo è il più birbante: una sera misi nello sciacquone dei bagni una bottiglia colma di urina, simulando una molotov. Poi, mentre tranquillamente mi facevo vedere davanti all’ingresso, un amico avvertì la  polizia: ”attenti c’è una bomba nella scuola”. Arrivarono gli agenti e fu un altro giorno di allegro filone di massa.
Qualche anno fa, leggendo i necrologi del Mattino, appresi della triste dipartita. Confesso che piansi; professori come Maruotti non esistono più e per questo che ho accettato volentieri l’invito della figlia Valeria di ricordare l’estroso personaggio.

Valeria, Osea e Piliffa le tre grazie
1^ liceo a.s.61-62

2^ liceo a.s.62-63

17 aprile 1966 Pinetamare
dove eravamo...?
5^C a.s. 1965-66

La nascita del "Fico"

Gian Filippo è da oltre quarant’anni uno dei miei amici più cari, a tal punto che il mio unico figlio maschio ha preso il suo nome.
Discendente da una delle più ricche famiglie tedesche è riuscito a dilapidare in pochi decenni un immenso patrimonio. I suoi antenati erano illustri scienziati e celebri docenti universitari, il padre ammiraglio, ma nel suo Dna non vi è mai stata alcuna traccia del passato splendore celebrale.
Lo conobbi al primo anno di università e volevamo preparare assieme l’esame di anatomia, con noi anche Emanuele, un clone di Gian Filippo in quanto ad  intelligenza, entrambi erano al loro quarto tentativo dopo altrettante solenni bocciature.
Studiavamo nello splendido salone della sua villa di via Tasso, una dimora tra le più prestigiose della città, acquistata dalla madre quando la sua famiglia si trasferì all’ombra del Vesuvio da Berlino, dove possedeva un imponente castello distrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale.
Il giorno della verità io rimediai un 29, mentre i miei amici furono nuovamente trombati. Emanuele decise di abbandonare gli studi e di vivere, beato lui di rendita, cosa che fa ancora oggi, mentre Gian Filippo ascoltò il mio consiglio e si iscrisse a Veterinaria, ritenendo che un cane un domani, forse, si sarebbe fatto curare da lui, un cristiano giammai. E fu la sua fortuna perché in breve si laureò e, a dimostrazione del declino inesorabile della nostra università, ha ricoperto per decenni la carica di docente nell’istituzione federiciana.
La villa aveva tre piani di 200 metri quadrati ciascuno ed era circondata da 2000 metri di giardino con alberi secolari. Al primo livello vi erano i saloni di ricevimento, che oggi sono trasformati nel ristorante il Gallo nero, al secondo vi erano le camere da letto, mentre un piano leggermente affossato versava in stato di abbandono da anni. Convinsi il mio amico a concedermelo per un anno gratuitamente ed io lo avrei trasformato in una discoteca, che gli avrei poi ceduto dopo un utilizzo di 12 mesi. 
Il mio amico credeva che avrei chiamato un’impresa di costruzioni per la ristrutturazione, viceversa schiavizzai tutti gli amici, con la promessa di ingressi gratuiti e secondo le competenze affidai loro un incarico materiale…
Diego e Massimo, i più robusti, furono impegnati per i trasporti più pesanti e fisicamente collocarono a regola d’arte il pavimento della discoteca; Luciano, esperto di elettricità si interessò degli impianti, per la parte idraulica Leandro superò se stesso, mentre i mobili e le altre suppellettili furono costruiti (unico apporto esterno) da don Salvatore, un pregiudicato riciclatosi come falegname.
Dopo trenta giorni il locale era pronto per l’inaugurazione, non restava che dargli il nome e poiché a quell’età, ma anche in seguito, il pensiero corre sempre dietro la stessa idea, lo chiamai Il fico, in onore della sorella, nome che conserva ancora oggi a distanza di otto lustri.
La serata di gala, ed anche le successive, fu allietata dalla musica dei Labbers, un complesso di quattro amici, che, con la scusa di lanciarli, feci esibire gratuitamente per un mese.
Alla porta Nando, il più robusto degli amici, al quale nessuno sfuggiva, al bar Sergio, che abilmente, utilizzando micidiali bustine, preparava intrugli che avrebbero avvelenato uno struzzo e spacciava per champagne francese il nostrano famigerato Perlino.
Il divertimento era assicurato grazie alle nostre simpatiche amiche che organizzavano irresistibili cotillons, privi di ricchi premi.
Tra i più eleganti Gennaro e Lucio, spesso accompagnati da belle ragazze senza mai concludere niente di penetrativo.
L’atmosfera era festosa ed il divertimento assicurato, ma l’impegno di dover stare nel locale ogni sabato e domenica dopo pochi mesi mi pesava troppo, per cui accettai l’offerta di Gian Filippo di subentrare prima nella gestione del locale. In cambio mi diede uno splendido brillante di quasi due carati, che gli era stato restituito da una fidanzata che lo aveva piantato e che io, dopo anni, feci pegno del mio eterno amore con Elvira.
Dopo poche serate vi fu la visita con relativa multa salatissima della Siae e dopo alcuni giorni si presentò la malavita a richiedere la tangente.
Gian Filippo se la fece letteralmente nei pantaloni e mise a presidiare la discoteca don Salvatore, il quale, a suon di mazzate, convinse gli estorsori a girare al largo. Da allora si è impossessato del Fico che gestisce come sua proprietà ed è già molto che se il mio amico vuole trascorrere una serata non gli fa pagare il biglietto.




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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(3^ puntata)

 I 19 anni sono un periodo leggendario per il nostro eroe: viaggi continui, alternati a fidanzamenti collettivi con ragazze da sballo, conquistate in egual misura  dal suo sguardo magnetico, dall’invio di superbi cesti di fiori(per il quale rinviamo allo scritto” Le rose di Poggioreale” e dallo sfoggio di auto di lusso: partito dalla mitica 500, che conserverà per anni e che in una nottata gli permise di raggiungere la Svizzera per un appuntamento erotico, passerà poi a vari modelli di spider, per concludere in gloria con una Ferrari Super America. Vari scritti narrano queste gesta degne della penna di Omero ed è a loro che affidiamo il lettore, che potrà seguire un viaggio di 40 giorni per l’Europa, con tappe importanti a Stoccolma, Berlino e Praga, per passare poi ad una storica estate a Capri, della quale si parla ancora, a distanza di mezzo secolo nella celebre piazzetta.





Geltrude negli anni Sessanta

Le rose di Poggioreale

Negli anni Sessanta il nostro eroe, lo chiameremo Geltrude, aveva circa vent’anni, era squattrinato e gli piacevano le ragazze, passione che coltiverà assiduamente per tutta la vita.
La sua mente era fertile e partoriva idee originali a getto continuo.
Erano tempi in cui le donne di qualsiasi età gradivano i complimenti ed impazzivano per gli omaggi floreali; una  monumentale composizione di rose avrebbe permesso a chiunque di fare breccia nel cuore di una fanciulla, anche se la segreta speranza del corteggiatore era di poter conquistare ben altri territori anatomici.
Come fare se si disponeva di poche migliaia di lire da investire?
Preliminarmente il Nostro chiedeva a tutti i suoi amici il recapito di belle ragazze, non importava se conosciute solo di vista, bastava l’indirizzo e qualche notizia sulla fanciulla: colore degli occhi e dei capelli, età, segni particolari. Quindi Geltrude seguiva con attenzione la rubrica dei necrologi sul Mattino ed appena compariva una sfilza di inserzioni per qualche cadavere eccellente si precipitava al cimitero e recuperava dalle corone di fiori, abbandonate nella grande piazza di Poggioreale, le rose più belle e dal gambo più lungo.
Ottenuto un cospicuo numero di esemplari si recava, prima in una bancarella di via Foria, ad acquistare alcuni cesti di vimini a cinquecento lire cadauno, poscia da uno scalcinato fioraio del Vomero, che possedeva, abusivamente, l’elegante carta con l’intestazione della Fleurop ed era abile nelle composizioni floreali, miscelando muschio ed affini alle rose, a fronte di altre cinquecento lire di spesa.
Ottenuti 3-4 cesti di rose belli e degni di una diva del cinema, Geltrude si recava nei pressi delle vittime… designate e fermava uno scugnizzo di passaggio, al quale prometteva una lauta mancia se avesse consegnato l’omaggio a domicilio. Quindi si nascondeva ed aspettava l’uscita a mani vuote del ragazzo dal portone. Certo della consegna si allontanava rapidamente, sorvolando sulla mancia e si trasferiva ad un altro recapito.
Naturalmente il cesto non era anonimo, bensì accompagnato da un elegante biglietto da visita con stemma nobiliare a più palle e naturalmente il numero di telefono del conte di Laviano…
Tornato a casa bisognava semplicemente attendere il ringraziamento che non si faceva attendere. Metà delle telefonate erano delle mamme, entusiaste all’idea che le grazie della figliola avessero accesso la galanteria ed il desiderio di un ammiratore così ricco ed addirittura blasonato.
L’unica difficoltà era districarsi tra le domande incalzanti: dove ci siamo visti o conosciuti?
Era facile acuire il mistero e far dire alla fanciulla una serie di potenziali occasioni di incontro: al matrimonio della cugina lontana, alla festa di laurea della nipote del vicino di casa, sulla spiaggia, alla presentazione di un libro. L’abilità stava alla fine della conversazione a convincere l’interlocutrice di essersi incontrati, anche se di sfuggita, proprio nell’occasione da lei ricordata.
Un appuntamento era la regola, anche se a volte bisognava superare l’ostacolo di un invito a cena preliminare a casa della potenziale suocera, che non stava nei panni dalla curiosità.
Dispersa la vegliarda era facile poi condurre, rapidamente la fanciulla in luoghi più romantici ed appartati e spesso, senza tanti preamboli, la si passava per le armi…
Bisognava poi scomparire in fretta, sia perché le indagini avrebbero in breve svelato le origini plebee di Geltrude, ma soprattutto perché altri bocconcini prelibati attendevano di essere gustati.
Una sola volta è capitato al nostro eroe di rincontrare a distanza di anni una ragazza conquistata e concupita grazie ai fiori di Poggioreale.
L’incontro è stato imbarazzante, ma fortunatamente privo di spiacevoli conseguenze.
Divenuto uno stimato professionista, coniugato e con prole, Geltrude, incontrando un collega nel mese di agosto lo invita a fare un bagno con la sua famiglia nella sua villa con piscina.
“Non vorrei dare fastidio vi è anche mia suocera”.
“Nessun problema ospiti da me vi sono alcune mie zie di annata che potranno farle compagnia”.
Quale sorpresa ed iniziale imbarazzo quando, aprendo la porta, la moglie del collega si materializzò per una delle mie conquiste migliori, ancora in carne, anzi fin troppo, a giudicare da un’abissale scollatura. Mummificata viceversa la mamma che mi gelò con lo sguardo, ma riuscì a trattenere ricordi ed emozioni. Inconsapevole il marito, cornuto ante litteram, che si attivò per cementare la nuova amicizia, permettendo ad una vecchia tresca di risorgere vigorosamente.





Agosto 1968: prima tappa Stoccolma

1° agosto 1968 Geltrude e Luciano si apprestano a compiere un lungo viaggio attraverso l’Europa, avendo come tappa principale Stoccolma. Erano tempi in cui il fascino della Svezia, terra di vichinghe di rara bellezza aduse alla pratica del libero amore, era irresistibile tra i maschi mediterranei, che ambivano a raggiungere la lontana nazione con la speranza di poter tornare con succose avventure da raccontare agli amici rimasti in città.
Luciano possedeva, adoperato nella fabbrica del padre, un pulmino Volkswagen, il quale, tolti i sedili posteriori, divenne una comoda camera da letto viaggiante.
Il percorso si snodò attraverso Svizzera, Germania e Danimarca, per giungere tra le intricate foreste scandinave, talmente fitte che bastava inoltrarsi per pochi metri allo scopo di soddisfare una improcrastinabile funzione fisiologica per sperdersi. Più di una volta lo spavento fu forte ed il ritorno all’ovile possibile grazie a potenti richiami a squarciagola.
Appena giunti nella capitale nordica prendemmo alloggio nei pressi dell’ostello, tra i più belli d’Europa, collocato su di una nave attraccata al molo di uno dei numerosi canali che attraversano la città. Lo scopo era duplice: da un lato poter usufruire, spacciandosi per clienti, delle strutture dell’albergo galleggiante per docce, rare, ed evacuazioni varie, quotidiane; dall’altro per poter tenere sotto stretta osservazione il via vai di pulzelle di varia nazionalità, alcune ultraminorenni, che costituivano un ideale terreno di caccia per due arrapatissimi galli meridionali.
Già dal primo giorno riuscimmo, nonostante il nostro inglese scalcinato, a rimorchiare due fanciulle niente male provenienti dal sud della Francia. Destinazione una simpatica balera nota per prediligere balli lenti, l’ideale per i  contatti ravvicinati.
La serata fu simpatica ed io potetti scegliere la ragazza più bella grazie alla proverbiale bruttezza del mio amico Luciano, che univa ai tratti scimmieschi del volto una totale incapacità a calamitare l’attenzione femminile. Non riuscimmo però a raggiungere lo scopo che ci eravamo prefissi: la trombatura e ci accorgemmo che le francesi, come le italiane dell’epoca, avevano costumi sessuali molto morigerati.
Bisognava puntare senza indugi sulle vichinghe e cercare un luogo ancora più favorevole a concludere la scorribanda.
Ci avevano parlato di un locale dove le acchiappanze si facevano con lo sguardo, fissando la preda con un intenso sguardo sessuale e scambiandosi perentori messaggi attraverso un intricato servizio di posta pneumatica tra i tavolini. Pensai che il mio amico Luciano con la sua faccia di c… avrebbe mietuto successo.
Poi la scelta cadde su una balera notoriamente frequentata dalle più belle donne di Stoccolma, dove l’accesso maschile era consentito soltanto a marocchini, italiani e negri. All’ingresso sul polso veniva apposto un timbro, che consentiva di poter rientrare nel locale dopo aver fugacemente frequentato la boscaglia circostante con qualche procace fanciulla razziata tra un complimento audace ed un  ballo avvinti come l’edera.
L’abitudine di marcare i clienti fu da noi abilmente sfruttata per entrare nel locale per vari giorni senza fare un nuovo biglietto. Bastò infatti ricoprire con un cerotto il timbro per evitare che sbiadisse ed il gioco era fatto.
Lì finalmente riuscii a rimorchiare una biondissima fanciulla che, senza tanti inutili preamboli, mi invitò a casa sua a placare i miei istinti repressi.
Al mattino mi accorsi che abitava, da sola nonostante avesse appena diciotto anni, nel mezzo del bosco ed ebbi timore a ripercorrere la strada verso il nostro pulmino parcheggiato nei pressi della discoteca.
La ragazza comprese la mia paura e si offrì di accompagnarmi, anzi, giunti a destinazione, disse candidamente che poteva trattenersi con me per il tempo che desideravo. Nel frattempo la nostra Volkswagen ospitava cinque dormienti, perché avevamo reclutato tre autostoppisti, un napoletano Renato, un romano ed un alto atesino, allo scopo di dividere le spese per la benzina.
Inge non si preoccupò più di tanto, anche se spazio del nostro giaciglio era ridotto all’osso e non permetteva alcun movimento. Durante le nostre effusioni sessuali notturne tutti gli altri fingevano di dormire ed il mio imbarazzo era tangibile perché la ragazza, al culmine dell’eccitazione, sguaccheracchiava in maniera assordante.
Eravamo oramai inseparabili e non riuscivo a trovare un modo per mollare la ragazza. Ci apprestavamo a spostarci verso l’Europa dell’est, ma Inge voleva continuare il viaggio con noi.
La visita ad un grande magazzino a più piani mi diede l’occasione per liberarmi di una presenza oramai ingombrante. I molteplici interessi di ognuno ci portavano a visitare piani diversi, dove era esposta varia mercanzia. Ci demmo appuntamento dopo trenta minuti all’ingresso, mentre ad Inge dissi di tornare dopo un’ora. All’appuntamento mancava Renato ed i minuti passavano freneticamente. Temetti di perdere l’occasione, ma poi ebbi l’idea di chiamarlo all’altoparlante. La signorina voleva fare lei l’annuncio, ma le facemmo capire che il nostro amico non avrebbe capito l’idioma straniero. Incautamente mi fu affidato il microfono e colsi l’opportunità per divertirmi e far sorridere i tanti italiani sparpagliati per il negozio
“ Figlie e puttane, mocca a mammete, vuoi scendere o t’aggio manna a fan culo, scurnacchiate”. L’appello ebbe un immediato riscontro e potemmo tagliare la corda dopo aver consegnato lo zainetto della fanciulla al personale all’ingresso.

La primavera di Praga ed il seno di Jolanda

Lasciata alle spalle la Scandinavia, la combriccola si dirige spavalda verso la Germania orientale: obiettivo Berlino est.
All’epoca era estremamente difficile visitare la zona comunista della città, divisa da quella occidentale, a parte dal famigerato muro, da una striscia di quasi un chilometro di terra di nessuno, dall’aspetto lunare, con gli edifici sventrati dalle bombe ed il tempo che sembrava fermo al 1945.
Camminare per le strade di Berlino est dava l’impressione di un viaggio a ritroso nel tempo e la sensazione di una povertà diffusa, dignitosa e severa. Visitare il museo delle conquiste del comunismo equivaleva a percorrere le sale di Standa o della Rinascente, mentre code interminabili fuori ai pochi negozi aperti davano un senso di malinconia infinita. Qualunque paragone con l’Occidente era improponibile e passare a Berlino ovest provocava le vertigini, perché gli americani non avevano lesinato mezzi per edificare ex novo una città modernissima, avendo cura di lasciare dappertutto un cumulo di macerie, con di lato la foto dello stato dei luoghi prima della furia devastatrice della guerra. Chiese e palazzi pubblici ricostruiti e sovrapponibili a quelli polverizzati dai bombardamenti a tappeto imponevano una continua meditazione sulla sciocca malvagità dell’uomo.
La parte comunista della città era soffocata da una cappa di tristezza burocratica generalizzata, le ragazze malvestite e senza trucco non ispiravano pensieri bellicosi a differenza delle sorelle occidentali che lanciavano, spavalde, sguardi assassini.
Nel fondo di un cassetto, dimenticate da quaranta anni ho scovato alcune foto sbiadite: mentre bacio la statua di un padre della patria, sotto lo sguardo sorridente di Luciano, davanti alla Porta di Brandeburgo, sorvegliata giorno e notte  dai vopos, i gendarmi dal ghigno feroce severi guardiani dell’ortodossia, vicino ad un tram scalcinato, gioiello della produzione metallurgica comunista, a confronto del quale il numero 1 di Napoli avrebbe fatto un figurone, in una piazza dai giardini a guisa di orti ed infine mentre passo senza troppi preamboli alla conquista di Ursula, una sedicenne di ampie vedute, che, una volta conquistata, voleva consumare senza indugi l’amore in un pubblico parco.
Ci trasferimmo poi in Cecoslovacchia ed entrando da un confine amico potemmo evitare di dover indicare dove avremmo alloggiato e mostrare i soldi che avremmo speso, un tot al giorno obbligatorio. I paesi dell’est era popolati da straccioni, ma i turisti non dovevano esserlo.
Praga era una città piena di vita e si percepiva nell’aria che qualcosa di importante stava per accadere. I giovani si trattenevano fino a tardi per le strade e molti avevano chitarre e vecchi violini con i quali accompagnavano struggenti melodie.
A piazza San Venceslao incontrammo tantissimi italiani ed anche molti napoletani, io potetti riabbracciare Natalino un compagno delle scuole medie che non vedevo da anni. Ascoltammo meravigliati che ai turisti veniva imposto dove dormire ed alcuni, la sera, dovevano percorrere anche quaranta chilometri per raggiungere l’albergo. Bisognava poi spendere ogni giorno diecimila lire ed alla dogana andava obbligatoriamente cambiato tanto denaro quanti giorni si sarebbero trascorsi in vacanza. La valuta locale non permetteva di acquistare che pochissime merci, per cui, anche se non veniva spesa, non poteva essere riutilizzata per il cambio.
Il vestiario dei turisti, anche se consunto, faceva impazzire  gli indigeni, si ripetevano le scene dei marinai di Colombo che, giunti nel nuovo mondo, barattavano perline di alcun valore con oggetti di metallo pregiato.
I praghesi letteralmente ti spogliavano e noi piazzammo scarpe, magliette, penne e matite a prezzi sbalorditivi. Alcune volte lo scambio avveniva in natura ed a tale scopo eravamo venuti ben forniti di rossetti e calze di nailon, per cui potemmo fare cose turche per vari giorni.
All’epoca possedevo uno spider 850 Bertone e ne mostrai la foto ad uno dei contrabbandieri più audaci di Praga, il quale mi disse che se lo avessi portato anche solo al confine lo avrebbe acquistato, in valuta pregiata, ad un prezzo stratosferico. Purtroppo dopo ciò che successe nei giorni successivi non ebbi più sue notizie, probabilmente sarà finito in Siberia.
Con la moneta locale ottenuta vendendo quasi tutto il vestiario facemmo affari sensazionali. Io acquistai una collezione di francobolli, che al ritorno in Italia rivendetti ad un prezzo decuplicato, mentre gli altri amici comprarono attrezzatura per campeggio, spartana ma efficiente e addirittura alcuni pregiati cristalli di Boemia.
Dopo circa una settimana decidemmo di puntare verso l’Austria  e partimmo all’imbrunire. Mentre gli amici dormivano io guidavo il pulmino tra lampi e fulmini ed una visibilità ridotta all’osso. Attraversavamo una foresta, pare quella dove sono ambientate le imprese del conte Dracula, quando all’improvviso, dopo tanti animali che mi avevano tagliato la strada, comparve un miraggio all’orizzonte: due splendide ragazze che nel buio pesto di una strada deserta, alle due di notte, chiedevano un passaggio. Frenai senza indugio e feci salire le fanciulle, che si accomodarono felici senza badare ai quattro amici svegliatasi di soprassalto.
Le due ceche erano veramente bellissime e ci raccontarono in tedesco, lingua ben nota all’amico di Bolzano, che erano dirette alla loro dacia, dove i genitori le avevano inviate all’improvviso. Col senno di poi capimmo che erano figlie di persone molto importanti, che avevano avuto sentore che la situazione politica stava per precipitare.
Dopo circa un’ora arrivammo a Ceske Budejovice, una località dove si trovava la loro dimora di campagna. Nel frattempo, ceduta la guida a Luciano, avevo scambiato sguardi sessuali assassini alla più bella delle due, Jolanda. Giunti a destinazione le fanciulle ci invitarono a trascorrere a casa loro le ore fino all’alba e naturalmente non ce lo facemmo dire due volte.
I tre più imbranati rimasero a dormire nel pulmino, mentre con Renato ci sistemammo in casa e cominciammo a cucinarci le ragazze. Io e Jolanda in salotto ci guardavamo intensamente e l’atmosfera romantica non mancava, alla radio, nel buio della notte, si poteva ascoltare il Notturno dall’Italia e, che fortuna, Mina in una delle sue canzoni gorgheggiate. Digiuno delle lingue, in latino, cercavo disperatamente, dopo le presentazioni di rito(Ave puella quomodo appellarsi, ego sum Achilles) di far capire le mie intenzioni penetrative e Jolanda pare mi volesse far intendere che era al primo giorno di mestruazione. Avevo dedicato l’attenzione al suo seno, sodo e prorompente, quando all’improvviso la musica si interruppe e la radio cominciò a ripetere senza sosta un breve comunicato. Jolanda scoppiò a piangere ed io cercai di  ascoltare con attenzione. Tra parole mi colpirono: armada, putsch e russia, ma non avrei mai immaginato la gravità della situazione. Con la radio andai in giardino e svegliai l’amico nordico che, stupefatto, annunciò: “L’armata russa ha invaso il paese”.
Spaventatissimi decidemmo di partire subito e da allora il mio odio per i sovietici ed il mio anticomunismo viscerale è cresciuto sempre più. Vedersi svanire una ragazza come Jolanda ad un passo dalla conquista totale è un pensiero che mi ha ossessionato per tanto tempo. Le ragazze scapparono con noi, ma per prudenza e vigliaccheria le facemmo scendere in prossimità del confine che temevamo bloccato. Viceversa le guardie alla frontiera erano scappate anche loro in Austria e trovammo la barriera alzata. Esausti percorremmo oltre cinquecento chilometri raggiungendo la Jugoslavia.
Eravamo stanchi del nostro viaggio che durava da quaranta giorni, il tempo era spesso piovoso e vagammo pigramente lungo la costa fino all’Albania.
La bellezza dei luoghi non ci colpì più di tanto e le ragazze ci sembrarono alquanto selvatiche. Qualche puledra avrebbe meritato di essere cavalcata, ma oramai volevamo soltanto tornare a casa dove amici e parenti dovettero per giorni ascoltare ripetutamente il racconto delle nostre avventure.

 
Achille, Annamaria, Manuela e Carlo dal principe Sirignano

Estate a Capri


Il viaggio a Stoccolma ed a Praga fu preceduto da un lungo soggiorno a Capri. Io e Carlo prendemmo alloggio a Villa Api, una pensioncina posta al culmine di via Tiberio con un ultimo strappo in salita da togliere il fiato. Da lì partivamo per le nostre scorribande finalizzate al reperimento, per scopi ludici, di belle figliole di facili costumi.
Il primo incontro avvenne senza necessità di spostamento grazie alla circostanza che le nostre vicine di stanza erano tre bionde dai reggiseno straripanti, che si cambiavano d’abito ripetutamente per la gioia dei nostri occhi, stabilmente fissi nel buco della serratura attraverso il quale seguivamo ogni minimo movimento.
Decidemmo di abbordarle per iscritto ed avendole giudicate troppo belle per essere italiane, facemmo scivolare audaci bigliettini con focosi apprezzamenti romantici sotto la porta che divideva le due stanze. Il nostro inglese alquanto scalcinato era costituito da una serie di frasi preparate a tavolino e quasi sempre si dimostrava efficace. Le risposte erano piene di errori e questo dettaglio eccitò la nostra fantasia: svedesi, francesi, tedesche?
Lo scambio epistolare durò alcuni giorni e sfociò alla fine in un appuntamento in piazzetta per prendere un caffè assieme.
Parlare in inglese è ben più arduo che scrivere e noi conoscevamo solo poche frasi per rompere il ghiaccio, ma quale fu la reciproca meraviglia quando constatammo, tra grasse risate, che anche le fanciulle, native e dimoranti a Piacenza, ci avevano scambiato per stranieri. Il resto, favorito da generose libagioni andò al di là di ogni più rosea speranza e la conclusione la lascio alla fantasia del lettore.
Durante il periodo della nostra villeggiatura il principe di Sirignano era il mattatore incontrastato della vita mondana caprese e noi avemmo modo di conoscerlo personalmente, anche se di sfuggita, molto di sfuggita...
Ci trovavamo ai bordi della piscina della «Canzone del mare», che, squattrinati,  raggiungevamo senza pagare l’ingresso attraverso gli scogli. Io ero in compagnia di Carlo, allora, come me, giovane audace e scapestrato, oggi severo e stimato Procuratore della Repubblica.
Mentre ci guardavamo intorno alla ricerca di qualche bella fanciulla da accalappiare fummo attirati da ciò di cui parlavano due affascinanti ragazze bionde della società dorata napoletana.
Anna Maria e Manuela, favoleggiavano di una grande festa da ballo che, organizzata dal principe di Sirignano si sarebbe svolta quella sera ed alla quale avrebbero partecipato centinaia di invitati, parte in abiti da gala e parte in maschera.
Il sogno delle due ragazze era quello di poter partecipare ad una festa così importante per far notare la loro bellezza, che era veramente sfolgorante e per fare qualche conoscenza interessante. Presi la palla al balzo e con sfacciataggine mi avvicinai alle due fanciulle e dopo essermi presentato come conte, millantai un amicizia di famiglia di vecchia data col principe Sirignano, dal quale potevano considerarsi, se volevano, invitate al ricevimento.
Anna Maria e Manuela mi abbracciarono e baciarono contentissime e corsero in albergo e dal parrucchiere per prepararsi adeguatamente alla festa di cui si credevano invitate ufficialmente.
Ci demmo appuntamento in piazzetta con le ragazze per le 21.
Per me ed il mio amico si imponeva il problema dell’abito da sera che non possedevamo, ma potendosi presentare anche in maschera, la scelta cadde su due travestimenti da antichi romani, che fu facile arrangiare con le lenzuola dell’albergo ove alloggiavamo ed i tralci di viti del vicino giardino.
Così agghindati, io da Bacco e Carlo, il mio amico, da ancella e muniti anche di un bidet di plastica portatile, sottratto alla pensione e tenuto da me sotto braccio con eleganza e naturalezza, ci presentammo in piazzetta all’appuntamento con le due ragazze.
Non curanti di un passante che mi apostrofò col grido «ma che puort dui cess», ci dirigemmo verso la villa ove si svolgeva la grande festa.
Fummo accolti dal maggiordomo e da alcuni camerieri, ai quali consegnai in deposito il bidet e mi presentai come invitato del conte della Ragione, cioè di me stesso.
Mentre il maggiordomo si recò dal principe ad informarlo del nostro arrivo, fummo sequestrati dai fotografi, che nel giardino della villa ci immortalarono in più pose.
Con la coda dell’occhio vidi il principe, accigliato, e spalleggiato da vari camerieri, dirigersi verso di noi e feci appena in tempo ad avvertire Anna Maria e Manuela che splendevano nei loro abiti da gran sera, di allontanarsi e di mischiarsi tra la folla degli invitati.
Il principe volle sapere chi eravamo, e quando seppe che ci aveva invitati il conte della Ragione, a lui naturalmente ignoto, ci fece capire che se non ce ne andavamo con le buone avrebbe chiamato i carabinieri.
Moggi moggi guadagnammo l’uscita, ma giunti in piazzetta ci ricordammo del bidet e tornammo indietro per riprenderlo. Bussammo e alla finestra del primo piano il maggiordomo gridò «andatevene o chiamo la polizia!» «La chiamiamo noi la polizia se non ci restituite il bidet» rispondemmo noi. Pochi secondi e l’«accessorio» ci fu scaraventato dalla finestra. Il giorno dopo potemmo acquistare da Foto Capri le nostre immagini immortalate durante la festa e l’unico lato positivo della vicenda fu, che con le due ragazze, nonostante tutto, facemmo amicizia. Una amicizia tanto intensa che dura ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni.


  

Il saccheggio di Villa Malaparte

I bagni a mare erano la nostra ultima preoccupazione, mentre appena svegli cercavamo di escogitare sistemi sempre più raffinati per sedurre giovani fanciulle.
Terreno delle operazioni era la celebre Piazzetta con i tavolini dei bar che invogliano a dedicarsi animo e corpo al dolce far niente.
Le ore serali erano favorevoli quanto le mattutine.
Spalla delle mie performance era come sempre Carlo, che vestiva con grande eleganza una candida livrea, spacciandosi per il mio cameriere personale.
Ideai tre tecniche per le acchiappanze che adoperavo a seconda dell’età delle prede.
Se volevo abbordare una signora alto borghese annoiata, con il marito rimasto in città, davo l’impressione, nonostante la giovane età, di essere un personaggio importante. Per cui, seduto ad un tavolino limitrofo ed  addentando un Avana, mi sprofondavo nella lettura della pagina economica del New York Times. Dopo qualche minuto venivo interrotto da Carlo, il mio cameriere, che su un vassoio luccicante mi porgeva un telefono bianco dal filo interminabile che si perdeva all’infinito, annunciandomi che ero desiderato da un personaggio importante, a secondo dei casi, un famoso industriale, un blasonato o un vip a ventiquattro carati.
Infastidito rifiutavo la telefonata e scambiavo uno sguardo complice con la signora, che oramai era pronta per scambiare qualche frase di circostanza. Rotto il ghiaccio si cercava senza indugi  di passare ad infrangere qualcosa di più consistente ed il più delle volte il tentativo era coronato da successo.
Per abbordare le giovanissime fiori e lettere romantiche costituivano una miscela esplosiva in grado di fare mirabilie.
Identificata una preda, in compagnia di un’amica in genere orripilante, mi posizionavo in un tavolino nei paraggi e cominciavo ad esercitare, con profondità ed acuta introspezione psicologica, il mio mitico sguardo sessuale. Dopo qualche minuto Carlo, sempre nella veste di cameriere, si avvicinava alle ragazze e porgeva da parte mia una rosa rossa ed una lettera nella quale brevemente affermavo: “ Vorrei conoscervi, ma sono paralizzato dalla timidezza, volete avvicinarvi al mio tavolo a bere una coppa di champagne?”
Statisticamente, un terzo tratteneva il fiore scambiava un sorriso e continuava a bere l’aranciata ed a conversare con la compagna, un terzo gettava a terra rosa e lettera che, prontamente recuperate, venivano riciclate per un nuovo tentativo ed infine, fortunatamente, una quota accettava l’invito e si trasferiva immantinente al mio tavolo dove, da cosa nasce cosa, tra una battuta e l’altra, cercavo di fissare un ulteriore più efficace appuntamento, al mare o se possibile al night, dove la sperimentata tecnica di strofinamento ventrale dava sempre buoni frutti.
Per acchiappanze di massa distribuivamo per strada alle ragazze  più procaci volantini nei quali informavamo che il conte della Ragione nel suo panfilo organizzava una festa da mille ed una notte, durante la quale si sarebbe svolto un concorso di bellezza, del quale noi eravamo incaricati di una pre selezione da svolgersi in discoteca.
Reclutammo un fiume di teen agers tra le quali non riuscivamo a dividerci, per cui chiedemmo a Napoli rinforzi e giunsero Elio e Francesco, che presero di nascosto alloggio senza pagare nella nostra stanzetta, che possedeva un’uscita indipendente sulla strada.
Una sera mentre eravamo seduti alla tavola calda di via Roma, angolo piazzetta, dove consumavamo pasti frugali riutilizzando scontrini caduti a terra o recuperati sul bancone, affianco a noi si sedettero due ragazze da schianto in compagnia di una signora matura (da ragazza doveva essere stata una sventola) e da un barboncino rompiballe, il quale si intrufolava sotto tutti i tavoli abbaiando a squarciagola.
Vicino a noi sedevano due ceffi dalle facce patibolari, fortunatamente gracili quanto screanzati. Infastiditi dal cagnolino cominciarono a sbraitare, protestando vivacemente con le proprietarie che, spaventatissime, scoppiarono in lacrime.
Colsi la palla al balzo per presentarmi come campione di lotta libera, disponibile ad un cenno a polverizzare con l’aiuto dei miei amici gli scostumati molestatori. Voglio premettere che Carlo possedeva spalle robuste ed il nuovo arrivato Francesco, alto quasi due metri aveva un fisico da culturista; Elio era poco dotato fisicamente, ma era brutto da fare paura. Conclusione: i due se la diedero a gambe levate e le ragazze si trasferirono al nostro tavolo riconoscenti.
Fatta rapidamente amicizia ci confidarono che conoscevano un posticino da favola per fare il bagno. In un angolo appartato lontano da occhi indiscreti a tal punto da potersi immergere tra i flutti nature ammirando un panorama mozzafiato.
A noi come panorama interessava unicamente quello costituito dai seni delle fanciulle, per cui accettammo l’invito l’indomani di recarci in questo angolo di paradiso.
Un lungo e tortuoso sentiero conduceva a villa Malaparte, che da anni era abbandonata ed affidata ad un custode giudiziario che abitava ad Anacapri.
Lo scrittore, autore di libri immortali come La Pelle, dopo essere stato fascista ed essere riuscito grazie ad un’amicizia personale col duce a costruire la sua magione a ridosso dei Faraglioni, in età matura era divenuto comunista ed aveva deciso di lasciare la sua proprietà alla Repubblica popolare cinese, un’entità che all’epoca l’Italia non riconosceva come Stato. Ne era nata una causa con gli eredi dello scrittore e nelle more era tutto sotto sequestro. Per inciso dopo anni la giustizia ha dato ragione ai nipoti, che hanno trasformato la struttura in una fondazione per organizzare convegni di scienziati da ogni parte del mondo.
Detti uno sguardo alle finestre e notai che all’interno era rimasta la biblioteca dello scrittore stracolma di libri, anche rari e di numerosi carteggi con personalità della politica e della cultura.
Il primo pensiero fu di visitarla più accuratamente… e bastò uno spintone energico ad una finestra per penetrare all’interno. Quel che vedemmo fu sufficiente a prendere la decisione di ritornare col favore delle tenebre per compiere un’indagine più approfondita.
Dedicammo le ore solari al bagno con le ragazze e ad abbronzarci sullo splendido solarium posto sul terrazzo. Le anatomie esposte nella totalità della loro devastante bellezza non distoglievano però il mio pensiero che correva al tramonto.
Riaccompagnate in piazza le pulzelle ritornammo, muniti di sacchi, alla villa ed arraffammo l’impossibile. Io personalmente, oltre ad una cinquantina di libri antichi, presi un carteggio con Cesare Battisti, naturalmente l’eroe non il terrorista,  una raccolta di cartoline osé e centinaia di foto di conquiste femminili dello scrittore in abiti adamitici.
Era nostra intenzione di organizzare con una barca a motore un saccheggio in piena regola, ma fummo costretti a desistere, non certo per un perentorio richiamo della coscienza, ma unicamente perché dopo alcuni giorni ci vennero a trovare le ragazze che erano state interrogate dai carabinieri allertati dal custode.
Rinunciammo così a svuotare completamente la villa e ci contentammo di dedicarci soltanto alle procaci grazie femminili che per un poco avevamo trascurato.

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 I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(4^ puntata)

 Achille ha costantemente amato il Carnevale ed il suo abito preferito è stato sempre quello da prete, il classico naturalmente, dalla interminabile vrachetta, di cui ne possedeva uno originale, ereditato dal cappellano dell’ospedale di Cava de’ Tirreni (fig.1) e col quale fu protagonista di un divertente  episodio nel casino di Santa Chiara che ora vi raccontiamo.


fig. 1 - Achille  prete

Donna Amalia era figlia d’arte, sua mamma Concettina aveva esordito a Napoli nel celebre casino di via santa Lucia, ove ritornava spesso e volentieri ed anche lei aveva lavorato nella celebre istituzione partenopea, frequentata da nobili e da gerarchi, dopo essere stata battezzata a quattordici anni dal marito della signora nella casa dove era stata messa a servizio. La mamma era stata immortalata in una cartolina (fig.2)  che aveva fatto il giro d’Italia e che troneggiava in salotto in una pacchiana cornice d’argento.
Con la legge Merlin si mise in proprio, guadagnando una barca di soldi e sposando alla fine il suo magnaccia. Era molto ricercata dai clienti per una specialità che le aveva permesso nell’ambiente di essere conosciuta come La bolognese.


fig. 2 - Concettina


Gli anni passavano e donna Amalia capì che era meglio vivere alle spalle degli altri, anzi delle altre.
Aprì una casa chiusa in uno dei vicoletti prospicienti il complesso monastico di Santa Chiara e si preoccupò di selezionare la clientela. Per usufruire delle prestazioni bisognava essere conosciuti e fortuna volle che uno dei primi clienti fu il mio amico Gian Filippo, notoriamente tra i più arrapati frequentatori di prostitute dell’area campana già  dall’età di sedici anni.
Dopo una serata di baldoria ci presentammo tutta la combriccola da donna Amalia, mettendola in seria difficoltà, perché nella casa esercitava una sola ragazza per volta, che dovette fare lo straordinario per placare le nostre ansie giovanili, aiutata dalla stessa maitres, che non disdegnava di rendersi utile e nelle emergenze rimasticare l’antica abilità.
In seguito in poche settimane presentai una cinquantina di amici a donna Amalia, tutti rampolli di buona famiglia ben dotati economicamente, che divennero assidui clienti, a tal punto che si dovettero chiudere le iscrizioni della benemerita istituzione.
Per  gratitudine donna Amalia mi promise che avrei potuto frequentare gratuitamente la sua casa…, non immaginando che per alcuni anni non avrei saltato una serata.
Le ragazze, come era sana abitudine durante il ventennio, cambiavano ogni settimana, spesso erano minorenni ed alcune veramente molto belle. Par condicio tra bionde e brune che erano ospitate nella struttura e passavano la mattinata a guardare la televisione ed a sfogliare rotocalchi, in attesa delle 17, quando cominciavano a venire i clienti, un flusso ininterrotto fino a circa le due.
Gian Filippo era uno dei più assidui frequentatori assieme a Lucio, un arrapato cronico che grazie alla raccomandazione del padre questore diverrà immeritatamente regista della televisione. Più di una volta ad entrambi capitò di innamorarsi di qualche signorina… e solo grazie al buon senso di queste alacri lavoratrici non si sono inguaiati a vita.
Anche Sergio, famoso per la sua mole schifosa e per il suo alito pestifero, non faceva passare settimana senza una visita, almeno per vedere la ragazza e non ve ne era una che non fosse di suo gradimento.
L’episodio più divertente è capitato in periodo di carnevale, quando finita una festa ci presentammo in quattro a chiudere degnamente la serata.
Diego, Luciano e Gennaro erano in smoking, mentre io ero in abito talare, una maschera originale che mi era stata regalata dal cappellano dell’ospedale dove da poco lavoravo.
Donna Amalia dalla finestra all’inizio non mi aveva riconosciuto, poi per le scale le dissi di non dire niente alla ragazza, che ci saremmo fatti quattro risate.
In sala d’attesa vi erano due paesanotti dall’aria imbranata, che rimasero di stucco quando con nonchalance, posato il cappello, mi accomodai nel salottino e cominciai a sfogliare alcune riviste pornografiche. Addirittura mi vollero cedere il turno ed io entrai baldanzoso nella stanza. La ragazza, giovanissima, era alquanto imbarazzata e chiese cosa avrebbe dovuto fare. “La vedi questa vrachetta di un metro e mezzo, comincia a sbottonarla ed occupati di lui”.
Passato il momento iniziale la ragazza entrò in carburazione e si dimostrò molto esperta. Alla fine chiese da quale convento venissi ed io le risposi candidamente: “Da qui di fronte, da Santa Chiara”.
“ Non credevo che anche voi faceste queste cose”
“ Ingenua lo facciamo più degli altri ed in convento spesso ci sodomizziamo a vicenda”.
Usci baldanzoso e cedetti il posto ai due cafoncelli.
A distanza di anni donna Amalia raccontava divertita l’episodio, aggiungendo che la ragazza, sicura di aver commesso peccato, il giorno dopo era andata a confessarsi e non aveva ottenuto l’assoluzione.
 

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 I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(5^ puntata)

 

fig. 1 - Gino e Vittoria  -Papa e papessa

Oltre alle prestigiose feste che si svolgevano all’Hotel Cipriani di Venezia, alle quali partecipava assiduamente ed una volta vinse il 1° premio di 10 milioni, egli organizzava con Elvira feste indimenticabili nella loro villa di Posillipo delle quali parlavano i giornali per giorni.

Cominciamo da:

Una festa di Carnevale indimenticabile

La tradizione del Carnevale risale ai tempi lontani della Serenissima, quando era famosa in tutta Europa, ma riprese in grande stile a partire dal 1980, quando riempì del suo eco il mondo intero.
Soltanto Venezia, una città senza futuro, può rivivere pienamente il passato, dove il bello è a diretto contatto con la fine. Dietro l’essere nel suo pieno fulgore c’è solo il fantasma della morte. Se le persone indossassero sempre maschere in un luogo che vive più di passato che di presente sarebbero il tragico specchio di essa.
Eppure Venezia la senti sotto pelle quando ne indossi il passato. Da quando celebrò lo Sposalizio col Mare sul regale Bucintoro, essa si legò ad un destino superiore e dai fasti splendori iniziò a decadere progressivamente. Alcuni dipinti ed affreschi ricordano nostalgicamente la sua maestà trascorsa: il Canaletto, il Guardi, il Bellotto, ne hanno magistralmente immortalato la bellezza. E niente è ridicolo, trasgressivo, impossibile nelle vie dove gli insetti ti pungono, o lungo i canali dove i topi galleggiano e i mendicanti, prima di morire, magari ubriachi, tendono ancora la mano perché sanno che la vita è generosa, mentre loro sono ormai sul triste ponte, dove la Signora vestita di nero con la falce in mano li attende.
Venezia a prima mattina è ancora un po’ dormiente, va svegliandosi gradualmente verso l’imbrunire come se nel tempo l’uomo “gaudens” l’avesse abituata al proprio ritmo circadiano. Dopo il crepuscolo incomincia a rianimarsi, ma soltanto a cena consumata le sue energie sono pronte e disponibili. Allora i vizi escono dalla prigione e si liberano in tutte le direzioni, dal gioco d’azzardo del Casinò alle cortigiane notturne, che hanno solo cambiato abitudini rispetto al passato, in cui famose ad ogni angolo erano le belle veneziane che desideravano il piacere e ad esso si offrivano. Le maschere diventano provocanti e la città rivela la sua indole più pagana che cristiana.
In passato partecipare alle favolose feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
Rammento nel 1984, quando per la prima volta decidemmo di trascorrere il Carnevale a Venezia e sentimmo parlare di queste feste favolose, la mia ricerca spasmodica per procurare gli inviti. La direzione alla mia richiesta sorrise perché i biglietti erano esauriti da mesi e potevo eventualmente acquistare quelli per il 1985. Era l’anno di un gemellaggio tra Venezia e Napoli e mi venne l’idea di telefonare a nome di un personaggio influente per ottenere in extremis la possibilità di partecipare ad uno dei veglioni in maschera.
Scelsi di spacciarmi per l’onorevole Gava e nel ristorante dove cenavamo assieme ai nostri amici Vittoria e Gino (fig.1) chiesi dove fosse il telefono (erano gli anni preistorici prima dell’invenzione dei cellulari). Il cameriere mi disse che non dovevo alzarmi perché avrebbe portato a tavola l’apparecchio ed infatti, munito di un interminabile filo, comparve un elegante telefono bianco. Imbarazzato per la presenza di tanti occasionali ascoltatori composi il numero e, fingendo prima la voce femminile di una segretaria, mi feci passare il direttore del Cipriani, al quale, qualificandomi per il vegliardo senatore, chiesi un paio di biglietti per una coppia di ospiti importanti ed influenti che desideravano, pagando regolarmente, ardentemente partecipare alla festa; non li avrei accompagnato perché molto stanco.
Il direttore si mise a disposizione, ma volle per forza fornire dei biglietti omaggio, che purtroppo non potetti utilizzare, timoroso, una volta scoperto di essere accusato di truffa, mentre se avessi potuto averli pagando non vi sarebbero stati problemi, dato che a Carnevale ogni scherzo vale. Vidi con malinconia la lancia con un impiegato con i biglietti dirigersi verso l’albergo che avevo indicato come dimora di questa coppia importante alla quale non si poteva dire di no.


fig. 2 - Achille maragià, Elvira odalisca

fig. 3 - Sfilata al Cipriani
Per l’anno successivo ci preparammo in tempo acquistando i biglietti con grande anticipo e preparando i travestimenti per le tre feste che avevano temi diversi: la prima, il venerdì, la lunga notte indiana Achille maragià, Elvira odalisca (fig.2-3), la seconda, il sabato, il grande circo, io pagliaccio (fig.4-5), la mia consorte domatrice, l’ultima, il martedì, di tendenza trasgressiva, prete e coniglietta (fig.6-7); abbigliamento talare che adoperai anche per la serata di domenica quando ci recammo al casinò, dove all’ingresso volevano vietarmi di accedere, perché privo della cravatta; evidentemente avevano scambiato un luogo di vizio e perdizione per il Parlamento. Io indossavo una giacca rossa con il collo chiuso e non si vedeva che da sotto vi era l’abito da prete. Protestai vivacemente per il divieto che volevano impormi:” Giovanotto, ma cosa vuole, che indossi una cravatta sulla mia divisa?” Fu chiamato un dirigente che, per quanto meravigliato dal fatto che fossi in compagnia di due signore, giovani, belle e scollacciate, mi autorizzò ad entrare ed a sedermi ai tavoli da gioco. Feci prima un giro nei vari locali, alternandomi al braccio delle mie accompagnatrici, tenendole strette ed accarezzandole appassionatamente tra lo stupore generale. Mi sedetti poi ad un tavolo di roulette e cominciai a vincere una cifra considerevole. Il mio stato laicale fu scoperto soltanto quando, fatta una cospicua puntata sul 28 ed uscito il 29, bestemmiai vigorosamente le principali divinità delle religioni monoteiste.
Attirati dal fascino misterioso del Carnevale negli anni successivi ci recammo altre tre volte a Venezia negli anni Ottanta, naturalmente approfittando dell’occasione anche per visitare mostre e rivedere palazzi, musei, campi e campielli. Ed inoltre Tintoretto e le Procuratie Vecchie a Piazza San Marco così suggestive quando c’è il fenomeno delle acque alte, le quali si specchiano su quella ingannevole superficie che raddoppia in un fallace rimando all’infinito i portici e gli archi già così numerosi. Il richiamo delle attività culturali così intense a Venezia è poi cosa nota in ogni luogo: dal Festival del Cinema alle Biennali di Arte e di Architettura, dalle anteprime teatrali a tavole rotonde sugli argomenti più disparati, ma l’attrattiva irresistibile era sempre costituita da quelle feste magiche in maschera che si tenevano in uno degli alberghi più esclusivi del mondo: il Cipriani.
fig. 4 - Achille con due bonazze
fig. 5  - Castrazione

Febbraio 1995, Elvira e Achille, memori delle favolose feste di Carnevale degli anni Ottanta alle quali avevano partecipato, decisero di ritornare a Venezia all’Hotel Cipriani per cercare di nuovo un’occasione di divertimento e di trasgressione. Compagni di baldoria Sonia e Diego, una coppia di amici di vecchia data, simpatica e soprattutto carica di denaro, perché il biglietto per la serata di gala nel principesco albergo costava un milione a persona.
In passato partecipare alle feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
Come era nella nostra consuetudine ci prenotammo per la famosa festa all’hotel Cipriani, che si svolgeva in una cornice di pubblico selezionato, per la maggior parte tutti clienti dell’albergo, oltremodo esclusivo.
Dopo una cena pantagruelica alla fine della serata era prevista la sfilata per la premiazione della maschera più bella. Quella sera annunciarono il premio anche per la maschera più divertente, anzi affermarono che poiché il Carnevale è soprattutto divertimento era stato previsto un premio record di dieci milioni. Io ero vestito da diavolo, un travestimento semplice basato su una calzamaglia rosso fuoco, che andava indossata direttamente sul corpo e che, facendo trasparire le forme anatomiche, non lasciava molto all’immaginazione, inoltre vi era una coda rigida che si poteva far ribaltare in avanti simulando ben altro organo.
Due graziose hostess dell’albergo in divisa rossa furono attirate dal colore del mio abito e, dopo avermi fornito il numero per la gara, mi invitarono a fare con loro un giro tra gli ospiti per procacciarmi voti a favore.
Passando tra i tavoli feci un po’ di moine alle signore, soprattutto a quelle di annata, che erano la maggioranza ed a molte feci toccare l’appendice caudale, promettendo in caso di voto positivo, una tastata ben più coriacea e dirompente ed eventuali nottate di fuoco; il tutto tra lo scrosciare di applausi entusiasti ed un’andatura ancheggiante, che rivaleggiava con quella leggendaria di Totò.
Dopo le 22 avvenne la premiazione, alla quale non pensavo oramai più, al punto che con alcuni amici incontrati alla festa, tra i quali Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, ci eravamo trasferiti su un terrazzo a discutere animatamente, in egual misura, di arte e di mondanità. Da lontano sentii più volte una voce che scandiva un numero e lo invitava sul palcoscenico, solo dopo vari richiami capii che si trattava del mio numero: avevo vinto il primo premio, una vera sorpresa perché al veglione erano presenti circa mille persone.
Non si trattava di un premio in vile danaro, ma del soggiorno gratuito di quattro giorni per una coppia da trascorrere nell’hotel Cipriani, dove per inciso una giornata a pensione completa costava un milione e mezzo a persona.
Decidemmo di trascorrere questi giorni di svago nel mese di ottobre e di nuovo compagni(per loro a pagamento) Sonia e Diego, i quali poi per uno sciopero degli aerei da Roma saltarono l’appuntamento.
Dovetti fare numerose telefonate per fissare la camera, perché l’albergo era quasi sempre esaurito. Naturalmente non segnalavo nel prenotarmi che saremmo stati ospiti a sbafo. Sonia, la nostra amica, voleva assolutamente una camera con vista sul canale, che per inciso era gravata da un supplemento di un milione al dì e questa preferenza rendeva ancor più difficile la disponibilità.
Appena giunti in albergo fummo accolti con tutti gli onori, che non scemarono quando io presentai il coupon che ci garantiva il soggiorno gratuito.
Preso possesso della suite mi accorsi che il balcone si affacciava sul canale, per cui, memore del salato supplemento, mi precipitai alla reception per rammentare la nostra posizione di non paganti, ma fui accolto da un malizioso sorriso.
Ci apprestavamo a valutare piacevolmente l’elasticità dei materassi, quando bussò alla porta ed una cameriera ci consegnò un gigantesco fascio di rose, Elvira credette per un attimo ad un mio cortese pensiero, ma la fantesca chiarì trattarsi di un benvenuto della direzione ai graditi ospiti.
Di nuovo a letto pronti a passare a vie di fatto e ad una memorabile tenzone amorosa quando di nuovo il campanello ci interrompe: un valletto ci consegna una bottiglia di Moet Chandon con i complimenti del direttore.
Brindiamo al nostro soggiorno e fummo folgorati dalla certezza che quei giorni sarebbero stati un dolce e prezioso momento di grande amore, vissuto tra rose, champagne e serenate col violino serali.
Elvira provava nel momento in cui si allontanava dai rumori del clima carnascialesco, una sensazione drammatica di coesistenza tra il sublime e la negazione di esso, come un trancio improvviso. Nella patria della Serenissima la vita s’immergeva sensuale nel vortice delle passioni tumultuose, dalle quali con fatica risorgeva all’alba, dimentica dei piaceri notturni, ma forse con una invisibile ferita in più sul volto, profondamente segnato dall’insieme di esse.
E le nebbie, che di giorno accompagnavano stancamente i passanti non ancora ben desti, i quali risentivano ancora dei bagordi trascorsi nella notte, chiudevano in alto un mondo senza schiarite di orizzonti futuri.
Era il mal di Venezia che prende gli uomini, li contagia e li isola nella laguna morente, che grida la sua fine mentre il mondo la ignora. E se partono, fatalmente ritornano perché l’attrazione può essere come la morte che sa aspettare ma prima o poi esige lo scotto da pagare.
Elvira dormiva poco a Venezia, lasciava Achille ancora a letto e lievemente stordita per la mancanza di sonno, ma spinta dal desiderio di non perdersi il risveglio lento e pigro della città, si dirigeva verso piazza San Marco al Caffè Florian, dove nel torpore di ogni mattina, oltre alla pausa per la cosa con la curiosità di un obiettivo fotografico alla ricerca di segreti custoditi gelosamente da chi per l’amore di quella città si era trasformato in una sua cariatide. Tali apparivano ad Elvira alcuni strani personaggi seduti dietro la vetrata Art Dèco con lo sguardo fisso nel vuoto e il cuore stretto pateticamente nella loro solitudine. Anche lei si sedeva non solo per capire ma per assaporare l’atmosfera che le piaceva. Ordinava l’Irish Coffee, che secondo lei i barman preparavano in modo divino, scorreva qua e là le notizie del quotidiano e poi rientrava in albergo.
In seguito non le piacque più Venezia quando il Carnevale si volgarizzò, anche quel palpito vitale si spense. Le sarebbero mancate le maschere, quei volti non umani, espressioni grottesche e seriose, sculture drammatiche, immagini evocanti un passato che non le apparteneva, ma le piaceva perché aveva un’anima che esprimeva la gioia di vivere. Ricordava quando improvvisamente sbucavano dal nulla, imponendosi al suo sguardo e alla sua riflessione, oppure, quando imboccava la penombra di un sottoportego e all’uscita la luce le faceva notare la presenza angosciante di un essere umano, che portava a spasso una butta sul suo volto: un “memento mori” e subito dopo magari incrociava la maschera radiosa del sole, un disco dorato e paffuto sulle guance con tanti raggi intorno: miraggio ambiguo della nostra interiorità.
Purtroppo quel soggiorno a Venezia per noi è stato l’ultimo, ma fin quando c’è vita c’è speranza.

 
fig. 6  - Tentazione


fig. 7  - Che gambe

 

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(6^ puntata) Achille scacchista

 

fig.1 - Il signore degli scacchi
Gli scacchi hanno costituito da sempre un interesse per il Nostro eroe, che ne conosceva le mosse dall’età dell’asilo, ma allora si dedicava principalmente al gioco della dama, in cui era praticamente imbattibile. Intorno ai 35 anni, dopo aver completato gli studi medici e letterari ed aver conseguito 4 lauree, decise che sarebbe in breve diventato una star (fig. 1) in questa nobile disciplina, conosciuta come il re dei giochi ed il gioco dei re. 
Prese lezioni da una leggenda dello scacchismo napoletano: Giacomo Vallifuoco, fino a divenire nel 1994 "Maestro", massimo titolo conferito dalla Federazione scacchistica italiana; ha ricoperto per molti anni la carica di Presidente della lega campana scacchi, contribuendo alla diffusione capillare del gioco nelle scuole ed è stato 2 volte campione regionale (fig.2). Nel 1998 ha incontrato, mettendolo in serio imbarazzo, l'ex campione del mondo, il sovietico Boris Spassky.
Ha scritto per anni su numerose riviste del settore di svariati argomenti; in particolare su "Scacco" di studi teorici sulle aperture (fig.3).
Nel 2015 in con Carlo Castrogiovanni ha pubblicato un libro su Giorgio Porreca (fig.4).
Per anni ha organizzato un Festival scacchistico internazionale “Estate ad Ischia” sul quale riportiamo un articolo pubblicato su Il Golfo nel 2007.

fig.2 - Achille premiato campione regionale
fig.3 - Novità scacchi


fig.4 - Copertina libro Porreca
Nella splendida cornice di villa Elvira a Forio si è svolta la terza edizione del festival internazionale di scacchi Estate ad Ischia, che ha visto la vittoria, dopo le magre figure degli anni scorsi, del maestro isolano Costantino Delizia (fig.5), il quale ha fatto il suo ingresso nell’albo d’oro della manifestazione al fianco di nomi illustri quali il maestro della Ragione (fig.6) ed il russo Munich, vincitore della scorsa edizione.
L’indigeno ha prevalso per spareggio tecnico sul maestro romano Farina, gran favorito della vigilia perché reduce dalla vittoria ai campionati nazionali assoluti di categoria e su un nutrito gruppo di partecipanti provenienti da tutta  Italia.
Gli altri premi di fascia sono stati assegnati, al romano Rocchi, autore di una brillante prestazione, rimanendo imbattuto negli scontri diretti con i maestri e ad Elvira Brunetti, che ha dominato la sua categoria, guadagnando oltre cinquanta punti elo. Il premio per la migliore partita è stato assegnato al maestro Achille della Ragione, creatore di un’importante novità teorica nella difesa scandinava.
Mentre i giocatori si combattevano sulle scacchiere, le signore, mogli, fidanzate ed accompagnatrici, graziosamente accomodate ai bordi della piscina, si alternavano tra agili nuotate ed il sorseggio di raffinati drink preparati da Tania, oggetto di sguardi assassini da parte dei concorrenti.
Impeccabile la direzione di gara dell’arbitro Fide Beppe Bonocore, inflessibile nell’applicazione del regolamento, come quando ha squalificato senza indugi, per un trillo del telefonino, il malcapitato Antonio Gallo, ignaro della severa norma. Il concorrente più anziano, la partita più brutta ed l'ultimo posto in classifica. Ma vi è tempo per rimediare per l’anno prossimo, quando il torneo si svolgerà nel mese di agosto.



fig.5 - Festival Ischia 2007 villa Elvira
fig.6 - 1° classificato Festival Ischia 2006 Achille della Ragione
fig.7 - Coppa Bisignano

Concludiamo con una carrellata di foto, dalla vittoria della Coppa Bisignano (fig.7) dove Achille è ritratto in compagnia di illustri scacchisti: i maestri Giovanni Vallifuoco ed Ernesto Jannaccone, l’arbitro Sergio Pagano, l’editore Gianni Cosenza, lo scienziato Marco Valenzi ed il portiere Giovanni Avolio.
Achille con  la campionessa italiana Maria de Rosa, l’arbitro Giuseppe Bonocore ed il fenomeno Giuseppe Lettieri (fig. 8), quindi mentre sfida lo scacchista – scrittore – pizzaiolo  Longo (fig.9) ed infine i suoi adorati nipoti (fig.10 – 11) Leonardo e Matteo Carignani di Novoli, che hanno ereditato talento e passione per le 64 caselle.


fig.8 -  Achille, la campionessa italiana Maria de Rosa, l_arbitro Giuseppe Bonocore e Giuseppe Lettieri.
fig.9 - Achille contro Andrey

fig.10 - Leonardo dopo aver vinto un torneo
fig.11 - Matteo sta per dare scacco matto
Achille campione regionale col presidente Cerrato

 

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(7^ puntata) Bravate a raffica


Proponiamo ora ai lettori una serie di articoli che rievocano una serie di imprese  del nostro eroe: da una memorabile vittoria a braccio di ferro (fig.1 – 2) a quando cambiò il nome a piazza Garibaldi (fig.3 – 4), a come risolse il problema del servizio militare, come catturò un ladro, per concludere con una sua specialità, una presa in giro della magistratura, che fu  pubblicata all’epoca dai principali giornali italiani.


fig. 1 - Villaggio:"Les Paletuviers"

 
fig. 2 - Achille sfida superman

Una entusiasmante gara di braccio di ferro

Capodanno del 1989, mentre caduto il muro di Berlino il mondo conosceva una nuova era, il sottoscritto, con la sua famiglia, assaporava il fascino esotico di una vacanza al mare, al sole dei tropici, quando in Italia imperversava il vento e la pioggia.
La meta prescelta il villaggio Valtur Les Palativie in Costa d’Avorio, un posto da sogno dove passammo quindici giorni indimenticabili tra bagni in acque incontaminate, pranzi pantagruelici con annesse libagioni, balli sfrenati fino all’alba e quotidiane gare sportive, dal nuoto al calcetto, dalle bocce al braccio di ferro. Ed è proprio di queste ultime due competizioni che voglio brevemente raccontarvi.
Io partecipavo a tutte le competizioni, unica eccezione miss topless per mancanza di attributi. Nel nuoto venivo costantemente superato da giovani siluri ed anche, a volte da avvenenti ondine, nel calcio inesorabilmente dribblato e nel tennis surclassato, unica soddisfazione un secondo posto nella gara di bocce miste in coppia con una valchiria, che mirava al bersaglio con teutonica precisione.
Grande attesa vi era poi per la sfida di braccio di ferro, che si svolgeva dopo cena nell’anfiteatro tra una folla plaudente, un tifo da stadio e le note del film di Stallone Over the top.
Vi era una competizione  tra ultra quarantenni ed un trofeo assoluto. Scelsi di tentare la sorte nel torneo principale dotato di un cospicuo premio in denaro, rinunciando ad una coppa sicura, ma a casa, vinte a scacchi o a poker, ne ho talmente tante da non avere più spazio.
Facevo affidamento non tanto sulla residua forza dei bicipiti, che da tempo si era affievolita, quanto su un’abilità tecnica di vecchia data e sulla notevole lunghezza del braccio: il trucco infatti consiste nel creare una leva più alta dell’avversario, cercare di fargli ruotare la mano verso il basso e poi il più è fatto.
Tra i concorrenti all’alloro vi erano numerosi palestrati, ma in particolare incuteva timore un gigante di oltre due metri con 48 di bicipite, la misura di Steeve Reeves quando prestava ad Ercole il suo corpo statuario per interpretare le leggendarie sette fatiche.
Ognuno di questi energumeni poteva contare poi su una claque di fanciulle scatenate, le quali urlavano a squarciagola speranzose nella vittoria del loro idolo, mentre io potevo fare affidamento, oltre che su mia moglie Elvira e sulle mie figlie Tiziana e Marina, su poche signore attempate che mi lanciavano languidi sguardi di incoraggiamento.
Rimasi sorpreso dalla facilità con la quale superai lo scoglio delle prime prove e mi trovai, quasi senza accorgermene, alla finalissima con il temuto avversario che aveva scelto il nome d’arte di Attila.
Dopo un doppio zambaione rinforzato al rhum ed aver posto sulla testa un cappellino affrontai senza paura l’ultimo ostacolo, al suo cospetto mi accorsi che al di là della massa muscolare egli possedeva in un alito pestifero, la sua arma segreta.
Mi rivolsi a lui spavaldo, girando all’indietro la visiera alla Sylvester Stallone ed esclamai:”Ti torcerò il braccio”. Quindi gli piegai la mano e cercai di tenere la mia al di sopra. Resistetti al suo impeto disordinato per alcuni minuti, fino a quando, spompato fu alla mia mercé e cadde come una mela fracida.
L’applauso che salutò il mio trionfo fu interminabile, tutte le ragazzine che puntavano su di lui ora erano pazze per il mio successo, inclusa miss topless, incaricata di premiarmi, che oltre alla fascia mi gratificò con un bacio saporitissimo.
Per chi non credesse alle mie parole, oltre alle foto vi è un breve video della serata che si può consultare sul mio sito www.guidecampania.com/dellaragione


fig. 3 - Stazione

 
fig. 4 - Napoli - Portici

Piazza 3 ottobre 1839 


Ricordo ancora con commozione quando alla testa di un gruppo di cittadini,  esasperati dalle lentezze burocratiche, fisicamente sovrapposi a quelle del comune targhe nuove di zecca con l’indicazione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della storia napoletana, che i nostri colonizzatori hanno fatto di tutto per farci dimenticare. In quel lontano giorno, prima in Italia e seconda al mondo, sfrecciò la prima ferrovia italiana: la Napoli  Portici.
Avevo informato stampa e televisioni delle nostre intenzioni e scelsi come giorno il 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi. Presa in prestito una scaletta da un negoziante di tessuti, applicai la nuova scritta ed improvvisai un discorso alla folla, immortalato da 12 emittenti private, che trasmisero in differita l’episodio agli spettatori di diverse regioni, mentre i giornali ne parlarono il giorno dopo entusiasti. La notizia della burla giunse fino in Francia sulle pagine di Le Monde. Due vigili urbani, un uomo ed una donna, incuriositi dall’assembramento, chiesero timidamente alla folla cosa stesse succedendo. Qualcuno rispose: “Quel signore ha cambiato il nome alla piazza”; “Allora va bene, tutto a posto”.  Le nuove targhe sono rimaste in loco per mesi, senza che nessuna autorità intervenisse e solo la pioggia le ha portato via.
L’anno scorso l’impresa è stata ripetuta da un’organizzazione neo borbonica, sempre senza riuscire a smuovere l’amministrazione comunale dal suo torpore criminale.
L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta.
Attendere che a ciò provvedano le istituzioni è pura utopia, per cui solo dei liberi cittadini possono sanare una palese ingiustizia.
Tutto il mondo deve sapere che i napoletani sono gente antica e paziente, ma che in passato la città ha rifiutato l’Inquisizione e dato i natali a Masaniello; essa non vuole recidere le radici col passato e vuole un futuro migliore.
Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.
Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale ci siamo scocciati e da oggi vogliamo divenire attivi artefici del nostro destino.

  



Militesente con astuzia


Da quando esiste l’Italia il rapporto dei giovani verso il servizio militare è cambiato più di una volta. Dopo essere stato considerato per più generazioni un onore fino alla seconda guerra mondiale, è divenuto all’improvviso un peso intollerabile da evitare in ogni modo con la malattia, finta o immaginaria, con la raccomandazione quando possibile, con la corruzione spesso e volentieri ed infine con la sublimazione attraverso l’obiezione di coscienza, che negli ultimi anni poteva divenire totale, permettendo di saltare i giudici militari e patteggiare una pena pecuniaria davanti alla magistratura ordinaria.
“Se non sei buono per il Re non sei buono neppure per me” recitavano le fanciulle da marito nei primi decenni del Novecento.
“Ho superato la visita militare babbo”, “ Sono orgoglioso di te figliolo”
“Ho fatto fesso i medici, mi hanno riformato”, “Sei un dritto, hai preso di me”.
Tra queste due conversazioni passano non più di cinquanta anni.
Infine da quando è stata abolita la leva obbligatoria ed il periodo di naia è divenuto volontario ed a pagamento vi è stata una grande richiesta da parte dei giovani meridionali, disperati e senza lavoro.
Oggi con le missioni di pace…, alle quali l’Italia si onora di partecipare, vi è da guadagnare un sacco di denaro, anche se vi è un piccolo rischio di essere feriti o di non tornare, per cui quando si aprono gli sportelli per consegnare le domande di arruolamento i giovani, accompagnati da un nugolo di familiari, passano la notte in macchina davanti al comando e ben prima del canto del gallo si mettono in fila ad aspettare, avvolti nelle coperte e con i termos pieni di caffè, per essere i primi a consegnare la domanda.
Geltrude era figlio del suo tempo, il ’68, e pur non essendo di sinistra era antimilitarista convinto e militesente per vocazione. Già dalla prima visita di leva, durante i famigerati tre giorni, mise in atto ogni artificio per buggerare i medici militari. Si finse sordo ed al momento della raccolta delle urine si punse un polpastrello e fece cadere infinite gocce di sangue nel campione per fingere una nefrite. Purtroppo l’unico risultato fu l’essere classificato idoneo di quarta categoria rosso, in poche parole la chiavica delle reclute, che partono militare solo se le classi non sono esuberanti.
Il rinvio per motivi di studio spostò nel tempo il problema, ma tutti i nodi vengono al pettine ed approssimandosi la laurea bisognava trovare la soluzione definitiva al problema. Si poteva chiedere una nuova visita medica, ma poi venne il colpo di genio, che con sei milioni, più centomila lire per un documento falso risolse ogni pendenza e non  trasformò Geltrude in militesente, ma addirittura in congedato.
Non fu difficile con quella cifra convincere Peppino, un morto di fame cronico, che abitava in un vicoletto vicino casa sua, a servire due volte la patria. Una prima volta per adempiere ai suoi obblighi verso lo Stato, una seconda per farsi un gruzzoletto, sposarsi e chiavare per la prima volta.
Alla nuova visita Peppino si presentò con il documento nuovo di zecca procurato da un vecchio pregiudicato della zona, che da anni aveva messo la testa a posto e si interessava solo di contrabbando, falsificazioni e vendita di benzina dei pescatori.
Venne arruolato ed inviato alla caserma di San Giorgio, dove tra permessi e malattie fece non più di trenta quaranta giorni di militare. Alla fine il congedo e per il futuro ad un attento osservatore solo una piccola incongruenza sul foglio matricolare: l’altezza un metro e sessantatre centimetri, quando tutti sanno che Geltrude, per quanto con gli anni si è un po’ arrognato, supera ancora di una spanna il metro ed ottanta.




Ginecologo placca il ladro sorpreso a rubare


Articolo di Antonella Morisco pubblicato su Cronache di Napoli del 27 aprile 2001
Non è cronaca di tutti i giorni incontrare, tra le mura domestiche, in pieno giorno, un ladro nascosto dietro una libreria. Ancor di più inusuale che a seguito di questo incontro, dopo una breve colluttazione, scattino tempestivamente le manette. E’ quanto è accaduto l’altro giorno, intorno a mezzogiorno al famoso ginecologo Achille della Ragione in via Manzoni. Questi, nel cercare un libro nella biblioteca della sua villa, ha notato che il mobile era leggermente scostato dalla parete; dietro di esso, infatti, c’era un ospite indesiderato. L’incontro è di quelli che lasciano senza fiato. Il medico, però, non si è perso d’animo e, memore del suo passato titolo di campione universitario di lotta libera, ha affrontato il ladro. Le grida che sono scaturite dalla colluttazione hanno fatto accorrere il figlio del ginecologo, Gian Filippo, il quale stava studiando al piano inferiore. Le forze dell’ordine al loro arrivo hanno trovato il malfattore immobilizzato e senza fatica lo hanno trasportato in questura; si tratta di un nomade slavo che ha agito a volto scoperto. Da una prima ricostruzione il ladro sarebbe giunto al quarto piano della villa scavalcando scimmiescamente un albero secolare: solo questa circostanza infatti può giustificare il mancato intervento dei tre ferocissimi quanto addestrati rotweiller del professor della Ragione, un uomo, come ha dimostrato in questo frangente, coraggioso e determinato e non nuovo a episodi imbarazzanti…risolti con energia.
Diversi anni fa il medico nel suo studio fu minacciato con un fucile a canne mozze alle tempie durante una rapina, senza possibilità di reagire. Identificò il malvivente sulle foto segnaletiche e lo fece arrestare e condannare. Negli anni Settanta, all’inizio della sua carriera, mentre prestava servizio nel pronto soccorso dell’ospedale di Cava de’ Tirreni, fu minacciato da un famigerato delinquente della zona. Nell’attesa delle forze dell’ordine fu costretto ad immobilizzare il facinoroso, che aveva cominciato a rompere suppellettili ed a strattonare pazienti ed infermiere. Al processo che ne seguì testimoniò contro il malvivente, il quale venne condannato a quattro anni di reclusione.
La situazione a Napoli dell’ordine pubblico è veramente drammatica e richiederebbe un concreto intervento da parte dell’autorità, purtroppo i cittadini sono esposti in prima persona alla microcriminalità e sono costretti, quando possono, come nel caso del coraggioso professor della Ragione, a difendersi da soli.



fig. 5 - Achille calzoni corti

Eureka l’onore è salvo


Otto agosto ore dieci, 40 gradi all’ombra, mi appresto ad entrare nel Tribunale di Napoli al centro direzionale per ritirare un documento, ma vengo bloccato dal drappello di polizia che giudica indecente il mio abbigliamento.
Premetto che l’indumento incriminato è un elegante calzoncino, griffatissimo ed ultrafirmato, abbondantemente oltre il ginocchio, con il quale abitualmente entro in chiesa, stipulo presso notai contratti da milioni di euro e, lo confesso, ricevo sguardi interessati da focose fanciulle e da attempate signore.
Chiedo di parlare col comandante, ma mi viene riferito che trattasi di un’ordinanza firmata dal presidente del Tribunale in persona.
Non mi scoraggio, nonostante sia venuto da fuori Napoli e riesco, in cambio di un bigliettone, a convincere un corpulento garzone a chiudersi nella toilette ed a prestarmi il suo pantalone, per quanto imbrattato e rattoppato.
Mi ripresento all’ingresso ed osservo una straripante popolana entrare senza problemi in calzoncini, segno evidente che le sue gambe sono giudicabili in maniera diversa dalle mie. Grazie al maleodorante pantalone imprestatomi riesco finalmente ad entrare ed a ritirare l’agognato documento.
L’episodio sembra irrilevante, ma a mio parere è di una gravità inaudita. Vietare l’accesso ad un ufficio pubblico e sindacare l’abbigliamento dei cittadini è prerogativa dei paesi islamici più arretrati, dove i talebani si arrogano il potere di obbligare gli uomini a farsi crescere la barba e le donne ad indossare il burka. Ma forse i magistrati, stanchi di giudicare solo i comportamenti dei cittadini, vogliono anche pontificare sui loro abbigliamenti, confondendo il decoro di un’istituzione, che si misura in efficienza nel contrastare una delinquenza oramai padrona del territorio, con i centimetri dei calzoncini maschili.

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(8^ puntata) Achille ed i suoi cani

fig.01 - Copertina di Storia del cane



Achille ha considerato sempre i suoi 4 rottweiler: Lady (fig.2–3), Athos (fig.4–5), Porthos (fig.6) ed Attila (fig.7–8) membri della sua famiglia. A tutti i cani ha dedicato un libro (fig.1) con Attila in copertina consultabile digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo71/articolo.htm
Ai suoi cucciolotti ha dedicato questo commovente articolo pubblicato da numerosi giornali

fig.02 - Lady
03 - Lady in salotto


ll miglior amico dell’uomo

Gentile dottor Gargano,
non avrei mai potuto immaginare che l’arrivo in casa mia di una cucciola di rottweiler, regalo di una ragazza a mio figlio, potesse cambiare negli anni così profondamente non solo la mia vita, ma soprattutto il modo di relazionarmi col mondo ed il mio metro di giudizio del prossimo.
Era il 1994 ed avevo sempre avuto un sacro terrore dei cani da quando, giovanissimo, avevo trascorso un’intera notte sul tetto di un’auto per sfuggire alla furia di un  randagio di grosse dimensioni e anche altri incontri ravvicinati non erano stati particolarmente felici, per cui non accolsi con entusiasmo l’ingresso in famiglia di un esemplare, per quanto di pochi mesi, di una razza notoriamente feroce.
Lady fu relegata nel sottoscala ed abbaiava disperata durante le poche visite che gli dedicavamo; decidemmo di trasferirla in giardino, ma i rigori dell’inverno contribuirono a farla ammalare e fu necessario il ricovero: cimurro fu la diagnosi e la prognosi purtroppo riservata.
Partimmo per Roccaraso, ma ogni sera telefonavo alla clinica veterinaria per avere notizie, che peggioravano giorno dopo giorno, fino a quando mi dissero:”Non vi è più speranza, interrompiamo la terapia? ”
“Assolutamente no, se esiste un dio dei cani la aiuterà”.
Ed il miracolo… avvenne, durante la notte Lady ebbe un miglioramento decisivo ed il giorno successivo potemmo andare a riprenderla completamente guarita.
La nostra famiglia da quel giorno divenne più numerosa e con Lady stabilimmo un’intesa perfetta: mangiava a tavola con noi, un boccone a me ed uno a lei e dormiva la notte al mio fianco su di un variopinto tappetino persiano.
Capiva ogni mio pensiero e quando ero di cattivo umore si accoccolava vicino e rimaneva immobile.
Divenuta signorina la feci accoppiare con un cane campione: Shark e nacquero nove cucciolotti, per il poco latte uno soltanto sopravvisse, Athos, che divenne il suo compagno inseparabile.
Durante i periodi di calore, per impedire nuove gravidanze, Lady passava la giornata con me nello studio e solo la sera, attraverso un’entrata di servizio, tornava a casa, rimanendo sempre a distanza di sicurezza dall’ardore sessuale di Athos.
Nonostante i miei severi controlli censori ad un certo momento il suo addome cominciò a crescere e condussi la cagna dal veterinario, il quale perentorio dichiarò:” Si tratta di una gravidanza immaginaria nella pancia vi sono semplicemente dei gas”.
Sapendo che i medici in genere poco capiscono sottoposi Lady  ad un’ecografia nel mio studio e non mi meravigliai più di tanto nel vedere una serie di piccole colonne vertebrali intrecciate tra di loro. Facemmo appena in tempo a rincasare che cominciò il travaglio e questa volta i nuovi abitanti della terra furono sei, quattro dei quali arrivarono a tre mesi. Erano magnifici, scorazzavano nel giardino della villa di Ischia con i genitori, ma nonostante tutte le vaccinazioni, un brutto giorno contrassero la parvo virosi, una malattia che raramente perdona e cominciò un calvario durato quasi venti giorni. Era necessario sottoporre i cuccioli ad ipodermoclisi tre volte al dì, per cui ogni giorno la spola da casa al veterinario avveniva dodici volte. Il compito sulle mie spalle e su quelle del fido cameriere autista Summit. Dopo una settimana morì il primo cucciolo, seguito dopo tre giorni dal secondo e dopo cinque dal terzo; resisteva solo Porthos, anche se le speranze erano ridotte al lumicino. Passati diciotto giorni il cane cominciò a bere e l’indomani ad alimentarsi, era guarito.
Dopo tanti sacrifici e quattro milioni di spese, mia moglie pensava ancora che io regalassi il cucciolo, ma oramai non potevo più separarmi da lui.
Ci furono mesi di diverbi continui, durante i quali Porthos visse con me nello studio, che subì una devastazione in piena regola, dalle tende ai tappeti. Durante i fine settimana veniva a trovare i genitori, ma il lunedì di nuovo via, fino a quando Elvira, resasi conto di quando io tenessi al cane, acconsentì al suo definitivo ingresso in casa nostra. Furono anni di grande impegno: tre cani di quella razza fanno branco e sono difficili da gestire, soprattutto d’estate, quando per trasferirli ad Ischia era necessario fare tre trasporti in auto all’andata e tre al ritorno. Anche i nostri viaggi, fino allora frequenti, si interruppero, perché la mia costante presenza era necessaria. Ma le soddisfazioni, almeno per me furono altrettanto grandi. I tre cani erano temuti  ed ammirati da tutti e con la sola presenza e qualche sporadica abbaiata facevano la guardia alla nostra villa, tenendo alla larga in egual misura malintenzionati e visitatori inopportuni.
L’ansia, i momenti di solitudine, la tristezza venivano mitigati dalla presenza affettuosa di questi veri ed unici amici dell’uomo. Tutti possono tradirti, dalle donne ai figli, ma il cane  sarà sempre al tuo fianco e la sua fedeltà aumenterà nel tempo a dismisura, senza che quasi tu te ne  avveda, come un fiume che acquista potenza nei pressi di una cascata.
Furono anni felici, ma il tempo degli animali scorre più velocemente di quello degli uomini e Lady, dopo aver imbiancato i peli del muso, si ammalò di piometra e fu necessario sottoporla ad un intervento chirurgico. Il decorso post operatorio fu difficile e necessitò un ricovero in una clinica veterinaria, dove giunse in condizioni disperate. Rimase degente per vari giorni, durante i quali non la lasciai sola un minuto, né di giorno, né di notte. Tra i medici che si alternavano al suo capezzale ve ne fu anche uno arabo, che riconobbe in essa la cagna miracolata dieci anni prima ed ancora ricordava la mia frase sul dio dei cani. Per quanto islamico aveva meditato più volte negli anni sulle mie parole e mi invitò anche questa volta ad invocare questa sconosciuta quanto potente divinità.
Dopo una settimana Lady guarì e potemmo tornare a casa. I veterinari riconobbero che la guarigione era avvenuta grazie alla mia costante presenza: i cani malati quando si vedono abbandonati dai padroni in un ambiente estraneo si lasciano quasi sempre morire.
Purtroppo dopo un anno, oltre all’incalzare dell’età, la vecchia infezione si ripresentò, questa volta in maniera subdola: ricominciò l’andirivieni quotidiano con la clinica, le fleboclisi, ma non ci fu niente da fare, mentre eravamo tutti a tavola, Lady, con un rantolo soffocato, ci lasciò per sempre.
Il mio dolore fu immenso, versai lacrime in misura superiore a quando avevo perso i miei genitori ed il vuoto che si è creato è rimasto incolmabile a distanza di anni. Mi rimanevano gli altri due cani, che da quel giorno non fecero che litigare, costringendomi a tenerli separati.
Athos da tempo zoppicava e non era più il capobranco vigoroso di una volta, Porthos ne approfittava attaccandolo spesso alle spalle, per rifarsi degli anni in cui era stato succube.
A distanza di un anno e mezzo, mentre eravamo ad Ischia, in pochi giorni si aggravò e si spense dopo una notte di guaiti disperati. Ora riposa lì, lontano da Lady, con un ibiscus che gli fa compagnia.
Rimasto solo Porthos, che era stato sempre di una vivacità devastante, divenne triste e melanconico. Passava gran parte della giornata al mio fianco, mentre lavoravo al computer e per ore gli carezzavo amorevolmente la testa.
Non aveva alcun disturbo, per cui quando una mattina di un giorno che vorrei non fosse mai scoccato lo trovai disteso immobile vicino all’ingresso di casa, credevo dormisse beato. Invece la morte lo aveva ghermito nel sonno all’improvviso e se lo era portato via. L’unico conforto quello di riposare per sempre al fianco della mamma tra i fiori del mio giardino.
Non riesco ragionevolmente a credere che di questi miei amici sia rimasto solo il  ricordo che porterò per sempre nel mio cuore, mentre i loro corpi hanno subito il triste destino di tutti i viventi: il disfacimento.
Tra i credenti gli induisti si dimostrano meno orgogliosi dei cristiani, che nella loro smisurata superbia immaginano un mondo ultraterreno soltanto per gli uomini, mentre i loro fratelli orientali riconoscono, attraverso la reincarnazione, un percorso di purificazione per tutti i viventi senza esclusione alcuna, inclusi animali e piante. Si tratta senza dubbio di una visione più rassicurante dettata da un’antica saggezza e nello stesso tempo di sconvolgente attualità, come hanno confermato le moderne ricerche della chimica e della fisica.
Mi piace immaginare che anche ai più fedeli amici dell’uomo sia concesso di vivere in eterno e non solo nella memoria dei loro padroni.
Certamente Lady vivrà per sempre nel mio cuore, Athos, un vero amico, non sarà mai da me dimenticato, soprattutto ora che, scomparso Porthos, sono veramente solo.

Il Golfo 8 ottobre 2007 - Senatus  settembre 2007 – Bric a Brac 6 novembre 2007- Il Napoli 8 novembre 2007 -  Il Mattino 16 novembre 2007 – Il Roma 24 novembre 2007

fig.04 - Athos
fig.05 - Lady e Athos


fig.06 -Porthos

fig.07 - Attila

fig.08 - Attila

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(9^ puntata) A tu per tu con Mike

Articolo Rischiatutto

Una memorabile partecipazione a Rischiatutto

Milano, 11 maggio 1972 ore 21, sono passati più di quaranta anni, ma al sottoscritto sembra ieri, quando, spavaldo laureando in medicina, partecipai alla trasmissione Rischiatutto presentata da Mike Buongiorno assistito dalla bella Sabina Ciuffini.
Avevo ventiquattro anni e credevo di avere tutto il mondo ai miei piedi dopo aver superato brillantemente una doppia serie di selezioni, la prima a Napoli con una raffica di 200 domande di cultura generale e la seconda a Milano, dove si simulava una gara in piena regola al cospetto del mito vivente, con tanto di pulsante per scegliere sul tabellone con 6 materie i quiz e le domande finali di raddoppio in cabina.
Nel primo test, che comprendeva  i quesiti più astrusi, da quando una lettera diventa pacco alle commedie minori dell’Ariosto, ottenni una prestazione eccellente da sbalordire gli stessi esaminatori, i quali dissero che avrei subito partecipato alla seconda prova, nella quale fui particolarmente fortunato, perché scelsero le domande di una vecchia puntata, che ricordavo perfettamente, per cui sbaragliare gli avversari non richiese alcuna fatica.
Mike dopo la trasmissione simulata mi disse che ero stato prescelto ed a breve avrei partecipato, anzi vista la mia prestazione mi confidò che avrebbero cercato di favorirmi, mettendo sul tabellone qualche argomento che avevo indicato tra i preferiti e scegliendomi degli avversari non irresistibili. Vi era solo un problema sulla materia da me prescelta: la storia della medicina, essendo attinente alla mia futura professione; risposi che potevano sceglierla loro tra un ventaglio di una ventina, dall’atletica leggera alla geografia, dalla letteratura alla storia di Napoli. Alla fine ne fu prescelta una originale: i premi Nobel, una richiesta da parte di Mike che accolsi senza problemi.
Attesi trepidante alcuni mesi la convocazione ed all’arrivo del telegramma che indicava il giorno della gara mi sembrò di toccare il cielo con un dito, ma purtroppo mia madre, da tempo malata, si aggravò all’improvviso ed io non mi sentii di lasciarla sola ed inviai un telegramma dando forfait. Fu l’unica volta nella storia del Rischiatutto che venne chiamata all’ultimo momento una riserva.
Mike puntava molto su di me e dopo alcune settimane mi telefonò personalmente per chiedere di partecipare all’ultima puntata in assoluto della stagione, confidandomi che la ripresa del programma in autunno era incerta ed avrei perso un’occasione d’oro.
Mia madre, che si era in parte ripresa, mi invogliò a partire ed io con due delle mie sette zie, con l’ispettore Lombardi, vecchio amico di famiglia e con Elio Fusco, fidato amico d’infanzia, salii sul treno.
La mattina della gara registrai uno speciale Rischiatutto per la Rai di venticinque minuti nel quale mi vennero fatte una serie di domande, in particolare perché avevo scelto i premi Nobel come materia di base e come esercitavo la mia memoria.
Spiegai che si rammentano con facilità solo le nozioni che ci interessano, per cui è necessaria una grande curiosità culturale per poter ricordare agevolmente, inoltre bisogna dedicare costantemente molte ore al giorno allo studio, un’abitudine da me praticata sin dagli anni del liceo, dove avevo le materie preferite nelle quali ero imbattibile, mentre ero impacciato in matematica e negato per le lingue straniere, che consideravo aliene, amando solo di parlare il vernacolo o al massimo l’italiano. L’unico exploit culturale fu la mia partecipazione, prima della maturità, in rappresentanza della mia scuola, al concorso nazionale per il miglior tema su un argomento letterario, dove ottenni il primo premio con relativo articolo su alcuni importanti giornali.
Simulai poi per gli ascoltatori un giochetto con il quale sbalordivo solitamente gli astanti in occasione di balletti e feste varie: mi facevo dare il nome di un oggetto (pentola, sedia, radio, fiore, automobile ecc.) da ognuno dei presenti e lo facevo annotare da un volontario in veste di notaio, fino ad un totale di 40 – 50. Quindi tra la meraviglia generale li ripetevo dal primo all’ultimo o viceversa, inoltre ero in grado di dire l’oggetto n 24 o 35. Vi è un piccolo trucco, che vi rivelerò in un’altra occasione, ma ci vuole anche una memoria robusta se non eccezionale.
In un primo momento dovevo sfidare il campione Paolini, un barbiere al quale in caso di sconfitta avrei offerto in olocausto barba e capelli, infatti in quel periodo esibivo una chioma fluente ed una cespugliosa vegetazione pilifera sulle guancie da far esclamare a Mike, quando comparsi al suo cospetto:” Ecco l’uomo delle caverne”.
Il ritardo nella mia partecipazione dovuto alla malattia di mia madre mi fece viceversa incontrare con un modesto campioncino, che addirittura nella tenzone al tabellone finì sotto zero e non potette partecipare (caso unico nella storia del Rischiatutto) alle domande di raddoppio ed una simpatica e procace giornalista sportiva con la quale feci il mio ingresso mano nella mano. Il celebre presentatore esclamò:” Entrano i fidanzatini”, mentre la mia cortese accompagnatrice si giustificò con la scusa che volevamo solo darci coraggio. Lesse nel futuro perché tra noi due scoppiò una scintilla e nonostante lei fosse in procinto di convolare a nozze ed io avessi ben due fidanzate ufficiali, ci rincontrammo in campeggio a Marina di Doronatico e furono notti indimenticabili.
Lo svolgimento della trasmissione perde molto raccontandola senza l’ausilio della visione, per cui rimando chi volesse vederla e chi è curioso di come si concluse ad andare sulla sezione video del mio sito www.guidecampania.com/dellaragione 
Oppure digitare questi link 



 

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(10^ puntata) La carriera politica


fig.01 - L'Unità


Questo capitolo è ancora in pectore, perché il sogno di Achille di sedersi nelle aule parlamentari deve ancora avverarsi.
Il suo primo tentativo di entrare nell’agone politico risale al 1968, quando si presentò alle elezioni comunali nelle liste del partito liberale ottenendo 400 preferenze, ma ne servivano 1000 per essere eletti. Fu il candidato più giovane d’Italia, divenendo maggiorenne (all’epoca 21 anni) il giorno delle consultazioni.
Assieme al suo amico Elio tempestarono le mura della città con un originale manifesto,  ripreso dalla stampa (fig.1), che recitava così: “Votate della Ragione e Fusco le ultime persone oneste di Napoli”
Nel 1985 il secondo tentativo ed a quell’epoca risale il mio incontro con Stefano Caldoro. L’allora assessore alla sanità mi chiese ad un mese dell’inizio della campagna elettorale di presentarmi come candidato per portare voti al suo partito (P.S.I.) ed in cambio avrebbe brigato per far ottenere ad una clinica privata napoletana, da me indicata, l’autorizzazione a svolgere interruzioni di gravidanza; una circostanza prevista dalla legge 194, anche se mai messa in pratica.
Il mio studio andava a gonfie vele con migliaia di clienti ed il mio nome era divenuto famoso dal 1978, perché comparso in prima pagina su tutti i quotidiani per una clamorosa autodenuncia. Ero un candidato appetibile, perché portavo una massa di voti.
Improvvisai una campagna elettorale comparendo sui giornali con un motto (fig.2–3–4) : “Alla Regione della Ragione”, con Caldoro mi accordai per appoggiarci a vicenda, io segnalavo il suo nome al mio entourage più stretto, mentre lui mi disse: «Ti farò uscire 500 preferenze dove vuoi” scelsi a caso Sant’Antimo, dove contavo di prendere 100 - 200 voti e ne presi invece 700. Con diecimila preferenze fui tra i primi dei non eletti e tornai senza problemi alla mia professione, mentre Stefano non si è più fermato.
In seguito vi fu anche il tempo, nel 2002, per un’esperienza elettorale con i radicali conseguendo la migliore percentuale di voto in Campania e non divenendo senatore soltanto per il mancato raggiungimento del quorum.
Mesi prima, in occasione di un referendum patrocinato da Pannella, mi ero attivato a raccogliere migliaia di firme, con relativi indirizzi, a cui spedire, al momento  di votare, una lettera con la firma apocrifa di Emma Bonino, in cui si raccomandava il mio nome come futuro senatore. Fui il più votato, ma il partito per pochi centesimi percentuali non ottenne il seggio.
Per il momento sono a riposo, aspetto una eventuale nomina, per meriti speciali, a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica.


fig.02 - Il Mattino
fig.02 - Il Roma
04 - La Repubblica

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(11^ puntata) Una collezione da favola

fig.a -Copertina catalogo

La mia collezione di arte nasce nel 1977 in concomitanza con il mio successo nella professione ed i relativi lauti guadagni, che in parte investivo nell’acquisto di capolavori.
Una sibillina inserzione su Il Mattino attirò la mia attenzione: Vendesi 13 quadri del Seicento napoletano per 13 milioni. La sorpresa maggiore fu dove si trovavano: in via Pignasecca, ad un 4° piano di un palazzo fatiscente quanto puteolente. Il proprietario, uno zotico, li conservava in una stanzetta, che a breve doveva contenere bottiglie di pomodoro.”Accatatavilli altrimenti e ghietto perché me servo o spazio”. Se li era procurati per quattro soldi ad un’asta fallimentare dei beni delle Opere pie di Napoli. Dopo un parere positivo da parte del compianto Ciro Fiorillo(all’epoca non ero ancora il massimo esperto del ‘600 napoletano) ne acquistai 6 per 6 milioni, alcuni dei quali, dopo un esperto restauro, si sono rivelati di notevole qualità.
In seguito, con mia moglie per anni, ho frequentato le più importanti aste internazionali, a volte spendendo mezzo miliardo in una sola seduta.
All’asta dei beni di Achille Lauro, nel 1994, comprai ben 8 lotti, alcuni prestigiosissimi.
Nel 1997, con la consulenza di illustri studiosi, stilai il catalogo della collezione (fig.a–b), della quale spesso hanno parlato i giornali (fig.c), mentre importanti mostre  hanno avuto l’onore di esporre miei dipinti.
Lascio ora la parola ad un articolo, consigliando di consultare anche il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo48/articolo.htm


fig.b - Una coppia superstar
fig.c - Articolo Corriere


A Posillipo, circondata dal verde, vi è la villa di un noto professionista napoletano, uomo di scienza e di lettere, proprietario di una delle più importanti collezioni d’arte della città.
Poterla visitare è un raro privilegio, poterne fare partecipi i lettori un’occasione da non perdere.
Entriamo nel salone a piano terra (fig.1) dove sono esposti i pezzi più importanti della raccolta: un bronzo di Gemito raffigurante un  Pescatorello (fig.2) che sembra palpitare in precario equilibrio, mentre afferra un pesce ancora guizzante ed una superba Victa (fig.3), capolavoro di Francesco Jerace, un marmo che irradia una luce abbagliante che strega ed avvince l’osservatore, il quale rapito dalla bellezza del volto corrucciato e dalla vista degli splendidi seni prorompenti non può guardarla troppo a lungo senza desiderarla.

                                        
fig.1


fig.2

fig.3

L’opera più antica è una quattrocentesca  Madonna col Bambino (fig.4) di Jacobello Del Fiore, studiata da Federico Zeri, proveniente dal museo di Toledo nell’Ohio, frutto di una delle frequenti vendite che le istituzioni americane fanno sui mercati internazionali per rinnovare il loro patrimonio artistico. Affascinante è il Trionfo della fama (fig.5) eseguito da Lambert Sustris, allievo di Tiziano e pubblicata da Vittorio Sgarbi; essa proviene dalla prestigiosa collezione di sir Otto Beit e nella parte centrale richiama a viva voce, per grazia e leziosità delle fanciulle, la Primavera di Botticelli dove pure si celebra un trionfo, quello di Venere.

fig.4

fig.5

La parete più ampia del salone è dominata da una grande natura morta di Adriaen van Utrecht rappresentante una Scena di cucina (fig.6) al centro della quale una figura femminile dagli occhi irresistibili è intenta alla conservazione di ghiotti e raffinati alimenti degni della tavola di un re ed infatti cercando i documenti di pagamento che confermassero l’attribuzione della fanciulla al pennello di Rubens si è scoperto che il quadro era di proprietà della casa Orange e si trovava nella residenza dell’Aja. Se si vuole ammirare il pendant del dipinto bisogna recarsi ad Amstersdam nel Rijksmuseum ove è conservato. Dello stesso autore vi è anche un’altra Natura morta con frutta ed ortaggi (fig.7), di minori dimensioni, ma di altissima qualità ed in perfettissimo stato di conservazione con i colori splendenti e vivi come se fossero stati posti ieri sulla tela.

fig.6

fig.7

Prima di passare ai dipinti del secolo d’oro della pittura napoletana ci soffermiamo su una delicata Madonna col Bambino e Santi (fig.8) del senese Rutilio Manetti, già in collezione Achille Lauro ed ancora prima nella leggendaria collezione Doria D’Angri, una raccolta venduta prima della guerra, ricca di Rubens e Van Dyck ed interamente notificata dallo Stato per la sua unicità.

fig.8


Il Seicento è la passione del proprietario, che ha dedicato all’argomento numerosi libri ed un’opera omnia di ben 10 tomi.
Si va da un Martirio di San Sebastiano (fig.9) di Agostino Beltrano, nel quale sono evidenziabili elementi cavalliniani e falconiani, ad un Martirio di San Gennaro (fig.10) di Domenico Gargiulo, che costituì una delle attrazioni della grande mostra dedicata alcuni anni fa al Santo. Inoltre un’Entrata di Gesù in Gerusalemme (fig.11) firmata e datata di Scipione Compagno ed una coppia di Paesaggi con rocce e figure (fig.12–13) di Salvator Rosa provenienti da una raccolta inglese.

fig.9

fig.10

fig.11

fig.12

fig.13

Posti l’uno di fronte all’altro a gareggiare con i fiamminghi due celebri specialisti: Giuseppe Recco con una Natura morta di pesci con gatto (fig.14) siglata, nella quale un grosso pesce rosso in primo piano è rappresentato nel delicato momento di trapasso tra la vita e la morte, mentre un astuto gatto sta per impossessarsi di un’anguilla e Luca Forte con una iconografia rara: un Albero di pesche con tulipani e pappagalli (fig.15) proveniente dalla collezione D’Avalos, nel quale sono evidenti i rapporti tra la cultura napoletana e quelle nordiche ed iberiche e si possono apprezzare alcune sottili allegorie nei tulipani recisi simboleggianti la morte e quelli posti nel terreno che alludono alla vita. I due variopinti pappagallini, assenti nella replica autografa della collezione di Paul Getty, sono un tipico caso di Ekphrasia, cioè di frutta dipinta così bene che gli uccelli accorrono a beccarla.
fig.14

fig.15


Tra le opere del Settecento spicca un bozzetto di Fedele Fischetti rappresentante Alessandro Magno col suo medico Filippo (fig.16) utilizzato per un affresco di Casa Calenda successivamente staccato per i lavori di allargamento di via Mezzocannone ed oggi custodito nel museo di Capodimonte ed una Decollazione di un santo (fig.17) eseguita da Lorenzo Vaccaro, contaminando elementi cronologicamente disomogenei, quali un martirio che non ebbero seguito dopo l’Editto di Costantino ed un minareto che ci sposta di oltre tre secoli in avanti.
fig.16
fig.17

L’Ottocento è ben rappresentato da Gonsalvo e Giuseppe Carelli a Teodore Duclere e Nicola Palizzi, ma un palmo più degli altri svettano una Costiera amalfitana (fig.18) firmata, di Pitloo ed uno spettacolare acquerello di Richardson (fig.19) raffigurante la Costa di Posillipo, un angolo di paradiso sconvolto dalla speculazione edilizia.
fig.18

fig.19

Concludiamo questa carrellata sorvolando su altri trenta dipinti di autori quasi tutti celebri per descrivere la tela alla quale il proprietario è più affezionato e che veglia le notti sue e della sua gentile signora: una Madonna col Bambino, dolcissima, da taluni attribuita al Murillo, forse più modestamente copia da Solimena, come ritenuto da Ferdinando Bologna, in ogni caso un’immagine gentile che concilia il sonno ed invita a buoni propositi.

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I miei primi 70 anni
Prolegomeni per una futura autobiografia
(12^ puntata)   Antenati, parenti, collaterali ed affini

01 - Matrimonio


L’esame dettagliato di rare foto conservate gelosamente in polverosi quanto preziosi album ci permetterà di conoscere tutti i parenti di Achille fino alla sesta generazione.
Partiamo dal matrimonio dei suoi genitori (fig.1), dove da sinistra identifichiamo nell’ordine il nonno materno Giovanni Capuano, il fratello dello sposo Giovanni, l’officiante, il famigerato “zi prevet”, al secolo Giuseppe Capuano, per 52 anni parroco della chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova, morto in odore di santità, poscia i nubendi  ed infine la nonna paterna Carlotta Massa e quella materna Emilia Aiello. Nella foto successiva (fig.2) il momento della firma.

02 - Matrimonio, firma
03 - Giuseppe Capuano
04 - Emilia Aiello
05 - Bisnonno

Possiamo ora ammirare quanto erano belli i nonni materni quando si fidanzarono (fig.3– 4) e salendo indietro nel tempo le sembianze del bisnonno (fig.5) Achille Capuano. Le mitiche sorelle Capuano qui raccolte (fig.6) in occasione del matrimonio di Carlo della Ragione con Maria Manna, sono a partire da sinistra Giuseppina, Anna, Rosa, Adele, Maria, Elena, Assunta.
La famiglia Capuano al completo (fig.7) in occasione del matrimonio di Assunta col prof. Giuseppe Balestrieri, possiamo qui conoscere anche i maschi: da sinistra Antonio, Achille e Giuseppe. Dalle nozze nacque Maria Teresa, che a 18 fu condotta all’altare dal nostro Achille (fig.8) per sposare Genny Santopaolo, avranno 2 figli: Francesco ed Andrea.
Di nuovo la famiglia Capuano al completo (fig.9) in occasione del mio matrimonio (manca purtroppo mia madre a letto malata).
Concludiamo il ramo materno con 2 membri della famiglia Luongo (fig.10), cugini di mia madre, da sinistra Achille con la moglie Carmelina, seguiti da Nietta, la consorte di Roberto ed infine i loro figli Pino e Sofia (fig.11-12) in abiti carnevaleschi.
06 - Le sorelle Capuano
07 - Famiglia Capuano
08 - Matrimonio di Maria Teresa

09 - Matrimonio Achille ed Elvira
010 - Famiglia Luongo
011 - Pino Luongo e consorte
012 - Sofia Luongo e coniuge

Passiamo al ramo paterno, premettendo che non ho alcuna foto di mio nonno Costantino, morto sul fronte nel 1918 vittima dell’epidemia spagnola, né del mio secondo nonno Achille, fratello del primo, che sposò la cognata vedova Carlotta. Partiamo dai fratelli di mio padre (fig.13) Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione, poi una rara immagine dei maschi della stirpe (fig.14), nella quale facciamo la conoscenza di Roberto, figlio di Giovanni(in alto a sinistra) e Costantino figlio di Achille (in basso a destra). Tutti salvo io e mio fratello hanno da tempo lasciato questa valle di lacrime.
Abbiamo poi le coppie (fig.15): Giovanni con la moglie Esterina, Achille con Maria Zona, Elvira con Giuseppe Angrisani e mia madre, purtroppo sola, perché vedova. Quanto era bella  mia zia Elvira con in braccio mia cugina Rosellina! (fig.16), che nella foto successiva (fig.17) vediamo quando sposa Mario Scarlato, con al centro la sagoma austera di zia Teresa, una cugina di mio padre.
Una parata delle donne (fig.18) da sinistra: Maria, moglie di Carlo, Giuliana e Carlotta della Ragione, Rosellina con la fidanzata di Costantino, Bice ed in basso Laura. Segue Carlotta col marito in compagnia di Carlo e Maria (fig.19).
Concludiamo in bellezza con un gruppo giovanile (fig.20), nel quale segnaliamo da sinistra il marito di Giuliana della Ragione e Lucio Angrisani ed infine due ammucchiate (fig.21–22) di giovani e vecchi, tutti volti noti, che vi invito a riconoscere.

013 - Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione
014 - Maschi della stirpe della Ragione
015 - Le coppie della Ragione

016 - Elvira con in braccio mia cugina Rosellina

017  - Matrimonio di Rosellina

018 - Le donne della famiglia
019 - Carlotta col marito
020 - Foto gruppo giovani
021 - Ammucchiata
022 - Gruppo festoso

CONTINUA....                            Achille della Ragione


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