I miei primi 70 anni

Prolegomeni per una futura autobiografia

 

PREFAZIONE

Lo scopo di questo libro, oltre a fornire una traccia documentaria ai biografi del futuro, che dovranno occuparsi per i posteri di raccontare il mio percorso terreno, è quello di divertire, tra serio e faceto, i lettori, soprattutto quelli che hanno avuto l'onore di conoscermi, illustrando una serie di episodi, alcuni incredibili, che hanno movimentato la mia esistenza, la quale si avvicina a passi velocissimi al traguardo dei primi 70 anni.
Alla lettura del libro è necessario affiancare una consultazione del mio sito e del mio blog, ove si potranno leggere ed eventualmente stampare tutti i miei libri e 1500 articoli da me compilati fino ad oggi; ma soprattutto si potranno visionare foto, video, rassegne stampa, che avrebbero appesantito oltre misura la mole del libro.
http://www.achilledellaragione.it/
http://achillecontedilavian.blogspot.it/
Il volume si divide in poco più di 20 capitoli, partendo dalla mia nascita senza per il momento arrivare alla mia morte.
Ho lasciato per ultimo un capitolo corposo quanto imbarazzante: quello delle traversie giudiziarie; non certo perché voglio nascondere ciò che è avvenuto e che grida vendetta per il momento, non solo davanti alla giustizia divina, ma soprattutto davanti alla Corte Internazionale dei diritti dell'uomo, da cui attendo da anni un parere, che dovrebbe ribaltare una vergognosa sentenza, la cui pena ho completamente espiato.
La Corte Internazionale accoglie meno del 3% dei ricorsi presentati ed il mio è stato accettato in tutti i punti contestati, dopo di che segue immancabilmente l'annullamento della sentenza emanata dallo stato membro, con relativo risarcimento del danno subito, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati dalla mala giustizia al cittadino condannato.
Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione  della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza.
Non mi resta che augurarvi buona lettura, soprattutto ai tanti amici che si riconosceranno nelle centinaia di foto che corredano il libro.
Napoli 1° giugno 2017
Achille della Ragione

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(1^ puntata)
Dalla nascita alla pubertà


La memorabile avventura che ci accingiamo a raccontarvi comincia alle 4:30 del mattino di un giorno relativamente lontano: il 1° giugno 1947, quando Anna Capuano (fig.1), la diletta sposa di Mario della Ragione (fig.2), dopo un breve travaglio, dà alla luce un vispo maschietto di 4 chili ed 800 grammi, che sgambetta vigoroso (fig.3) e pare felice di aver aumentato di un’unità il numero degli abitanti della Terra. La scena si svolge al secondo piano di via Salvator Rosa 29, interno 6 (ogni riferimento al significato dei due numeri nella Smorfia è puramente causale). L’evento è immortalato in un documento (fig.4) conservato gelosamente nell’archivio della parrocchia di San Giuseppe dei vecchi, già da noi pubblicato e che ora riproponiamo ai nostri lettori.
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Nel corso dell’ultima visita guidata nel ventre di Napoli vi è stata l’occasione di visionare antiche chiese aperte per l’occasione, ricche di dipinti inediti che mi propongo quanto prima d’illustrare in un articolo, curiosità come il famigerato bastone di San Giuseppe, da cui la nota frase in vernacolo: “Non sfrocoliate 'a mazzarella e San Giuseppe”; una elegante cassa da morto da utilizzare in condominio dai soci di una illustre arciconfraternita nel giorno fatidico del trapasso. Ed inoltre nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi si è potuto consultare l’archivio parrocchiale: una miniera inesauribile di notizie tra processetti matrimoniali, certificati di battesimi e di morte. Tra questi spiccava per la gioia degli storici del futuro, ai quali lo proponiamo, il certificato di battesimo di un illustre personaggio napoletano, che indichiamo con tutti i suoi nomi: Achille, Giovanni, Antonio, Gertrude. Ma come Gertrude? Un nome femminile per il celebre Pelide? Spiegazione semplicissima: Gertrude è la protettrice dei neonati e da secoli tutti i rampolli del nobile casato della Ragione, maschi o femmine che siano, lo tengono come nome secondario. Al fianco del documento battesimale, 1° giugno 1947, è riportata la data del matrimonio, avvenuto nella famosa chiesa di Santa Chiara il 15 settembre 1973, quando il focoso Pelide impalmò una giovane fanciulla che rispondeva e risponde ancora dopo 43 anni al nome di Elvira Brunetti. E sulla destra vi è ancora uno spazio vuoto che attende e attenderà a lungo, forse invano, a causa dell' l’immortalità del personaggio, la data e la località del decesso.
Achille  sembra ignaro del suo favoloso destino che lo attende, mentre la neo mamma è parzialmente delusa, perché si aspettava una femminuccia, che facesse coppia con Carlo (fig.5), nato sei anni prima; per cui farà crescere al pargoletto una chioma fluente (fig.6) ed attenderà il 4° compleanno prima di accompagnarlo dal barbiere.
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Dopo soli 20 giorni lo porterò al mare sulla spiaggia di Lido Raia, il più accorsato stabilimento balneare dell’epoca, divenuto poi lido Augusto ed oggi più semplicemente lido mappatella. Tutte le signore accorrevano ad ammirare il procace neonato e pensavano avesse un anno, sia per le cospicue dimensioni e la incontenibile vivacità, forse anche per la solennità del membro virile, destinato ad una frenetica attività. 
Achille pronuncerà le prime essenziali parole: mamma, papà, pipì, cacca a pochi mesi, camminerà a 14 mesi, (in passato si credeva che un’eccessiva precocità provocasse le gambe storte), imparò numeri ed alfabeto a tre anni, ma soprattutto apprendeva con gusto le cattive parole, avendo come palestra un cortile abitato da vaiasse su cui si affacciavano alcune finestre del suo appartamento. Ogni volta che dal parlare forbito delle popolane imparava una nuova volgarità correva dalla mamma, affermando contento: ”Ne ho imparata un’altra”.
A cinque anni era bellissimo (fig.7–8), i genitori tentarono di iscriverlo in prima elementare ad una scuola pubblica situata sui gradini Mancinelli, ma dopo pochi giorni dovettero desistere ed iscriverlo all'asilo, scegliendo un istituto prestigioso: il Froebeliano, sito in piazza Cavour, dove frequentò anche le elementari, per iscriversi poi alle medie alla Santa Maria di Costantinopoli.
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A quattro anni nuotava come un pesce, a cinque anni fittava per cinque lire cadauno i Topolino ad Elio Fusco, un amico del fratello, a sette anni fece la Prima Comunione (fig.9) e simultaneamente la Cresima (fig.10), a otto anni montava un ciuccio (fig.11), a nove anni guidava la vespa (fig.12), a dieci con sicurezza (di nascosto naturalmente) la Seicento (fig.13), a dieci anni si esercitava con dei bilancieri rudimentali ed in breve ottenne un fisico scultoreo (fig.14–15), che gli permetteva di dirimere eventuali discussioni con i compagni di scuola.
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La sua prima attività commerciale, dopo il noleggio dei fumetti, fu una sorta di calcio scommesse, praticata già a partire dalla prima media
In seguito si specializzò nella falsificazione dei biglietti per i più ambiti MAK P 100 (fig.16), che si svolgevano in città, come quello organizzato dagli allievi della Nunziatella, la celebre scuola militare con sede a Pizzofalcone, che riusciva a disporre dei vasti saloni di Palazzo Reale,ove si teneva un trattenimento danzante da mille e una notte, con il corredo di un buffet pantagruelico.
Il biglietto costava un occhio della fronte e per poter invitare una ragazza a parteciparvi, bisognava essere un figlio di papà, oppure come nel mio caso, che purtroppo mio padre lo avevo perso da anni, un figlio di “sfaccimma”.
Infatti ebbi modo di vedere il biglietto d’ingresso, semplice e senza alcun numero di serie. Fu un gioco da ragazzi recarsi in una tipografia compiacente, stamparne una decina, con i quali invitai 2 sorelle over the top come bontà (nel senso di bone naturalmente) ed il resto lo vendetti sottocosto ad amici fidati, ansiosi anche loro di fare un figurone a prezzo di favore.
Negli anni successivi ne spacciai a decine, fino a quando gli organizzatori capirono qualcosa e cominciarono a segnare sui biglietti i nomi degli acquirenti.
Per il momento ci fermiamo nel racconto, prima di approfondire gli anni del liceo scientifico che il Nostro eroe scelse come prosieguo degli studi.



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fig.17seconda elementare AS 1954-1955 insegnate Maria Arena

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(2^ puntata)
Dalla pubertà alla giovinezza


Dopo le medie scelsi il liceo scientifico, invece del classico, ritenendo più utile approfondire la matematica e l’inglese, invece di dedicare tempo ad una lingua morta come il greco.
L’istituto più vicino casa era il Cuoco, sito nella popolare via Foria, ma preferii iscrivermi al Mercalli, frequentato dalla gioventù bene di via dei Mille e soprattutto dalle ragazze più chic ed eleganti della città.
A metà dell’anno scolastico fu aperta una succursale al Vomero, in una traversa di via Cilea: via Albino Albino, alla quale venni trasferito d’ufficio.
Tale istituto è rimasto per anni senza nome e la cosa più sensata, essendomi lì maturato, mi pareva che venisse intitolato con il mio cognome, per cui grande è stata la mia meraviglia quando, dopo circa 10 anni, si è deciso di dedicarlo ad un Carneade qualsiasi: Galileo Galilei.
Il secondo anno fu il più spinoso, perché venni rimandato in tre materie, complice l’aggravarsi delle condizioni di salute di mio padre, che morì pochi giorni dopo l’uscita degli scrutini. Dopo un’estate dedicata ad uno studio, se non proprio matto e disperatissimo,quanto meno indefesso, a settembre 2 sei ed un cinque costituirono un’amara delusione e si tradussero in una bocciatura.
Ma non mi persi d’animo, decisi che avrei fatto due anni in uno: mi iscrissi al secondo, entro marzo mi ritirai e sostenni presso il mio liceo a giugno l’esame di ammissione al quarto anno, che superai brillantemente con il plauso della commissione. A ottobre ritornai nella mia classe per la gioia dei miei vecchi compagni e degli stessi professori.
L’esame di maturità lo preparai con Osea, una fanciulla dagli occhi devastanti; lo superai con la media del 7 e punte di 9 in fisica ed in filosofia.
Per ricordare quegli anni felici ripropongo ai lettori alcuni miei articolo: da un ricordo del mitico professor Maruotti alla nascita del Fico, un night ancora sulla breccia, che deve il suo nome alle mie predilezioni, nel campo della frutta naturalmente.


In ricordo di Gerardo Maruotti
Un professore di altri tempi

Gerardo Maruotti era un professore straordinario di quelli che non siedono più sulle cattedre della disastrata scuola italiana.
Pugliese, grande letterato, iniziava le sue spiegazioni in si bemolle per terminarle con acuti poderosi, con pugni sul tavolo, infarciti di parolacce, e poiché soffriva di emorroidi, gli ultimi minuti erano per noi studenti un esaltante godimento e per lui un gradevole supplizio.
Dopo 30 minuti di eloquio i personaggi da lui evocati sembravano rivivere in mezzo a noi, lasciando momentaneamente l’empireo dove vivono in eterno: Paola e Francesca, Achille ed Ulisse, don Chisciotte, Amleto e tanti altri immortali creati nei millenni dalla fertile fantasia di scrittori e poeti di ogni nazionalità.
Lui stesso era poeta ed aveva curato un’antologia della letteratura italiana ad uso dei licei.
Una mia compagna di classe, Letizia Petré, conosceva a memoria molti passi dei suoi canti dauni, mentre Achille Morena gli procurava gli inviti alle conferenze che si tenevano nella mitica saletta rossa della libreria Guida.
Lo abbiamo avuto come docente al liceo scientifico Galilei di Napoli, per molti anni nella mitica sezione C, nota per essere quella alla quale era assegnati i professori più preparati e più motivati.
Egli possedeva una casetta con giardino al villaggio Coppola, da poco costruito e, all’epoca, ambito luogo di villeggiatura; una domenica dell’ultimo anno, quando già alcuni di noi possedevano l’auto, ci invitò a trascorrere assieme un giorno di festa. Ad ora di pranzo ci recammo in un ristorante della zona e poi tutti sotto al patio a spegnere le candeline di un compleanno con tanti “anta”.
Oggi, andato in prescrizione il reato, posso confessare un piccolo peccato di gioventù. Spesso, quando con gli amici si faceva molto tardi, usciti dalla discoteca, chiamavamo al telefono il professore il quale, per il suo carattere irascibile, andava su tutte le furie, vituperando le divinità delle principali religioni monoteiste.
Le telefonate notturne sono state per anni una mia specialità. Ogni anno allo scoccare della mezzanotte, chiamavo immancabilmente il professore oltre ad una certa Assunta Aspettapesce, che alle mie avances, mi bombardava di parolacce in perfetto vernacolo.
Ritornando al nostro amato Gerardo, del quale conservo religiosamente a casa tutte le foto della classe nella quale egli compariva immancabilmente ed alcune foto scattate al villaggio Coppola, voglio raccontare alcuni sfiziosi aneddoti.
Il primo, innocente, quando praticai un buco in corrispondenza con la classe attigua, frequentata da una classe superiore alla nostra, i cui compagni, dopo pochi minuti, ci fornivano le soluzioni dei compiti assegnati in classe, soprattutto di matematica.
Il secondo, più birichino, fu quando, nottetempo, misi del cemento nella serratura della scuola, provocando un filone generale.
Il terzo è il più birbante: una sera misi nello sciacquone dei bagni una bottiglia colma di urina, simulando una molotov. Poi, mentre tranquillamente mi facevo vedere davanti all’ingresso, un amico avvertì la  polizia: ”attenti c’è una bomba nella scuola”. Arrivarono gli agenti e fu un altro giorno di allegro filone di massa.
Qualche anno fa, leggendo i necrologi del Mattino, appresi della triste dipartita. Confesso che piansi; professori come Maruotti non esistono più e per questo che ho accettato volentieri l’invito della figlia Valeria di ricordare l’estroso personaggio.

Valeria, Osea e Piliffa le tre grazie
1^ liceo a.s.61-62

2^ liceo a.s.62-63
17 aprile 1966 Pinetamare
dove eravamo...?
5^C a.s. 1965-66

La nascita del "Fico"

Gian Filippo è da oltre quarant’anni uno dei miei amici più cari, a tal punto che il mio unico figlio maschio ha preso il suo nome.
Discendente da una delle più ricche famiglie tedesche è riuscito a dilapidare in pochi decenni un immenso patrimonio. I suoi antenati erano illustri scienziati e celebri docenti universitari, il padre ammiraglio, ma nel suo Dna non vi è mai stata alcuna traccia del passato splendore celebrale.
Lo conobbi al primo anno di università e volevamo preparare assieme l’esame di anatomia, con noi anche Emanuele, un clone di Gian Filippo in quanto ad  intelligenza, entrambi erano al loro quarto tentativo dopo altrettante solenni bocciature.
Studiavamo nello splendido salone della sua villa di via Tasso, una dimora tra le più prestigiose della città, acquistata dalla madre quando la sua famiglia si trasferì all’ombra del Vesuvio da Berlino, dove possedeva un imponente castello distrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale.
Il giorno della verità io rimediai un 29, mentre i miei amici furono nuovamente trombati. Emanuele decise di abbandonare gli studi e di vivere, beato lui di rendita, cosa che fa ancora oggi, mentre Gian Filippo ascoltò il mio consiglio e si iscrisse a Veterinaria, ritenendo che un cane un domani, forse, si sarebbe fatto curare da lui, un cristiano giammai. E fu la sua fortuna perché in breve si laureò e, a dimostrazione del declino inesorabile della nostra università, ha ricoperto per decenni la carica di docente nell’istituzione federiciana.
La villa aveva tre piani di 200 metri quadrati ciascuno ed era circondata da 2000 metri di giardino con alberi secolari. Al primo livello vi erano i saloni di ricevimento, che oggi sono trasformati nel ristorante il Gallo nero, al secondo vi erano le camere da letto, mentre un piano leggermente affossato versava in stato di abbandono da anni. Convinsi il mio amico a concedermelo per un anno gratuitamente ed io lo avrei trasformato in una discoteca, che gli avrei poi ceduto dopo un utilizzo di 12 mesi. 
Il mio amico credeva che avrei chiamato un’impresa di costruzioni per la ristrutturazione, viceversa schiavizzai tutti gli amici, con la promessa di ingressi gratuiti e secondo le competenze affidai loro un incarico materiale…
Diego e Massimo, i più robusti, furono impegnati per i trasporti più pesanti e fisicamente collocarono a regola d’arte il pavimento della discoteca; Luciano, esperto di elettricità si interessò degli impianti, per la parte idraulica Leandro superò se stesso, mentre i mobili e le altre suppellettili furono costruiti (unico apporto esterno) da don Salvatore, un pregiudicato riciclatosi come falegname.
Dopo trenta giorni il locale era pronto per l’inaugurazione, non restava che dargli il nome e poiché a quell’età, ma anche in seguito, il pensiero corre sempre dietro la stessa idea, lo chiamai Il fico, in onore della sorella, nome che conserva ancora oggi a distanza di otto lustri.
La serata di gala, ed anche le successive, fu allietata dalla musica dei Labbers, un complesso di quattro amici, che, con la scusa di lanciarli, feci esibire gratuitamente per un mese.
Alla porta Nando, il più robusto degli amici, al quale nessuno sfuggiva, al bar Sergio, che abilmente, utilizzando micidiali bustine, preparava intrugli che avrebbero avvelenato uno struzzo e spacciava per champagne francese il nostrano famigerato Perlino.
Il divertimento era assicurato grazie alle nostre simpatiche amiche che organizzavano irresistibili cotillons, privi di ricchi premi.
Tra i più eleganti Gennaro e Lucio, spesso accompagnati da belle ragazze senza mai concludere niente di penetrativo.
L’atmosfera era festosa ed il divertimento assicurato, ma l’impegno di dover stare nel locale ogni sabato e domenica dopo pochi mesi mi pesava troppo, per cui accettai l’offerta di Gian Filippo di subentrare prima nella gestione del locale. In cambio mi diede uno splendido brillante di quasi due carati, che gli era stato restituito da una fidanzata che lo aveva piantato e che io, dopo anni, feci pegno del mio eterno amore con Elvira.
Dopo poche serate vi fu la visita con relativa multa salatissima della Siae e dopo alcuni giorni si presentò la malavita a richiedere la tangente.
Gian Filippo se la fece letteralmente nei pantaloni e mise a presidiare la discoteca don Salvatore, il quale, a suon di mazzate, convinse gli estorsori a girare al largo. Da allora si è impossessato del Fico che gestisce come sua proprietà ed è già molto che se il mio amico vuole trascorrere una serata non gli fa pagare il biglietto.

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(3^ puntata)
19 anni

 I 19 anni sono un periodo leggendario per il nostro eroe: viaggi continui, alternati a fidanzamenti collettivi con ragazze da sballo, conquistate in egual misura  dal suo sguardo magnetico, dall’invio di superbi cesti di fiori(per il quale rinviamo allo scritto” Le rose di Poggioreale” e dallo sfoggio di auto di lusso: partito dalla mitica 500, che conserverà per anni e che in una nottata gli permise di raggiungere la Svizzera per un appuntamento erotico, passerà poi a vari modelli di spider, per concludere in gloria con una Ferrari Super America. Vari scritti narrano queste gesta degne della penna di Omero ed è a loro che affidiamo il lettore, che potrà seguire un viaggio di 40 giorni per l’Europa, con tappe importanti a Stoccolma, Berlino e Praga, per passare poi ad una storica estate a Capri, della quale si parla ancora, a distanza di mezzo secolo nella celebre piazzetta.


003 - Achille bacia Andersen



Geltrude negli anni Sessanta

Le rose di Poggioreale

Negli anni Sessanta il nostro eroe, lo chiameremo Geltrude, aveva circa vent’anni, era squattrinato e gli piacevano le ragazze, passione che coltiverà assiduamente per tutta la vita.
La sua mente era fertile e partoriva idee originali a getto continuo.
Erano tempi in cui le donne di qualsiasi età gradivano i complimenti ed impazzivano per gli omaggi floreali; una  monumentale composizione di rose avrebbe permesso a chiunque di fare breccia nel cuore di una fanciulla, anche se la segreta speranza del corteggiatore era di poter conquistare ben altri territori anatomici.
Come fare se si disponeva di poche migliaia di lire da investire?
Preliminarmente il Nostro chiedeva a tutti i suoi amici il recapito di belle ragazze, non importava se conosciute solo di vista, bastava l’indirizzo e qualche notizia sulla fanciulla: colore degli occhi e dei capelli, età, segni particolari. Quindi Geltrude seguiva con attenzione la rubrica dei necrologi sul Mattino ed appena compariva una sfilza di inserzioni per qualche cadavere eccellente si precipitava al cimitero e recuperava dalle corone di fiori, abbandonate nella grande piazza di Poggioreale, le rose più belle e dal gambo più lungo.
Ottenuto un cospicuo numero di esemplari si recava, prima in una bancarella di via Foria, ad acquistare alcuni cesti di vimini a cinquecento lire cadauno, poscia da uno scalcinato fioraio del Vomero, che possedeva, abusivamente, l’elegante carta con l’intestazione della Fleurop ed era abile nelle composizioni floreali, miscelando muschio ed affini alle rose, a fronte di altre cinquecento lire di spesa.
Ottenuti 3-4 cesti di rose belli e degni di una diva del cinema, Geltrude si recava nei pressi delle vittime… designate e fermava uno scugnizzo di passaggio, al quale prometteva una lauta mancia se avesse consegnato l’omaggio a domicilio. Quindi si nascondeva ed aspettava l’uscita a mani vuote del ragazzo dal portone. Certo della consegna si allontanava rapidamente, sorvolando sulla mancia e si trasferiva ad un altro recapito.
Naturalmente il cesto non era anonimo, bensì accompagnato da un elegante biglietto da visita con stemma nobiliare a più palle e naturalmente il numero di telefono del conte di Laviano…
Tornato a casa bisognava semplicemente attendere il ringraziamento che non si faceva attendere. Metà delle telefonate erano delle mamme, entusiaste all’idea che le grazie della figliola avessero accesso la galanteria ed il desiderio di un ammiratore così ricco ed addirittura blasonato.
L’unica difficoltà era districarsi tra le domande incalzanti: dove ci siamo visti o conosciuti?
Era facile acuire il mistero e far dire alla fanciulla una serie di potenziali occasioni di incontro: al matrimonio della cugina lontana, alla festa di laurea della nipote del vicino di casa, sulla spiaggia, alla presentazione di un libro. L’abilità stava alla fine della conversazione a convincere l’interlocutrice di essersi incontrati, anche se di sfuggita, proprio nell’occasione da lei ricordata.
Un appuntamento era la regola, anche se a volte bisognava superare l’ostacolo di un invito a cena preliminare a casa della potenziale suocera, che non stava nei panni dalla curiosità.
Dispersa la vegliarda era facile poi condurre, rapidamente la fanciulla in luoghi più romantici ed appartati e spesso, senza tanti preamboli, la si passava per le armi…
Bisognava poi scomparire in fretta, sia perché le indagini avrebbero in breve svelato le origini plebee di Geltrude, ma soprattutto perché altri bocconcini prelibati attendevano di essere gustati.
Una sola volta è capitato al nostro eroe di rincontrare a distanza di anni una ragazza conquistata e concupita grazie ai fiori di Poggioreale.
L’incontro è stato imbarazzante, ma fortunatamente privo di spiacevoli conseguenze.
Divenuto uno stimato professionista, coniugato e con prole, Geltrude, incontrando un collega nel mese di agosto lo invita a fare un bagno con la sua famiglia nella sua villa con piscina.
“Non vorrei dare fastidio vi è anche mia suocera”.
“Nessun problema ospiti da me vi sono alcune mie zie di annata che potranno farle compagnia”.
Quale sorpresa ed iniziale imbarazzo quando, aprendo la porta, la moglie del collega si materializzò per una delle mie conquiste migliori, ancora in carne, anzi fin troppo, a giudicare da un’abissale scollatura. Mummificata viceversa la mamma che mi gelò con lo sguardo, ma riuscì a trattenere ricordi ed emozioni. Inconsapevole il marito, cornuto ante litteram, che si attivò per cementare la nuova amicizia, permettendo ad una vecchia tresca di risorgere vigorosamente.
004 - Achille ed il mare artico


Stoccolma

Agosto 1968: prima tappa Stoccolma

1° agosto 1968 Geltrude e Luciano si apprestano a compiere un lungo viaggio attraverso l’Europa, avendo come tappa principale Stoccolma. Erano tempi in cui il fascino della Svezia, terra di vichinghe di rara bellezza aduse alla pratica del libero amore, era irresistibile tra i maschi mediterranei, che ambivano a raggiungere la lontana nazione con la speranza di poter tornare con succose avventure da raccontare agli amici rimasti in città.
Luciano possedeva, adoperato nella fabbrica del padre, un pulmino Volkswagen, il quale, tolti i sedili posteriori, divenne una comoda camera da letto viaggiante.
Il percorso si snodò attraverso Svizzera, Germania e Danimarca, per giungere tra le intricate foreste scandinave, talmente fitte che bastava inoltrarsi per pochi metri allo scopo di soddisfare una improcrastinabile funzione fisiologica per sperdersi. Più di una volta lo spavento fu forte ed il ritorno all’ovile possibile grazie a potenti richiami a squarciagola.
Appena giunti nella capitale nordica prendemmo alloggio nei pressi dell’ostello, tra i più belli d’Europa, collocato su di una nave attraccata al molo di uno dei numerosi canali che attraversano la città. Lo scopo era duplice: da un lato poter usufruire, spacciandosi per clienti, delle strutture dell’albergo galleggiante per docce, rare, ed evacuazioni varie, quotidiane; dall’altro per poter tenere sotto stretta osservazione il via vai di pulzelle di varia nazionalità, alcune ultraminorenni, che costituivano un ideale terreno di caccia per due arrapatissimi galli meridionali.
Già dal primo giorno riuscimmo, nonostante il nostro inglese scalcinato, a rimorchiare due fanciulle niente male provenienti dal sud della Francia. Destinazione una simpatica balera nota per prediligere balli lenti, l’ideale per i  contatti ravvicinati.
La serata fu simpatica ed io potetti scegliere la ragazza più bella grazie alla proverbiale bruttezza del mio amico Luciano, che univa ai tratti scimmieschi del volto una totale incapacità a calamitare l’attenzione femminile. Non riuscimmo però a raggiungere lo scopo che ci eravamo prefissi: la trombatura e ci accorgemmo che le francesi, come le italiane dell’epoca, avevano costumi sessuali molto morigerati.
Bisognava puntare senza indugi sulle vichinghe e cercare un luogo ancora più favorevole a concludere la scorribanda.
Ci avevano parlato di un locale dove le acchiappanze si facevano con lo sguardo, fissando la preda con un intenso sguardo sessuale e scambiandosi perentori messaggi attraverso un intricato servizio di posta pneumatica tra i tavolini. Pensai che il mio amico Luciano con la sua faccia di c… avrebbe mietuto successo.
Poi la scelta cadde su una balera notoriamente frequentata dalle più belle donne di Stoccolma, dove l’accesso maschile era consentito soltanto a marocchini, italiani e negri. All’ingresso sul polso veniva apposto un timbro, che consentiva di poter rientrare nel locale dopo aver fugacemente frequentato la boscaglia circostante con qualche procace fanciulla razziata tra un complimento audace ed un  ballo avvinti come l’edera.
L’abitudine di marcare i clienti fu da noi abilmente sfruttata per entrare nel locale per vari giorni senza fare un nuovo biglietto. Bastò infatti ricoprire con un cerotto il timbro per evitare che sbiadisse ed il gioco era fatto.
Lì finalmente riuscii a rimorchiare una biondissima fanciulla che, senza tanti inutili preamboli, mi invitò a casa sua a placare i miei istinti repressi.
Al mattino mi accorsi che abitava, da sola nonostante avesse appena diciotto anni, nel mezzo del bosco ed ebbi timore a ripercorrere la strada verso il nostro pulmino parcheggiato nei pressi della discoteca.
La ragazza comprese la mia paura e si offrì di accompagnarmi, anzi, giunti a destinazione, disse candidamente che poteva trattenersi con me per il tempo che desideravo. Nel frattempo la nostra Volkswagen ospitava cinque dormienti, perché avevamo reclutato tre autostoppisti, un napoletano Renato, un romano ed un alto atesino, allo scopo di dividere le spese per la benzina.
Inge non si preoccupò più di tanto, anche se spazio del nostro giaciglio era ridotto all’osso e non permetteva alcun movimento. Durante le nostre effusioni sessuali notturne tutti gli altri fingevano di dormire ed il mio imbarazzo era tangibile perché la ragazza, al culmine dell’eccitazione, sguaccheracchiava in maniera assordante.
Eravamo oramai inseparabili e non riuscivo a trovare un modo per mollare la ragazza. Ci apprestavamo a spostarci verso l’Europa dell’est, ma Inge voleva continuare il viaggio con noi.
La visita ad un grande magazzino a più piani mi diede l’occasione per liberarmi di una presenza oramai ingombrante. I molteplici interessi di ognuno ci portavano a visitare piani diversi, dove era esposta varia mercanzia. Ci demmo appuntamento dopo trenta minuti all’ingresso, mentre ad Inge dissi di tornare dopo un’ora. All’appuntamento mancava Renato ed i minuti passavano freneticamente. Temetti di perdere l’occasione, ma poi ebbi l’idea di chiamarlo all’altoparlante. La signorina voleva fare lei l’annuncio, ma le facemmo capire che il nostro amico non avrebbe capito l’idioma straniero. Incautamente mi fu affidato il microfono e colsi l’opportunità per divertirmi e far sorridere i tanti italiani sparpagliati per il negozio
“Figlie e puttane, mocca a mammete, vuoi scendere o t’aggio manna a fan culo, scurnacchiate”. L’appello ebbe un immediato riscontro e potemmo tagliare la corda dopo aver consegnato lo zainetto della fanciulla al personale all’ingresso.

002 - Achille con Luciano ed i vopos
001 -  Muro di Berlino

La primavera di Praga ed il seno di Jolanda

Lasciata alle spalle la Scandinavia, la combriccola si dirige spavalda verso la Germania orientale: obiettivo Berlino est.
All’epoca era estremamente difficile visitare la zona comunista della città, divisa da quella occidentale, a parte dal famigerato muro, da una striscia di quasi un chilometro di terra di nessuno, dall’aspetto lunare, con gli edifici sventrati dalle bombe ed il tempo che sembrava fermo al 1945.
Camminare per le strade di Berlino est dava l’impressione di un viaggio a ritroso nel tempo e la sensazione di una povertà diffusa, dignitosa e severa. Visitare il museo delle conquiste del comunismo equivaleva a percorrere le sale di Standa o della Rinascente, mentre code interminabili fuori ai pochi negozi aperti davano un senso di malinconia infinita. Qualunque paragone con l’Occidente era improponibile e passare a Berlino ovest provocava le vertigini, perché gli americani non avevano lesinato mezzi per edificare ex novo una città modernissima, avendo cura di lasciare dappertutto un cumulo di macerie, con di lato la foto dello stato dei luoghi prima della furia devastatrice della guerra. Chiese e palazzi pubblici ricostruiti e sovrapponibili a quelli polverizzati dai bombardamenti a tappeto imponevano una continua meditazione sulla sciocca malvagità dell’uomo.
La parte comunista della città era soffocata da una cappa di tristezza burocratica generalizzata, le ragazze malvestite e senza trucco non ispiravano pensieri bellicosi a differenza delle sorelle occidentali che lanciavano, spavalde, sguardi assassini.
Nel fondo di un cassetto, dimenticate da quaranta anni ho scovato alcune foto sbiadite: mentre bacio la statua di un padre della patria, sotto lo sguardo sorridente di Luciano, davanti alla Porta di Brandeburgo, sorvegliata giorno e notte  dai vopos, i gendarmi dal ghigno feroce severi guardiani dell’ortodossia, vicino ad un tram scalcinato, gioiello della produzione metallurgica comunista, a confronto del quale il numero 1 di Napoli avrebbe fatto un figurone, in una piazza dai giardini a guisa di orti ed infine mentre passo senza troppi preamboli alla conquista di Ursula, una sedicenne di ampie vedute, che, una volta conquistata, voleva consumare senza indugi l’amore in un pubblico parco.
Ci trasferimmo poi in Cecoslovacchia ed entrando da un confine amico potemmo evitare di dover indicare dove avremmo alloggiato e mostrare i soldi che avremmo speso, un tot al giorno obbligatorio. I paesi dell’est era popolati da straccioni, ma i turisti non dovevano esserlo.
Praga era una città piena di vita e si percepiva nell’aria che qualcosa di importante stava per accadere. I giovani si trattenevano fino a tardi per le strade e molti avevano chitarre e vecchi violini con i quali accompagnavano struggenti melodie.
A piazza San Venceslao incontrammo tantissimi italiani ed anche molti napoletani, io potetti riabbracciare Natalino un compagno delle scuole medie che non vedevo da anni. Ascoltammo meravigliati che ai turisti veniva imposto dove dormire ed alcuni, la sera, dovevano percorrere anche quaranta chilometri per raggiungere l’albergo. Bisognava poi spendere ogni giorno diecimila lire ed alla dogana andava obbligatoriamente cambiato tanto denaro quanti giorni si sarebbero trascorsi in vacanza. La valuta locale non permetteva di acquistare che pochissime merci, per cui, anche se non veniva spesa, non poteva essere riutilizzata per il cambio.
Il vestiario dei turisti, anche se consunto, faceva impazzire  gli indigeni, si ripetevano le scene dei marinai di Colombo che, giunti nel nuovo mondo, barattavano perline di alcun valore con oggetti di metallo pregiato.
I praghesi letteralmente ti spogliavano e noi piazzammo scarpe, magliette, penne e matite a prezzi sbalorditivi. Alcune volte lo scambio avveniva in natura ed a tale scopo eravamo venuti ben forniti di rossetti e calze di nailon, per cui potemmo fare cose turche per vari giorni.
All’epoca possedevo uno spider 850 Bertone e ne mostrai la foto ad uno dei contrabbandieri più audaci di Praga, il quale mi disse che se lo avessi portato anche solo al confine lo avrebbe acquistato, in valuta pregiata, ad un prezzo stratosferico. Purtroppo dopo ciò che successe nei giorni successivi non ebbi più sue notizie, probabilmente sarà finito in Siberia.
Con la moneta locale ottenuta vendendo quasi tutto il vestiario facemmo affari sensazionali. Io acquistai una collezione di francobolli, che al ritorno in Italia rivendetti ad un prezzo decuplicato, mentre gli altri amici comprarono attrezzatura per campeggio, spartana ma efficiente e addirittura alcuni pregiati cristalli di Boemia.
Dopo circa una settimana decidemmo di puntare verso l’Austria  e partimmo all’imbrunire. Mentre gli amici dormivano io guidavo il pulmino tra lampi e fulmini ed una visibilità ridotta all’osso. Attraversavamo una foresta, pare quella dove sono ambientate le imprese del conte Dracula, quando all’improvviso, dopo tanti animali che mi avevano tagliato la strada, comparve un miraggio all’orizzonte: due splendide ragazze che nel buio pesto di una strada deserta, alle due di notte, chiedevano un passaggio. Frenai senza indugio e feci salire le fanciulle, che si accomodarono felici senza badare ai quattro amici svegliatasi di soprassalto.
Le due ceche erano veramente bellissime e ci raccontarono in tedesco, lingua ben nota all’amico di Bolzano, che erano dirette alla loro dacia, dove i genitori le avevano inviate all’improvviso. Col senno di poi capimmo che erano figlie di persone molto importanti, che avevano avuto sentore che la situazione politica stava per precipitare.
Dopo circa un’ora arrivammo a Ceske Budejovice, una località dove si trovava la loro dimora di campagna. Nel frattempo, ceduta la guida a Luciano, avevo scambiato sguardi sessuali assassini alla più bella delle due, Jolanda. Giunti a destinazione le fanciulle ci invitarono a trascorrere a casa loro le ore fino all’alba e naturalmente non ce lo facemmo dire due volte.
I tre più imbranati rimasero a dormire nel pulmino, mentre con Renato ci sistemammo in casa e cominciammo a cucinarci le ragazze. Io e Jolanda in salotto ci guardavamo intensamente e l’atmosfera romantica non mancava, alla radio, nel buio della notte, si poteva ascoltare il Notturno dall’Italia e, che fortuna, Mina in una delle sue canzoni gorgheggiate. Digiuno delle lingue, in latino, cercavo disperatamente, dopo le presentazioni di rito(Ave puella quomodo appellarsi, ego sum Achilles) di far capire le mie intenzioni penetrative e Jolanda pare mi volesse far intendere che era al primo giorno di mestruazione. Avevo dedicato l’attenzione al suo seno, sodo e prorompente, quando all’improvviso la musica si interruppe e la radio cominciò a ripetere senza sosta un breve comunicato. Jolanda scoppiò a piangere ed io cercai di  ascoltare con attenzione. Tra parole mi colpirono: armada, putsch e russia, ma non avrei mai immaginato la gravità della situazione. Con la radio andai in giardino e svegliai l’amico nordico che, stupefatto, annunciò: “L’armata russa ha invaso il paese”.
Spaventatissimi decidemmo di partire subito e da allora il mio odio per i sovietici ed il mio anticomunismo viscerale è cresciuto sempre più. Vedersi svanire una ragazza come Jolanda ad un passo dalla conquista totale è un pensiero che mi ha ossessionato per tanto tempo. Le ragazze scapparono con noi, ma per prudenza e vigliaccheria le facemmo scendere in prossimità del confine che temevamo bloccato. Viceversa le guardie alla frontiera erano scappate anche loro in Austria e trovammo la barriera alzata. Esausti percorremmo oltre cinquecento chilometri raggiungendo la Jugoslavia.
Eravamo stanchi del nostro viaggio che durava da quaranta giorni, il tempo era spesso piovoso e vagammo pigramente lungo la costa fino all’Albania.
La bellezza dei luoghi non ci colpì più di tanto e le ragazze ci sembrarono alquanto selvatiche. Qualche puledra avrebbe meritato di essere cavalcata, ma oramai volevamo soltanto tornare a casa dove amici e parenti dovettero per giorni ascoltare ripetutamente il racconto delle nostre avventure.


 
Achille, Annamaria, Manuela e Carlo dal principe Sirignano

Estate a Capri


Il viaggio a Stoccolma ed a Praga fu preceduto da un lungo soggiorno a Capri. Io e Carlo prendemmo alloggio a Villa Api, una pensioncina posta al culmine di via Tiberio con un ultimo strappo in salita da togliere il fiato. Da lì partivamo per le nostre scorribande finalizzate al reperimento, per scopi ludici, di belle figliole di facili costumi.
Il primo incontro avvenne senza necessità di spostamento grazie alla circostanza che le nostre vicine di stanza erano tre bionde dai reggiseno straripanti, che si cambiavano d’abito ripetutamente per la gioia dei nostri occhi, stabilmente fissi nel buco della serratura attraverso il quale seguivamo ogni minimo movimento.
Decidemmo di abbordarle per iscritto ed avendole giudicate troppo belle per essere italiane, facemmo scivolare audaci bigliettini con focosi apprezzamenti romantici sotto la porta che divideva le due stanze. Il nostro inglese alquanto scalcinato era costituito da una serie di frasi preparate a tavolino e quasi sempre si dimostrava efficace. Le risposte erano piene di errori e questo dettaglio eccitò la nostra fantasia: svedesi, francesi, tedesche?
Lo scambio epistolare durò alcuni giorni e sfociò alla fine in un appuntamento in piazzetta per prendere un caffè assieme.
Parlare in inglese è ben più arduo che scrivere e noi conoscevamo solo poche frasi per rompere il ghiaccio, ma quale fu la reciproca meraviglia quando constatammo, tra grasse risate, che anche le fanciulle, native e dimoranti a Piacenza, ci avevano scambiato per stranieri. Il resto, favorito da generose libagioni andò al di là di ogni più rosea speranza e la conclusione la lascio alla fantasia del lettore.
Durante il periodo della nostra villeggiatura il principe di Sirignano era il mattatore incontrastato della vita mondana caprese e noi avemmo modo di conoscerlo personalmente, anche se di sfuggita, molto di sfuggita...
Ci trovavamo ai bordi della piscina della «Canzone del mare», che, squattrinati,  raggiungevamo senza pagare l’ingresso attraverso gli scogli. Io ero in compagnia di Carlo, allora, come me, giovane audace e scapestrato, oggi severo e stimato Procuratore della Repubblica.
Mentre ci guardavamo intorno alla ricerca di qualche bella fanciulla da accalappiare fummo attirati da ciò di cui parlavano due affascinanti ragazze bionde della società dorata napoletana.
Anna Maria e Manuela, favoleggiavano di una grande festa da ballo che, organizzata dal principe di Sirignano si sarebbe svolta quella sera ed alla quale avrebbero partecipato centinaia di invitati, parte in abiti da gala e parte in maschera.
Il sogno delle due ragazze era quello di poter partecipare ad una festa così importante per far notare la loro bellezza, che era veramente sfolgorante e per fare qualche conoscenza interessante. Presi la palla al balzo e con sfacciataggine mi avvicinai alle due fanciulle e dopo essermi presentato come conte, millantai un amicizia di famiglia di vecchia data col principe Sirignano, dal quale potevano considerarsi, se volevano, invitate al ricevimento.
Anna Maria e Manuela mi abbracciarono e baciarono contentissime e corsero in albergo e dal parrucchiere per prepararsi adeguatamente alla festa di cui si credevano invitate ufficialmente.
Ci demmo appuntamento in piazzetta con le ragazze per le 21.
Per me ed il mio amico si imponeva il problema dell’abito da sera che non possedevamo, ma potendosi presentare anche in maschera, la scelta cadde su due travestimenti da antichi romani, che fu facile arrangiare con le lenzuola dell’albergo ove alloggiavamo ed i tralci di viti del vicino giardino.
Così agghindati, io da Bacco e Carlo, il mio amico, da ancella e muniti anche di un bidet di plastica portatile, sottratto alla pensione e tenuto da me sotto braccio con eleganza e naturalezza, ci presentammo in piazzetta all’appuntamento con le due ragazze.
Non curanti di un passante che mi apostrofò col grido «ma che puort dui cess», ci dirigemmo verso la villa ove si svolgeva la grande festa.
Fummo accolti dal maggiordomo e da alcuni camerieri, ai quali consegnai in deposito il bidet e mi presentai come invitato del conte della Ragione, cioè di me stesso.
Mentre il maggiordomo si recò dal principe ad informarlo del nostro arrivo, fummo sequestrati dai fotografi, che nel giardino della villa ci immortalarono in più pose.
Con la coda dell’occhio vidi il principe, accigliato, e spalleggiato da vari camerieri, dirigersi verso di noi e feci appena in tempo ad avvertire Anna Maria e Manuela che splendevano nei loro abiti da gran sera, di allontanarsi e di mischiarsi tra la folla degli invitati.
Il principe volle sapere chi eravamo, e quando seppe che ci aveva invitati il conte della Ragione, a lui naturalmente ignoto, ci fece capire che se non ce ne andavamo con le buone avrebbe chiamato i carabinieri.
Moggi moggi guadagnammo l’uscita, ma giunti in piazzetta ci ricordammo del bidet e tornammo indietro per riprenderlo. Bussammo e alla finestra del primo piano il maggiordomo gridò «andatevene o chiamo la polizia!» «La chiamiamo noi la polizia se non ci restituite il bidet» rispondemmo noi. Pochi secondi e l’«accessorio» ci fu scaraventato dalla finestra. Il giorno dopo potemmo acquistare da Foto Capri le nostre immagini immortalate durante la festa e l’unico lato positivo della vicenda fu, che con le due ragazze, nonostante tutto, facemmo amicizia. Una amicizia tanto intensa che dura ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni.


  
Villa Malaparte a Capri

Il saccheggio di Villa Malaparte

I bagni a mare erano la nostra ultima preoccupazione, mentre appena svegli cercavamo di escogitare sistemi sempre più raffinati per sedurre giovani fanciulle.
Terreno delle operazioni era la celebre Piazzetta con i tavolini dei bar che invogliano a dedicarsi animo e corpo al dolce far niente.
Le ore serali erano favorevoli quanto le mattutine.
Spalla delle mie performance era come sempre Carlo, che vestiva con grande eleganza una candida livrea, spacciandosi per il mio cameriere personale.
Ideai tre tecniche per le acchiappanze che adoperavo a seconda dell’età delle prede.
Se volevo abbordare una signora alto borghese annoiata, con il marito rimasto in città, davo l’impressione, nonostante la giovane età, di essere un personaggio importante. Per cui, seduto ad un tavolino limitrofo ed  addentando un Avana, mi sprofondavo nella lettura della pagina economica del New York Times. Dopo qualche minuto venivo interrotto da Carlo, il mio cameriere, che su un vassoio luccicante mi porgeva un telefono bianco dal filo interminabile che si perdeva all’infinito, annunciandomi che ero desiderato da un personaggio importante, a secondo dei casi, un famoso industriale, un blasonato o un vip a ventiquattro carati.
Infastidito rifiutavo la telefonata e scambiavo uno sguardo complice con la signora, che oramai era pronta per scambiare qualche frase di circostanza. Rotto il ghiaccio si cercava senza indugi  di passare ad infrangere qualcosa di più consistente ed il più delle volte il tentativo era coronato da successo.
Per abbordare le giovanissime fiori e lettere romantiche costituivano una miscela esplosiva in grado di fare mirabilie.
Identificata una preda, in compagnia di un’amica in genere orripilante, mi posizionavo in un tavolino nei paraggi e cominciavo ad esercitare, con profondità ed acuta introspezione psicologica, il mio mitico sguardo sessuale. Dopo qualche minuto Carlo, sempre nella veste di cameriere, si avvicinava alle ragazze e porgeva da parte mia una rosa rossa ed una lettera nella quale brevemente affermavo: “ Vorrei conoscervi, ma sono paralizzato dalla timidezza, volete avvicinarvi al mio tavolo a bere una coppa di champagne?”
Statisticamente, un terzo tratteneva il fiore scambiava un sorriso e continuava a bere l’aranciata ed a conversare con la compagna, un terzo gettava a terra rosa e lettera che, prontamente recuperate, venivano riciclate per un nuovo tentativo ed infine, fortunatamente, una quota accettava l’invito e si trasferiva immantinente al mio tavolo dove, da cosa nasce cosa, tra una battuta e l’altra, cercavo di fissare un ulteriore più efficace appuntamento, al mare o se possibile al night, dove la sperimentata tecnica di strofinamento ventrale dava sempre buoni frutti.
Per acchiappanze di massa distribuivamo per strada alle ragazze  più procaci volantini nei quali informavamo che il conte della Ragione nel suo panfilo organizzava una festa da mille ed una notte, durante la quale si sarebbe svolto un concorso di bellezza, del quale noi eravamo incaricati di una pre selezione da svolgersi in discoteca.
Reclutammo un fiume di teen agers tra le quali non riuscivamo a dividerci, per cui chiedemmo a Napoli rinforzi e giunsero Elio e Francesco, che presero di nascosto alloggio senza pagare nella nostra stanzetta, che possedeva un’uscita indipendente sulla strada.
Una sera mentre eravamo seduti alla tavola calda di via Roma, angolo piazzetta, dove consumavamo pasti frugali riutilizzando scontrini caduti a terra o recuperati sul bancone, affianco a noi si sedettero due ragazze da schianto in compagnia di una signora matura (da ragazza doveva essere stata una sventola) e da un barboncino rompiballe, il quale si intrufolava sotto tutti i tavoli abbaiando a squarciagola.
Vicino a noi sedevano due ceffi dalle facce patibolari, fortunatamente gracili quanto screanzati. Infastiditi dal cagnolino cominciarono a sbraitare, protestando vivacemente con le proprietarie che, spaventatissime, scoppiarono in lacrime.
Colsi la palla al balzo per presentarmi come campione di lotta libera, disponibile ad un cenno a polverizzare con l’aiuto dei miei amici gli scostumati molestatori. Voglio premettere che Carlo possedeva spalle robuste ed il nuovo arrivato Francesco, alto quasi due metri aveva un fisico da culturista; Elio era poco dotato fisicamente, ma era brutto da fare paura. Conclusione: i due se la diedero a gambe levate e le ragazze si trasferirono al nostro tavolo riconoscenti.
Fatta rapidamente amicizia ci confidarono che conoscevano un posticino da favola per fare il bagno. In un angolo appartato lontano da occhi indiscreti a tal punto da potersi immergere tra i flutti nature ammirando un panorama mozzafiato.
A noi come panorama interessava unicamente quello costituito dai seni delle fanciulle, per cui accettammo l’invito l’indomani di recarci in questo angolo di paradiso.
Un lungo e tortuoso sentiero conduceva a villa Malaparte, che da anni era abbandonata ed affidata ad un custode giudiziario che abitava ad Anacapri.
Lo scrittore, autore di libri immortali come La Pelle, dopo essere stato fascista ed essere riuscito grazie ad un’amicizia personale col duce a costruire la sua magione a ridosso dei Faraglioni, in età matura era divenuto comunista ed aveva deciso di lasciare la sua proprietà alla Repubblica popolare cinese, un’entità che all’epoca l’Italia non riconosceva come Stato. Ne era nata una causa con gli eredi dello scrittore e nelle more era tutto sotto sequestro. Per inciso dopo anni la giustizia ha dato ragione ai nipoti, che hanno trasformato la struttura in una fondazione per organizzare convegni di scienziati da ogni parte del mondo.
Detti uno sguardo alle finestre e notai che all’interno era rimasta la biblioteca dello scrittore stracolma di libri, anche rari e di numerosi carteggi con personalità della politica e della cultura.
Il primo pensiero fu di visitarla più accuratamente… e bastò uno spintone energico ad una finestra per penetrare all’interno. Quel che vedemmo fu sufficiente a prendere la decisione di ritornare col favore delle tenebre per compiere un’indagine più approfondita.
Dedicammo le ore solari al bagno con le ragazze e ad abbronzarci sullo splendido solarium posto sul terrazzo. Le anatomie esposte nella totalità della loro devastante bellezza non distoglievano però il mio pensiero che correva al tramonto.
Riaccompagnate in piazza le pulzelle ritornammo, muniti di sacchi, alla villa ed arraffammo l’impossibile. Io personalmente, oltre ad una cinquantina di libri antichi, presi un carteggio con Cesare Battisti, naturalmente l’eroe non il terrorista,  una raccolta di cartoline osé e centinaia di foto di conquiste femminili dello scrittore in abiti adamitici.
Era nostra intenzione di organizzare con una barca a motore un saccheggio in piena regola, ma fummo costretti a desistere, non certo per un perentorio richiamo della coscienza, ma unicamente perché dopo alcuni giorni ci vennero a trovare le ragazze che erano state interrogate dai carabinieri allertati dal custode.
Rinunciammo così a svuotare completamente la villa e ci contentammo di dedicarci soltanto alle procaci grazie femminili che per un poco avevamo trascurato.


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(4^ puntata)
La mia famiglia

 
fig.1  - Achille ed Elvira fidanzati  Capri

La mia famiglia non si sarebbe mai costituita se non avessi incontrato la mia diletta Elvira, per cui sarò riconoscente in eterno all’amico comune Santi Corsaro, che ci ha permesso di conoscerci ad un fatidico ” balletto”.
Io fui stregato dalla bellezza devastante dei suoi occhi, lei rimase affascinate dal mio volto, che rivaleggiava con le sembianze di una divinità greca, ma soprattutto dalla mia timidezza e dal mio eloquio forbito in un italiano impeccabile, senza alcuna concessione al vernacolo.
Fu amore a prima vista, un breve fidanzamento (fig.1) al quale seguirono dopo poco le nozze (fig.2), celebrate il 15 settembre 1973 nella chiesa di S. Chiara, per trasferirsi poi nei saloni dello Hotel Britannique per un ricevimento da favola.
La miscellanea di foto (fig.3) che proponiamo al lettore è più eloquente del racconto di anni felici e spensierati, figli a ripetizione si alternavano a baci appassionati (fig.4– 5), mentre i figli, dopo aver frequentato i licei più esclusivi di Napoli si laureavano Tiziana in Biologia, Gian Filippo in Giurisprudenza (fig.6), Marina in Economia Aziendale, noi ci davamo, anima e corpo ad attività culturali.
 
fig.2 - Achille ed Elvira sposi
fig.3 - Miscellanea di foto

fig.4 -Bacio nella piscina della villa ad Ischia

fig.5 - Bacio nel foyer del San Carlo

fig.6 - Laurea di Gian Filippo
Per oltre 10 anni  mia moglie Elvira teneva settimanalmente nella nostra villa un salotto culturale, un cenacolo, che ha costituito un faro nel deserto culturale napoletano ed al quale hanno partecipato come relatori i migliori cervelli della Campania, tutti i nomi che contano nei vari campi dello scibile
Ogni mercoledì alle 17 una cinquantina di amici si riunivano negli eleganti saloni della villa posillipina di donna Elvira e dopo aver consumato al piano superiore il fatidico the con annessi pasticcini (fig.7), accoglievano l’ospite di turno, il quale avrebbe discusso per un paio d’ore su un argomento di cui era esperto, dalla letteratura all’arte, dalla storia di Napoli alla filosofia ed al cinema, per rispondere poi alle domande degli ascoltatori (fig.8).
Nel corso degli anni si sono alternati oltre 100 relatori. Personaggi prestigiosi: docenti universitari, scrittori, registi, giornalisti, politici che accoglievano felici l’invito alla discussione. Sono centinaia di nomi, ne ricordo qualcuno, in rigoroso ordine alfabetico, scusandomi con coloro che non nomino: Giancarlo Alisio, Antonio Baffi, Antonio Cirino Pomicino, Guido D’Agostino, Renato De Falco, Giovan Battista de Medici di Ottaviano, Italo Ferraro, Arturo Fratta, Pietro Gargano, Giuliana Gargiulo, Benedetto Gravagnuolo, Marta Herling, Goffredo Locatelli, Alfonso Luigi Marra, Titti Marrone, Eugenio Mazzarella, Riccardo Mercurio, Mauro Maldonato, Giuseppe Montesano, Luigi Necco, Vincenzo Pacelli, Giulio Pane, Mario Alberto Pavone, Silvio Perrella, Eleonora Puntillo, Fabrizia Ramondino, Gennaro Rispoli, Massimo Rosi, Aldo Loris Rossi, Domenico Scafoglio, Luciano Scateni, Jean Noel Schifano, Alfonso Scirocco, Michele Serio, Aurora Spinosa, Boris Ulianich, Valerio Ventruto. Possiamo affermare senza tema di esagerare che la migliore intellighenzia napoletana è passata per il salotto, spesso rimanendovi poi come frequentatore. Alle riunioni settimanali ogni tanto si aggiungevano delle conferenza a più voci su argomenti di ampio respiro, dalla letteratura francese alla filosofia tedesca, ospitate da celebri istituzioni come il Grenoble, il Goethe Institut o l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici.


fig.7 - Il the con pasticcini

fig.8  -Salotto di donna Elvira

Ad un’attività culturale sedentaria affiancavamo ogni anno, il sabato e la domenica, una sessantina di visite guidate (dal sottoscritto e da mia moglie) ai monumenti, alle chiese, alle mostre, ai musei della nostra città (fig.9–10–11), privilegiando luoghi negati alla fruizione che venivano aperti per l’occasione, spesso dopo un oblio di decenni e non mancavano spedizioni lontano da Napoli, a Roma, Firenze, Milano, Salerno, Ischia, Capri, in occasione di importanti rassegne artistiche. Visite seguite nel tempo da migliaia di persone, dal semplice appassionato allo specialista erudito e seguite da 12 televisioni private.


fig.9 - Museo ferroviario 20gennaio 2008
fig.10 - Città della Scienza  20 aprile 2008
fig.11 - Visita nella Sanitá 20 maggio 2008

Ogni mese organizzavo, con la collaborazione di studiosi di fama nazionale, conferenze sugli argomenti più vari nelle più prestigiose sedi di dibattito, dall’Istituto per gli studi filosofici al Goethe, dal Grenoble alla Feltrinelli, dal Rotary (fig.12) ai Lions.
Non mancavano incontri con personalità dello spettacolo (fig.13–14).
Per mesi ho girato le scuole della Campania, prediligendo quelle del Bronx più profondo da Scampia a Forcella, per sensibilizzare i giovani, il nostro futuro, sul dramma del problema dei rifiuti, regalando a tutti (grazie alla sensibilità dell’editore) una copia del mio “ Monnezza viaggio nella spazzatura campana”.
Quando il denaro scorreva abbondantemente nelle mie tasche per anni devolvevo manciate di milioni ad istituzioni caritatevoli (fig.15–16), di cui ero certo che ne avrebbero fatto un uso migliore di me stesso: il Don Orione (piccolo Cottolengo) l'Istituto dei ciechi, le suore di madre Teresa di Calcutta.

fig.12 -Presentazione Rotary Sorrento libro Achille Lauro superstar

fig.13 - Con Serena Autieri

fig.14 - Con Veronica Pivetti
fig.15 - Beneficenza Madre Teresa di Calcutta
fig.16 - Beneficenza don Orione

Ed a proposito di queste ultime voglio raccontarvi un episodio divertente.
L'attività di queste suore, aiutate nella cucina da signore della buona società napoletana e dal buon cuore dei commercianti limitrofi, che donano quotidianamente generi alimentari, consisteva nel preparare 100-150 pasti al giorno.
Siamo nei primi anni Novanta, a mezzogiorno ci si metteva in fila, spesso si era in 180 ed i pasti 30- 40 in meno. M'introdussi nella fila e nessuno sospettò di niente, dato il mio notorio abbigliamento casual, però alcuni vedendo un viso nuovo protestarono dicendo: "Vattene, siamo già in tanti" " Ho fame anche io, non mi rompere le balas". All'epoca ero particolarmente robusto e le obiezioni cessarono di colpo. Arrivati al traguardo avvicinai una suora di colore, le mostrai qualche biglietto da 100.000 lire e le dissi di accompagnarmi dalla madre superiora, che mi ricevette immediatamente e a differenza delle altre sorelle, tutte provenienti dal terzo e dal quarto mondo, lei era svedese e particolare trascurabilissimo, molto bella. Buttai sulla scrivania tre - quattro milioni, tra lo stupore della religiosa "E' una piccola offerta per i poveri". "Perché lo fa?". "Madre vorrei una corsia preferenziale per il Paradiso". "Le rilascio una ricevuta?". "A che titolo?". " Per detrarre l'offerta dalle tasse". "Grazie non ne ho bisogno, sono un incallito evasore fiscale".


fig.17 - Tiziana, Gian Filippo e Marina

fig.18 - Gianfy Tizi e Marina
Ma il nostro vero interresse erano solo e soltanto i nostri adorati figli (fig.17–18), che ci fornivano grandi soddisfazioni ed ogni tanto preoccupazioni, come Gian Filippo, oggi avvocato di grido, che a 16 stette disperso tra i flutti per 2 giorni e 2 notti, fornendo materiale ai quotidiani (fig.19–20) e forti emozioni ai genitori.
 
fig.19 - La Repubblica 9 agosto 1993
fig.20 - Il Golfo 9 agosto 1993

Tiziana che in un attimo da bambina (fig. 21) diventa uno dei più richiesti partiti della città, per cui mi vedo costretto ad accompagnarla all’altare (fig.22–23) ed a  comperare un abito da cerimonia (fig.24).
Non contenta diventa un cervello in trasferta (fig.25–26), a cui la stampa dedica un articolo:
Il percorso, in gran parte ancora in pectore, di Tiziana Carignani di Novoli è simile a quello di tanti giovani scienziati di talento, costretti a trasferire le proprie energie e competenze all’estero, dove vengono adeguatamente riconosciute, provocando un lento quanto inesorabile declino delle università italiane, retrocesse come qualità, nelle statistiche internazionali, alla pari di quelle dei Paesi del terzo mondo.
 
fig.21 -Tiziana bambina


fig.22 -  Partenza in macchina con papá

fig.23 - Andrea che aspetta impaziente

fig.24 - Mamma e papá al  matrimonio di Tiziana

fig.25 - Tiziana Carignani di Novoli
fig.26 -Tiziana Carignani di Novoli nel suo studio
fig.27 - Libro Tiziana


Tiziana nasce nel 1976 in una famiglia dell’alta borghesia napoletana e sin da bambina mostra una spiccata tendenza ad essere indipendente nelle sue scelte. Frequenta il liceo classico al Denza e si laurea con lode in Scienze Biologiche alla Federico II.
Giovanissima pubblica il suo primo libro su un argomento di grande interesse: la clonazione (fig.27), con prefazione del professor Ventruto, che viene presentato davanti ad una affollata platea al Goethe Institute ed in breve esaurisce la 1^ edizione. In seguito tiene una relazione sull’argomento nel corso del convegno internazionale tenutosi il 13 dicembre 2003 presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici  (visibile sulla teca di Radio Radicale). Si dedica ad approfondire gli studi sulla fecondazione assistita e pubblica il  suo intervento su importanti riviste scientifiche: “Fecondazione in vitro, vantaggi attuali e rischi futuri”.
La necessità di essere costantemente aggiornata, la spinge, rifiutando incarichi presso l’università di Napoli e prestigiose strutture private, a trasferirsi a Bruxelles, dove entra nell’equipe del professor Paul Deuroil, ideatore della Icsi, una tecnica rivoluzionaria che permette la fertilità ad uomini affetti da carenze nel numero degli spermatozoi, utilizzandone uno soltanto per la fecondazione.
A Bruxelles incontra l’amore ed in pochi mesi convola a nozze con il rampollo di un’antica famiglia nobile napoletana, tra i responsabili di un grandioso progetto che vede le principali potenze della terra, tra cui la comunità europea, unite nella realizzazione di un reattore che dovrà sorgere intorno al 2030 nel sud della Francia e che sfrutterà, non più la fissione, bensì la fusione nucleare, generando così ingenti quantità di energia a basso costo.
Dal matrimonio nasceranno 3 discendenti: 2 maschi ed una femminuccia per la gioia non solo dei genitori ma anche dei nonni.
Quindi Tiziana si trasferisce per un paio di anni a Barcellona, dove dirige un’istituzione che si occupa di favorire gli scienziati nell’accesso ai fondi europei previsti per la ricerca. Nel frattempo partecipa ad un megaconcorso per accedere alle funzioni apicali delle commissioni europee e su 50.000 concorrenti occupa una delle primissime posizioni, potendo così dirigere un team con 40 collaboratori che gestisce i finanziamenti del fondo Marie Curie ai progetti di ricerca più interessanti. Per favorire gli studiosi italiani, i più impacciati nel  destreggiarsi tra microscopi e normative europee, verrà a Roma a presiedere una conferenza di servizi dopo la quale molti programmi di ricerca made in Italy troveranno finalmente un finanziamento per proseguire.
Il suo lavoro la obbliga a continui spostamenti in giro per il mondo ma riesce a non trascurare la famiglia grazie ad una nonna insostituibile che accoppia efficienza teutonica ad affettività mediterranea.
Collabora da tempo a riviste cartacee e telematiche, tra cui la gloriosa “Scena Illustrata”, ed attualmente sta preparando un libro sull’influenza delle moderne tecnologie sull’identità umana che, prima di essere pubblicato, uscirà a puntate su uno dei più importanti settimanali italiani. In attesa di poterlo leggere, auguri e ad majora.
Conseguenza dei suoi molteplici impegni anche mia moglie trova un lavoro, come apprendiamo da questo altro articolo:

fig.28 - Elvira a Barcellona

Moglie e figlia a Barcellona

Finalmente mia moglie ha trovato un lavoro, anche se precario ed all'estero: 12 ore al giorno di servizio oltre a 12 ore di reperibilità, niente festività, niente ferie e niente marchette, responsabilità enormi, stipendio inesistente, a fronte però di una straordinaria gratificazione.
Avete indovinato si tratta di un lavoro di nonna, che le donne attempa (fig.28) svolgono volentieri, a differenza delle giovani mamme, che anelano unicamente ad un impiego fuori casa.
L'impegno della mia eletta consorte durerà circa due mesi e si espleta in una grande e bella città in frenetico sviluppo: Barcellona; infatti lì abita mia figlia Tiziana con due vispi frugoletti Leonardo e Matteo, la quale era stata colta dal panico alla notizia di un'assenza di 60 giorni della colf equadoregna, ma e' stata salvata dal pronto intervento di nonna Elvira.
Mia moglie evidentemente mi ama alla follia, infatti mi tempesta quotidianamente di telefonate ammalianti e perentorie:"Ma che fai a Napoli se non devi lavorare, vieni da me cosa aspetti?" Di conseguenza massimo ogni 10 giorni interrompo la mia residua pratica professionale, le visite guidate, le partite di scacchi, la presentazione di libri, la partecipazione a dibattiti e conferenze, l'elaborazione di articoli, lascio gli altri due figli ed il fedele Attila e volo a Barcellona, ascoltando il richiamo della foresta.
Queste ripetute frequentazioni della metropoli catalana mi hanno permesso di apprezzare una realtà sconvolgente che induce a tristi confronti e ad amare meditazioni sul disastroso stato in cui si trovano non solo Napoli, ma anche le principali città italiane.
Barcellona ha un reticolo di strade larghe ed alberate dove le auto, anche nelle ore di punta, possono sfrecciare, permettendo in pochi minuti di percorrere molti chilometri. Nel sottosuolo una metropolitana modernissima con oltre 10 linee (il doppio di Napoli, Roma e Milano assieme) mette in collegamento la periferia con il centro con stazioni distanti tra loro poche centinaia di metri. Non vi sono auto in sosta per la presenza ubiquitaria di parcheggi sotterranei.
Non si vede una sola carta a terra, gli zingari sono sconosciuti, come pure gli ambulanti e gli accattoni petulanti. I semafori numerosissimi sono sguarniti di lavavetri e soprattutto alternano colori che sono un ordine e non un consiglio. Le Ramblas sono affollatissime a tutte le ore ed i negozi per eleganza gareggiano alla pari con Parigi e New York. Barcellona si è dotata negli ultimi decenni, in coincidenza con lo svolgimento delle Olimpiadi, di un litorale chilometrico che alterna tratti di spiaggia attrezzata e gratuita ad efficienti porti turistici e commerciali.
La gente è cordiale e sorridente, le attività commerciali redditizie e si riescono ad aprire in alcuni giorni con pochissime formalità burocratiche. Dovunque si vedono dei giovani al lavoro, nei negozi, negli uffici, alla guida di mezzi pubblici e ciò che più mi ha impressionato a lavare e spazzare le strade che somigliano ad uno specchio; capita di incontrare ad ogni ora bellissime fanciulle in variopinte divise impegnarsi caparbiamente con la ramazza, mentre le nostre svogliate giovinette amano scopare, ma in ben altra maniera.
Viene da pensare malinconicamente a quando anni fa, si parlava di localizzare una grande banca, che avrebbe dovuto gestire i fondi europei, in una città che simbolicamente sarebbe divenuta la capitale del Mediterraneo ed alcuni intellettuali, io tra questi, si agitarono per caldeggiare la candidatura di Napoli in competizione con Barcellona, una sfida impossibile tra un pianeta ed un satellite, tra David e Golia, ma un Golia invincibile ed un David impaurito e disorganizzato.
Il periodico ritorno a Napoli è traumatizzante e solo lo sviscerato amore verso i luoghi nativi riesce a far dimenticare la memoria di visioni da favola, ma perfettamente reali, che ci fanno ancor di più soffrire nel ripercorrere le sconnesse e maleodoranti strade di Napoli, la quale in futuro al massimo potrà ambire a capitale dell'Africa nera.

fig.29- Mamma e papá 25 anni di matrimonio
fig.30 - Corteggiamento

Nel frattempo festeggiamo le nozze d’argento ripetendo il matrimonio con rito indù (fig.29) ed io sono ancora costretto al rito del corteggiamento, che pratico con costanza e dedizione (fig.30).
Marina, più bella che fotogenica, parla attraverso le foto, da sola (fig.31–32) e con l’amato genitore (fig.33–34).
Abile scrittrice vi consigliamo vivamente la lettura del suo best seller sul link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo97/index.htm
Chiudiamo in bellezza con una foto recentissima (fig.35), illuminata dal sorriso di Elvira, in compagnia di Gian Filippo, orgoglioso del suo onorario di ventimila euro, mentre Achille festeggia la fine di un incubo.

fig.31 - Marina a Bodrum

fig.32 - Sorriso irresistibile
fig.33 - Con il vecchio genitore
fig.34 - Con il padre preferito
fig.35 - Famiglia in allegria

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(5^ puntata)
Un prete scatenato

 Achille ha costantemente amato il Carnevale ed il suo abito preferito è stato sempre quello da prete, il classico naturalmente, dalla interminabile vrachetta, di cui ne possedeva uno originale, ereditato dal cappellano dell’ospedale di Cava de’ Tirreni (fig.1) e col quale fu protagonista di un divertente  episodio nel casino di Santa Chiara che ora vi raccontiamo.


fig. 1 - Achille  prete

Donna Amalia era figlia d’arte, sua mamma Concettina aveva esordito a Napoli nel celebre casino di via santa Lucia, ove ritornava spesso e volentieri ed anche lei aveva lavorato nella celebre istituzione partenopea, frequentata da nobili e da gerarchi, dopo essere stata battezzata a quattordici anni dal marito della signora nella casa dove era stata messa a servizio. La mamma era stata immortalata in una cartolina (fig.2)  che aveva fatto il giro d’Italia e che troneggiava in salotto in una pacchiana cornice d’argento.
Con la legge Merlin si mise in proprio, guadagnando una barca di soldi e sposando alla fine il suo magnaccia. Era molto ricercata dai clienti per una specialità che le aveva permesso nell’ambiente di essere conosciuta come La bolognese.


fig. 2 - Concettina


Gli anni passavano e donna Amalia capì che era meglio vivere alle spalle degli altri, anzi delle altre.
Aprì una casa chiusa in uno dei vicoletti prospicienti il complesso monastico di Santa Chiara e si preoccupò di selezionare la clientela. Per usufruire delle prestazioni bisognava essere conosciuti e fortuna volle che uno dei primi clienti fu il mio amico Gian Filippo, notoriamente tra i più arrapati frequentatori di prostitute dell’area campana già  dall’età di sedici anni.
Dopo una serata di baldoria ci presentammo tutta la combriccola da donna Amalia, mettendola in seria difficoltà, perché nella casa esercitava una sola ragazza per volta, che dovette fare lo straordinario per placare le nostre ansie giovanili, aiutata dalla stessa maitres, che non disdegnava di rendersi utile e nelle emergenze rimasticare l’antica abilità.
In seguito in poche settimane presentai una cinquantina di amici a donna Amalia, tutti rampolli di buona famiglia ben dotati economicamente, che divennero assidui clienti, a tal punto che si dovettero chiudere le iscrizioni della benemerita istituzione.
Per  gratitudine donna Amalia mi promise che avrei potuto frequentare gratuitamente la sua casa…, non immaginando che per alcuni anni non avrei saltato una serata.
Le ragazze, come era sana abitudine durante il ventennio, cambiavano ogni settimana, spesso erano minorenni ed alcune veramente molto belle. Par condicio tra bionde e brune che erano ospitate nella struttura e passavano la mattinata a guardare la televisione ed a sfogliare rotocalchi, in attesa delle 17, quando cominciavano a venire i clienti, un flusso ininterrotto fino a circa le due.
Gian Filippo era uno dei più assidui frequentatori assieme a Lucio, un arrapato cronico che grazie alla raccomandazione del padre questore diverrà immeritatamente regista della televisione. Più di una volta ad entrambi capitò di innamorarsi di qualche signorina… e solo grazie al buon senso di queste alacri lavoratrici non si sono inguaiati a vita.
Anche Sergio, famoso per la sua mole schifosa e per il suo alito pestifero, non faceva passare settimana senza una visita, almeno per vedere la ragazza e non ve ne era una che non fosse di suo gradimento.
L’episodio più divertente è capitato in periodo di carnevale, quando finita una festa ci presentammo in quattro a chiudere degnamente la serata.
Diego, Luciano e Gennaro erano in smoking, mentre io ero in abito talare, una maschera originale che mi era stata regalata dal cappellano dell’ospedale dove da poco lavoravo.
Donna Amalia dalla finestra all’inizio non mi aveva riconosciuto, poi per le scale le dissi di non dire niente alla ragazza, che ci saremmo fatti quattro risate.
In sala d’attesa vi erano due paesanotti dall’aria imbranata, che rimasero di stucco quando con nonchalance, posato il cappello, mi accomodai nel salottino e cominciai a sfogliare alcune riviste pornografiche. Addirittura mi vollero cedere il turno ed io entrai baldanzoso nella stanza. La ragazza, giovanissima, era alquanto imbarazzata e chiese cosa avrebbe dovuto fare. “La vedi questa vrachetta di un metro e mezzo, comincia a sbottonarla ed occupati di lui”.
Passato il momento iniziale la ragazza entrò in carburazione e si dimostrò molto esperta. Alla fine chiese da quale convento venissi ed io le risposi candidamente: “Da qui di fronte, da Santa Chiara”.
“ Non credevo che anche voi faceste queste cose”
“ Ingenua lo facciamo più degli altri ed in convento spesso ci sodomizziamo a vicenda”.
Usci baldanzoso e cedetti il posto ai due cafoncelli.
A distanza di anni donna Amalia raccontava divertita l’episodio, aggiungendo che la ragazza, sicura di aver commesso peccato, il giorno dopo era andata a confessarsi e non aveva ottenuto l’assoluzione.
 

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  (6^ puntata)
Carnevale a Venezia

 

fig. 1 - Gino e Vittoria  -Papa e papessa

Oltre alle prestigiose feste che si svolgevano all’Hotel Cipriani di Venezia, alle quali partecipava assiduamente ed una volta vinse il 1° premio di 10 milioni, egli organizzava con Elvira feste indimenticabili nella loro villa di Posillipo delle quali parlavano i giornali per giorni.

Cominciamo da:

Una festa di Carnevale indimenticabile

La tradizione del Carnevale risale ai tempi lontani della Serenissima, quando era famosa in tutta Europa, ma riprese in grande stile a partire dal 1980, quando riempì del suo eco il mondo intero.
Soltanto Venezia, una città senza futuro, può rivivere pienamente il passato, dove il bello è a diretto contatto con la fine. Dietro l’essere nel suo pieno fulgore c’è solo il fantasma della morte. Se le persone indossassero sempre maschere in un luogo che vive più di passato che di presente sarebbero il tragico specchio di essa.
Eppure Venezia la senti sotto pelle quando ne indossi il passato. Da quando celebrò lo Sposalizio col Mare sul regale Bucintoro, essa si legò ad un destino superiore e dai fasti splendori iniziò a decadere progressivamente. Alcuni dipinti ed affreschi ricordano nostalgicamente la sua maestà trascorsa: il Canaletto, il Guardi, il Bellotto, ne hanno magistralmente immortalato la bellezza. E niente è ridicolo, trasgressivo, impossibile nelle vie dove gli insetti ti pungono, o lungo i canali dove i topi galleggiano e i mendicanti, prima di morire, magari ubriachi, tendono ancora la mano perché sanno che la vita è generosa, mentre loro sono ormai sul triste ponte, dove la Signora vestita di nero con la falce in mano li attende.
Venezia a prima mattina è ancora un po’ dormiente, va svegliandosi gradualmente verso l’imbrunire come se nel tempo l’uomo “gaudens” l’avesse abituata al proprio ritmo circadiano. Dopo il crepuscolo incomincia a rianimarsi, ma soltanto a cena consumata le sue energie sono pronte e disponibili. Allora i vizi escono dalla prigione e si liberano in tutte le direzioni, dal gioco d’azzardo del Casinò alle cortigiane notturne, che hanno solo cambiato abitudini rispetto al passato, in cui famose ad ogni angolo erano le belle veneziane che desideravano il piacere e ad esso si offrivano. Le maschere diventano provocanti e la città rivela la sua indole più pagana che cristiana.
In passato partecipare alle favolose feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
Rammento nel 1984, quando per la prima volta decidemmo di trascorrere il Carnevale a Venezia e sentimmo parlare di queste feste favolose, la mia ricerca spasmodica per procurare gli inviti. La direzione alla mia richiesta sorrise perché i biglietti erano esauriti da mesi e potevo eventualmente acquistare quelli per il 1985. Era l’anno di un gemellaggio tra Venezia e Napoli e mi venne l’idea di telefonare a nome di un personaggio influente per ottenere in extremis la possibilità di partecipare ad uno dei veglioni in maschera.
Scelsi di spacciarmi per l’onorevole Gava e nel ristorante dove cenavamo assieme ai nostri amici Vittoria e Gino (fig.1) chiesi dove fosse il telefono (erano gli anni preistorici prima dell’invenzione dei cellulari). Il cameriere mi disse che non dovevo alzarmi perché avrebbe portato a tavola l’apparecchio ed infatti, munito di un interminabile filo, comparve un elegante telefono bianco. Imbarazzato per la presenza di tanti occasionali ascoltatori composi il numero e, fingendo prima la voce femminile di una segretaria, mi feci passare il direttore del Cipriani, al quale, qualificandomi per il vegliardo senatore, chiesi un paio di biglietti per una coppia di ospiti importanti ed influenti che desideravano, pagando regolarmente, ardentemente partecipare alla festa; non li avrei accompagnato perché molto stanco.
Il direttore si mise a disposizione, ma volle per forza fornire dei biglietti omaggio, che purtroppo non potetti utilizzare, timoroso, una volta scoperto di essere accusato di truffa, mentre se avessi potuto averli pagando non vi sarebbero stati problemi, dato che a Carnevale ogni scherzo vale. Vidi con malinconia la lancia con un impiegato con i biglietti dirigersi verso l’albergo che avevo indicato come dimora di questa coppia importante alla quale non si poteva dire di no.


fig. 2 - Achille maragià, Elvira odalisca

fig. 3 - Sfilata al Cipriani
Per l’anno successivo ci preparammo in tempo acquistando i biglietti con grande anticipo e preparando i travestimenti per le tre feste che avevano temi diversi: la prima, il venerdì, la lunga notte indiana Achille maragià, Elvira odalisca (fig.2-3), la seconda, il sabato, il grande circo, io pagliaccio (fig.4-5), la mia consorte domatrice, l’ultima, il martedì, di tendenza trasgressiva, prete e coniglietta (fig.6-7); abbigliamento talare che adoperai anche per la serata di domenica quando ci recammo al casinò, dove all’ingresso volevano vietarmi di accedere, perché privo della cravatta; evidentemente avevano scambiato un luogo di vizio e perdizione per il Parlamento. Io indossavo una giacca rossa con il collo chiuso e non si vedeva che da sotto vi era l’abito da prete. Protestai vivacemente per il divieto che volevano impormi:” Giovanotto, ma cosa vuole, che indossi una cravatta sulla mia divisa?” Fu chiamato un dirigente che, per quanto meravigliato dal fatto che fossi in compagnia di due signore, giovani, belle e scollacciate, mi autorizzò ad entrare ed a sedermi ai tavoli da gioco. Feci prima un giro nei vari locali, alternandomi al braccio delle mie accompagnatrici, tenendole strette ed accarezzandole appassionatamente tra lo stupore generale. Mi sedetti poi ad un tavolo di roulette e cominciai a vincere una cifra considerevole. Il mio stato laicale fu scoperto soltanto quando, fatta una cospicua puntata sul 28 ed uscito il 29, bestemmiai vigorosamente le principali divinità delle religioni monoteiste.
Attirati dal fascino misterioso del Carnevale negli anni successivi ci recammo altre tre volte a Venezia negli anni Ottanta, naturalmente approfittando dell’occasione anche per visitare mostre e rivedere palazzi, musei, campi e campielli. Ed inoltre Tintoretto e le Procuratie Vecchie a Piazza San Marco così suggestive quando c’è il fenomeno delle acque alte, le quali si specchiano su quella ingannevole superficie che raddoppia in un fallace rimando all’infinito i portici e gli archi già così numerosi. Il richiamo delle attività culturali così intense a Venezia è poi cosa nota in ogni luogo: dal Festival del Cinema alle Biennali di Arte e di Architettura, dalle anteprime teatrali a tavole rotonde sugli argomenti più disparati, ma l’attrattiva irresistibile era sempre costituita da quelle feste magiche in maschera che si tenevano in uno degli alberghi più esclusivi del mondo: il Cipriani.
fig. 4 - Achille con due bonazze
fig. 5  - Castrazione

Febbraio 1995, Elvira e Achille, memori delle favolose feste di Carnevale degli anni Ottanta alle quali avevano partecipato, decisero di ritornare a Venezia all’Hotel Cipriani per cercare di nuovo un’occasione di divertimento e di trasgressione. Compagni di baldoria Sonia e Diego, una coppia di amici di vecchia data, simpatica e soprattutto carica di denaro, perché il biglietto per la serata di gala nel principesco albergo costava un milione a persona.
In passato partecipare alle feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
Come era nella nostra consuetudine ci prenotammo per la famosa festa all’hotel Cipriani, che si svolgeva in una cornice di pubblico selezionato, per la maggior parte tutti clienti dell’albergo, oltremodo esclusivo.
Dopo una cena pantagruelica alla fine della serata era prevista la sfilata per la premiazione della maschera più bella. Quella sera annunciarono il premio anche per la maschera più divertente, anzi affermarono che poiché il Carnevale è soprattutto divertimento era stato previsto un premio record di dieci milioni. Io ero vestito da diavolo, un travestimento semplice basato su una calzamaglia rosso fuoco, che andava indossata direttamente sul corpo e che, facendo trasparire le forme anatomiche, non lasciava molto all’immaginazione, inoltre vi era una coda rigida che si poteva far ribaltare in avanti simulando ben altro organo.
Due graziose hostess dell’albergo in divisa rossa furono attirate dal colore del mio abito e, dopo avermi fornito il numero per la gara, mi invitarono a fare con loro un giro tra gli ospiti per procacciarmi voti a favore.
Passando tra i tavoli feci un po’ di moine alle signore, soprattutto a quelle di annata, che erano la maggioranza ed a molte feci toccare l’appendice caudale, promettendo in caso di voto positivo, una tastata ben più coriacea e dirompente ed eventuali nottate di fuoco; il tutto tra lo scrosciare di applausi entusiasti ed un’andatura ancheggiante, che rivaleggiava con quella leggendaria di Totò.
Dopo le 22 avvenne la premiazione, alla quale non pensavo oramai più, al punto che con alcuni amici incontrati alla festa, tra i quali Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, ci eravamo trasferiti su un terrazzo a discutere animatamente, in egual misura, di arte e di mondanità. Da lontano sentii più volte una voce che scandiva un numero e lo invitava sul palcoscenico, solo dopo vari richiami capii che si trattava del mio numero: avevo vinto il primo premio, una vera sorpresa perché al veglione erano presenti circa mille persone.
Non si trattava di un premio in vile danaro, ma del soggiorno gratuito di quattro giorni per una coppia da trascorrere nell’hotel Cipriani, dove per inciso una giornata a pensione completa costava un milione e mezzo a persona.
Decidemmo di trascorrere questi giorni di svago nel mese di ottobre e di nuovo compagni(per loro a pagamento) Sonia e Diego, i quali poi per uno sciopero degli aerei da Roma saltarono l’appuntamento.
Dovetti fare numerose telefonate per fissare la camera, perché l’albergo era quasi sempre esaurito. Naturalmente non segnalavo nel prenotarmi che saremmo stati ospiti a sbafo. Sonia, la nostra amica, voleva assolutamente una camera con vista sul canale, che per inciso era gravata da un supplemento di un milione al dì e questa preferenza rendeva ancor più difficile la disponibilità.
Appena giunti in albergo fummo accolti con tutti gli onori, che non scemarono quando io presentai il coupon che ci garantiva il soggiorno gratuito.
Preso possesso della suite mi accorsi che il balcone si affacciava sul canale, per cui, memore del salato supplemento, mi precipitai alla reception per rammentare la nostra posizione di non paganti, ma fui accolto da un malizioso sorriso.
Ci apprestavamo a valutare piacevolmente l’elasticità dei materassi, quando bussò alla porta ed una cameriera ci consegnò un gigantesco fascio di rose, Elvira credette per un attimo ad un mio cortese pensiero, ma la fantesca chiarì trattarsi di un benvenuto della direzione ai graditi ospiti.
Di nuovo a letto pronti a passare a vie di fatto e ad una memorabile tenzone amorosa quando di nuovo il campanello ci interrompe: un valletto ci consegna una bottiglia di Moet Chandon con i complimenti del direttore.
Brindiamo al nostro soggiorno e fummo folgorati dalla certezza che quei giorni sarebbero stati un dolce e prezioso momento di grande amore, vissuto tra rose, champagne e serenate col violino serali.
Elvira provava nel momento in cui si allontanava dai rumori del clima carnascialesco, una sensazione drammatica di coesistenza tra il sublime e la negazione di esso, come un trancio improvviso. Nella patria della Serenissima la vita s’immergeva sensuale nel vortice delle passioni tumultuose, dalle quali con fatica risorgeva all’alba, dimentica dei piaceri notturni, ma forse con una invisibile ferita in più sul volto, profondamente segnato dall’insieme di esse.
E le nebbie, che di giorno accompagnavano stancamente i passanti non ancora ben desti, i quali risentivano ancora dei bagordi trascorsi nella notte, chiudevano in alto un mondo senza schiarite di orizzonti futuri.
Era il mal di Venezia che prende gli uomini, li contagia e li isola nella laguna morente, che grida la sua fine mentre il mondo la ignora. E se partono, fatalmente ritornano perché l’attrazione può essere come la morte che sa aspettare ma prima o poi esige lo scotto da pagare.
Elvira dormiva poco a Venezia, lasciava Achille ancora a letto e lievemente stordita per la mancanza di sonno, ma spinta dal desiderio di non perdersi il risveglio lento e pigro della città, si dirigeva verso piazza San Marco al Caffè Florian, dove nel torpore di ogni mattina, oltre alla pausa per la cosa con la curiosità di un obiettivo fotografico alla ricerca di segreti custoditi gelosamente da chi per l’amore di quella città si era trasformato in una sua cariatide. Tali apparivano ad Elvira alcuni strani personaggi seduti dietro la vetrata Art Dèco con lo sguardo fisso nel vuoto e il cuore stretto pateticamente nella loro solitudine. Anche lei si sedeva non solo per capire ma per assaporare l’atmosfera che le piaceva. Ordinava l’Irish Coffee, che secondo lei i barman preparavano in modo divino, scorreva qua e là le notizie del quotidiano e poi rientrava in albergo.
In seguito non le piacque più Venezia quando il Carnevale si volgarizzò, anche quel palpito vitale si spense. Le sarebbero mancate le maschere, quei volti non umani, espressioni grottesche e seriose, sculture drammatiche, immagini evocanti un passato che non le apparteneva, ma le piaceva perché aveva un’anima che esprimeva la gioia di vivere. Ricordava quando improvvisamente sbucavano dal nulla, imponendosi al suo sguardo e alla sua riflessione, oppure, quando imboccava la penombra di un sottoportego e all’uscita la luce le faceva notare la presenza angosciante di un essere umano, che portava a spasso una butta sul suo volto: un “memento mori” e subito dopo magari incrociava la maschera radiosa del sole, un disco dorato e paffuto sulle guance con tanti raggi intorno: miraggio ambiguo della nostra interiorità.
Purtroppo quel soggiorno a Venezia per noi è stato l’ultimo, ma fin quando c’è vita c’è speranza.

 
fig. 6  - Tentazione


fig. 7  - Che gambe

 

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(7^ puntata)
Achille scacchista

 

fig.1 - Il signore degli scacchi
Gli scacchi hanno costituito da sempre un interesse per il Nostro eroe, che ne conosceva le mosse dall’età dell’asilo, ma allora si dedicava principalmente al gioco della dama, in cui era praticamente imbattibile. Intorno ai 35 anni, dopo aver completato gli studi medici e letterari ed aver conseguito 4 lauree, decise che sarebbe in breve diventato una star (fig. 1) in questa nobile disciplina, conosciuta come il re dei giochi ed il gioco dei re. 
Prese lezioni da una leggenda dello scacchismo napoletano: Giacomo Vallifuoco, fino a divenire nel 1994 "Maestro", massimo titolo conferito dalla Federazione scacchistica italiana; ha ricoperto per molti anni la carica di Presidente della lega campana scacchi, contribuendo alla diffusione capillare del gioco nelle scuole ed è stato 2 volte campione regionale (fig.2). Nel 1998 ha incontrato, mettendolo in serio imbarazzo, l'ex campione del mondo, il sovietico Boris Spassky.
Ha scritto per anni su numerose riviste del settore di svariati argomenti; in particolare su "Scacco" di studi teorici sulle aperture (fig.3).
Nel 2015 in con Carlo Castrogiovanni ha pubblicato un libro su Giorgio Porreca (fig.4).
Per anni ha organizzato un Festival scacchistico internazionale “Estate ad Ischia” sul quale riportiamo un articolo pubblicato su Il Golfo nel 2007.

fig.2 - Achille premiato campione regionale
fig.3 - Novità scacchi


fig.4 - Copertina libro Porreca
Nella splendida cornice di villa Elvira a Forio si è svolta la terza edizione del festival internazionale di scacchi Estate ad Ischia, che ha visto la vittoria, dopo le magre figure degli anni scorsi, del maestro isolano Costantino Delizia (fig.5), il quale ha fatto il suo ingresso nell’albo d’oro della manifestazione al fianco di nomi illustri quali il maestro della Ragione (fig.6) ed il russo Munich, vincitore della scorsa edizione.
L’indigeno ha prevalso per spareggio tecnico sul maestro romano Farina, gran favorito della vigilia perché reduce dalla vittoria ai campionati nazionali assoluti di categoria e su un nutrito gruppo di partecipanti provenienti da tutta  Italia.
Gli altri premi di fascia sono stati assegnati, al romano Rocchi, autore di una brillante prestazione, rimanendo imbattuto negli scontri diretti con i maestri e ad Elvira Brunetti, che ha dominato la sua categoria, guadagnando oltre cinquanta punti elo. Il premio per la migliore partita è stato assegnato al maestro Achille della Ragione, creatore di un’importante novità teorica nella difesa scandinava.
Mentre i giocatori si combattevano sulle scacchiere, le signore, mogli, fidanzate ed accompagnatrici, graziosamente accomodate ai bordi della piscina, si alternavano tra agili nuotate ed il sorseggio di raffinati drink preparati da Tania, oggetto di sguardi assassini da parte dei concorrenti.
Impeccabile la direzione di gara dell’arbitro Fide Beppe Bonocore, inflessibile nell’applicazione del regolamento, come quando ha squalificato senza indugi, per un trillo del telefonino, il malcapitato Antonio Gallo, ignaro della severa norma. Il concorrente più anziano, la partita più brutta ed l'ultimo posto in classifica. Ma vi è tempo per rimediare per l’anno prossimo, quando il torneo si svolgerà nel mese di agosto.



fig.5 - Festival Ischia 2007 villa Elvira
fig.6 - 1° classificato Festival Ischia 2006 Achille della Ragione
fig.7 - Coppa Bisignano

Concludiamo con una carrellata di foto, dalla vittoria della Coppa Bisignano (fig.7) dove Achille è ritratto in compagnia di illustri scacchisti: i maestri Giovanni Vallifuoco ed Ernesto Jannaccone, l’arbitro Sergio Pagano, l’editore Gianni Cosenza, lo scienziato Marco Valenzi ed il portiere Giovanni Avolio.
Achille con  la campionessa italiana Maria de Rosa, l’arbitro Giuseppe Bonocore ed il fenomeno Giuseppe Lettieri (fig. 8), quindi mentre sfida lo scacchista – scrittore – pizzaiolo  Longo (fig.9) ed infine i suoi adorati nipoti (fig.10 – 11) Leonardo e Matteo Carignani di Novoli, che hanno ereditato talento e passione per le 64 caselle.


fig.8 -  Achille, la campionessa italiana Maria de Rosa, l_arbitro Giuseppe Bonocore e Giuseppe Lettieri.
fig.9 - Achille contro Andrey

fig.10 - Leonardo dopo aver vinto un torneo
fig.11 - Matteo sta per dare scacco matto
Achille campione regionale col presidente Cerrato

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(8^ puntata)
Bravate a raffica


Proponiamo ora ai lettori una serie di articoli che rievocano una serie di imprese  del nostro eroe: da una memorabile vittoria a braccio di ferro (fig.1 – 2) a quando cambiò il nome a piazza Garibaldi (fig.3 – 4), a come risolse il problema del servizio militare, come catturò un ladro, per concludere con una sua specialità, una presa in giro della magistratura, che fu  pubblicata all’epoca dai principali giornali italiani.


fig. 1 - Villaggio:"Les Paletuviers"

 
fig. 2 - Achille sfida superman

Una entusiasmante gara di braccio di ferro

Capodanno del 1989, mentre caduto il muro di Berlino il mondo conosceva una nuova era, il sottoscritto, con la sua famiglia, assaporava il fascino esotico di una vacanza al mare, al sole dei tropici, quando in Italia imperversava il vento e la pioggia.
La meta prescelta il villaggio Valtur Les Palativie in Costa d’Avorio, un posto da sogno dove passammo quindici giorni indimenticabili tra bagni in acque incontaminate, pranzi pantagruelici con annesse libagioni, balli sfrenati fino all’alba e quotidiane gare sportive, dal nuoto al calcetto, dalle bocce al braccio di ferro. Ed è proprio di queste ultime due competizioni che voglio brevemente raccontarvi.
Io partecipavo a tutte le competizioni, unica eccezione miss topless per mancanza di attributi. Nel nuoto venivo costantemente superato da giovani siluri ed anche, a volte da avvenenti ondine, nel calcio inesorabilmente dribblato e nel tennis surclassato, unica soddisfazione un secondo posto nella gara di bocce miste in coppia con una valchiria, che mirava al bersaglio con teutonica precisione.
Grande attesa vi era poi per la sfida di braccio di ferro, che si svolgeva dopo cena nell’anfiteatro tra una folla plaudente, un tifo da stadio e le note del film di Stallone Over the top.
Vi era una competizione  tra ultra quarantenni ed un trofeo assoluto. Scelsi di tentare la sorte nel torneo principale dotato di un cospicuo premio in denaro, rinunciando ad una coppa sicura, ma a casa, vinte a scacchi o a poker, ne ho talmente tante da non avere più spazio.
Facevo affidamento non tanto sulla residua forza dei bicipiti, che da tempo si era affievolita, quanto su un’abilità tecnica di vecchia data e sulla notevole lunghezza del braccio: il trucco infatti consiste nel creare una leva più alta dell’avversario, cercare di fargli ruotare la mano verso il basso e poi il più è fatto.
Tra i concorrenti all’alloro vi erano numerosi palestrati, ma in particolare incuteva timore un gigante di oltre due metri con 48 di bicipite, la misura di Steeve Reeves quando prestava ad Ercole il suo corpo statuario per interpretare le leggendarie sette fatiche.
Ognuno di questi energumeni poteva contare poi su una claque di fanciulle scatenate, le quali urlavano a squarciagola speranzose nella vittoria del loro idolo, mentre io potevo fare affidamento, oltre che su mia moglie Elvira e sulle mie figlie Tiziana e Marina, su poche signore attempate che mi lanciavano languidi sguardi di incoraggiamento.
Rimasi sorpreso dalla facilità con la quale superai lo scoglio delle prime prove e mi trovai, quasi senza accorgermene, alla finalissima con il temuto avversario che aveva scelto il nome d’arte di Attila.
Dopo un doppio zambaione rinforzato al rhum ed aver posto sulla testa un cappellino affrontai senza paura l’ultimo ostacolo, al suo cospetto mi accorsi che al di là della massa muscolare egli possedeva in un alito pestifero, la sua arma segreta.
Mi rivolsi a lui spavaldo, girando all’indietro la visiera alla Sylvester Stallone ed esclamai:”Ti torcerò il braccio”. Quindi gli piegai la mano e cercai di tenere la mia al di sopra. Resistetti al suo impeto disordinato per alcuni minuti, fino a quando, spompato fu alla mia mercé e cadde come una mela fracida.
L’applauso che salutò il mio trionfo fu interminabile, tutte le ragazzine che puntavano su di lui ora erano pazze per il mio successo, inclusa miss topless, incaricata di premiarmi, che oltre alla fascia mi gratificò con un bacio saporitissimo.
Per chi non credesse alle mie parole, oltre alle foto vi è un breve video della serata che si può consultare sul mio sito www.guidecampania.com/dellaragione


fig. 3 - Stazione

 
fig. 4 - Napoli - Portici

Piazza 3 ottobre 1839 


Ricordo ancora con commozione quando alla testa di un gruppo di cittadini,  esasperati dalle lentezze burocratiche, fisicamente sovrapposi a quelle del comune targhe nuove di zecca con l’indicazione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della storia napoletana, che i nostri colonizzatori hanno fatto di tutto per farci dimenticare. In quel lontano giorno, prima in Italia e seconda al mondo, sfrecciò la prima ferrovia italiana: la Napoli  Portici.
Avevo informato stampa e televisioni delle nostre intenzioni e scelsi come giorno il 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi. Presa in prestito una scaletta da un negoziante di tessuti, applicai la nuova scritta ed improvvisai un discorso alla folla, immortalato da 12 emittenti private, che trasmisero in differita l’episodio agli spettatori di diverse regioni, mentre i giornali ne parlarono il giorno dopo entusiasti. La notizia della burla giunse fino in Francia sulle pagine di Le Monde. Due vigili urbani, un uomo ed una donna, incuriositi dall’assembramento, chiesero timidamente alla folla cosa stesse succedendo. Qualcuno rispose: “Quel signore ha cambiato il nome alla piazza”; “Allora va bene, tutto a posto”.  Le nuove targhe sono rimaste in loco per mesi, senza che nessuna autorità intervenisse e solo la pioggia le ha portato via.
L’anno scorso l’impresa è stata ripetuta da un’organizzazione neo borbonica, sempre senza riuscire a smuovere l’amministrazione comunale dal suo torpore criminale.
L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta.
Attendere che a ciò provvedano le istituzioni è pura utopia, per cui solo dei liberi cittadini possono sanare una palese ingiustizia.
Tutto il mondo deve sapere che i napoletani sono gente antica e paziente, ma che in passato la città ha rifiutato l’Inquisizione e dato i natali a Masaniello; essa non vuole recidere le radici col passato e vuole un futuro migliore.
Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.
Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale ci siamo scocciati e da oggi vogliamo divenire attivi artefici del nostro destino.

  



Militesente con astuzia


Da quando esiste l’Italia il rapporto dei giovani verso il servizio militare è cambiato più di una volta. Dopo essere stato considerato per più generazioni un onore fino alla seconda guerra mondiale, è divenuto all’improvviso un peso intollerabile da evitare in ogni modo con la malattia, finta o immaginaria, con la raccomandazione quando possibile, con la corruzione spesso e volentieri ed infine con la sublimazione attraverso l’obiezione di coscienza, che negli ultimi anni poteva divenire totale, permettendo di saltare i giudici militari e patteggiare una pena pecuniaria davanti alla magistratura ordinaria.
“Se non sei buono per il Re non sei buono neppure per me” recitavano le fanciulle da marito nei primi decenni del Novecento.
“Ho superato la visita militare babbo”, “ Sono orgoglioso di te figliolo”
“Ho fatto fesso i medici, mi hanno riformato”, “Sei un dritto, hai preso di me”.
Tra queste due conversazioni passano non più di cinquanta anni.
Infine da quando è stata abolita la leva obbligatoria ed il periodo di naia è divenuto volontario ed a pagamento vi è stata una grande richiesta da parte dei giovani meridionali, disperati e senza lavoro.
Oggi con le missioni di pace…, alle quali l’Italia si onora di partecipare, vi è da guadagnare un sacco di denaro, anche se vi è un piccolo rischio di essere feriti o di non tornare, per cui quando si aprono gli sportelli per consegnare le domande di arruolamento i giovani, accompagnati da un nugolo di familiari, passano la notte in macchina davanti al comando e ben prima del canto del gallo si mettono in fila ad aspettare, avvolti nelle coperte e con i termos pieni di caffè, per essere i primi a consegnare la domanda.
Geltrude era figlio del suo tempo, il ’68, e pur non essendo di sinistra era antimilitarista convinto e militesente per vocazione. Già dalla prima visita di leva, durante i famigerati tre giorni, mise in atto ogni artificio per buggerare i medici militari. Si finse sordo ed al momento della raccolta delle urine si punse un polpastrello e fece cadere infinite gocce di sangue nel campione per fingere una nefrite. Purtroppo l’unico risultato fu l’essere classificato idoneo di quarta categoria rosso, in poche parole la chiavica delle reclute, che partono militare solo se le classi non sono esuberanti.
Il rinvio per motivi di studio spostò nel tempo il problema, ma tutti i nodi vengono al pettine ed approssimandosi la laurea bisognava trovare la soluzione definitiva al problema. Si poteva chiedere una nuova visita medica, ma poi venne il colpo di genio, che con sei milioni, più centomila lire per un documento falso risolse ogni pendenza e non  trasformò Geltrude in militesente, ma addirittura in congedato.
Non fu difficile con quella cifra convincere Peppino, un morto di fame cronico, che abitava in un vicoletto vicino casa sua, a servire due volte la patria. Una prima volta per adempiere ai suoi obblighi verso lo Stato, una seconda per farsi un gruzzoletto, sposarsi e chiavare per la prima volta.
Alla nuova visita Peppino si presentò con il documento nuovo di zecca procurato da un vecchio pregiudicato della zona, che da anni aveva messo la testa a posto e si interessava solo di contrabbando, falsificazioni e vendita di benzina dei pescatori.
Venne arruolato ed inviato alla caserma di San Giorgio, dove tra permessi e malattie fece non più di trenta quaranta giorni di militare. Alla fine il congedo e per il futuro ad un attento osservatore solo una piccola incongruenza sul foglio matricolare: l’altezza un metro e sessantatre centimetri, quando tutti sanno che Geltrude, per quanto con gli anni si è un po’ arrognato, supera ancora di una spanna il metro ed ottanta.




Ginecologo placca il ladro sorpreso a rubare


Articolo di Antonella Morisco pubblicato su Cronache di Napoli del 27 aprile 2001
Non è cronaca di tutti i giorni incontrare, tra le mura domestiche, in pieno giorno, un ladro nascosto dietro una libreria. Ancor di più inusuale che a seguito di questo incontro, dopo una breve colluttazione, scattino tempestivamente le manette. E’ quanto è accaduto l’altro giorno, intorno a mezzogiorno al famoso ginecologo Achille della Ragione in via Manzoni. Questi, nel cercare un libro nella biblioteca della sua villa, ha notato che il mobile era leggermente scostato dalla parete; dietro di esso, infatti, c’era un ospite indesiderato. L’incontro è di quelli che lasciano senza fiato. Il medico, però, non si è perso d’animo e, memore del suo passato titolo di campione universitario di lotta libera, ha affrontato il ladro. Le grida che sono scaturite dalla colluttazione hanno fatto accorrere il figlio del ginecologo, Gian Filippo, il quale stava studiando al piano inferiore. Le forze dell’ordine al loro arrivo hanno trovato il malfattore immobilizzato e senza fatica lo hanno trasportato in questura; si tratta di un nomade slavo che ha agito a volto scoperto. Da una prima ricostruzione il ladro sarebbe giunto al quarto piano della villa scavalcando scimmiescamente un albero secolare: solo questa circostanza infatti può giustificare il mancato intervento dei tre ferocissimi quanto addestrati rotweiller del professor della Ragione, un uomo, come ha dimostrato in questo frangente, coraggioso e determinato e non nuovo a episodi imbarazzanti…risolti con energia.
Diversi anni fa il medico nel suo studio fu minacciato con un fucile a canne mozze alle tempie durante una rapina, senza possibilità di reagire. Identificò il malvivente sulle foto segnaletiche e lo fece arrestare e condannare. Negli anni Settanta, all’inizio della sua carriera, mentre prestava servizio nel pronto soccorso dell’ospedale di Cava de’ Tirreni, fu minacciato da un famigerato delinquente della zona. Nell’attesa delle forze dell’ordine fu costretto ad immobilizzare il facinoroso, che aveva cominciato a rompere suppellettili ed a strattonare pazienti ed infermiere. Al processo che ne seguì testimoniò contro il malvivente, il quale venne condannato a quattro anni di reclusione.
La situazione a Napoli dell’ordine pubblico è veramente drammatica e richiederebbe un concreto intervento da parte dell’autorità, purtroppo i cittadini sono esposti in prima persona alla microcriminalità e sono costretti, quando possono, come nel caso del coraggioso professor della Ragione, a difendersi da soli.



fig. 5 - Achille calzoni corti

Eureka l’onore è salvo


Otto agosto ore dieci, 40 gradi all’ombra, mi appresto ad entrare nel Tribunale di Napoli al centro direzionale per ritirare un documento, ma vengo bloccato dal drappello di polizia che giudica indecente il mio abbigliamento.
Premetto che l’indumento incriminato è un elegante calzoncino, griffatissimo ed ultrafirmato, abbondantemente oltre il ginocchio, con il quale abitualmente entro in chiesa, stipulo presso notai contratti da milioni di euro e, lo confesso, ricevo sguardi interessati da focose fanciulle e da attempate signore.
Chiedo di parlare col comandante, ma mi viene riferito che trattasi di un’ordinanza firmata dal presidente del Tribunale in persona.
Non mi scoraggio, nonostante sia venuto da fuori Napoli e riesco, in cambio di un bigliettone, a convincere un corpulento garzone a chiudersi nella toilette ed a prestarmi il suo pantalone, per quanto imbrattato e rattoppato.
Mi ripresento all’ingresso ed osservo una straripante popolana entrare senza problemi in calzoncini, segno evidente che le sue gambe sono giudicabili in maniera diversa dalle mie. Grazie al maleodorante pantalone imprestatomi riesco finalmente ad entrare ed a ritirare l’agognato documento.
L’episodio sembra irrilevante, ma a mio parere è di una gravità inaudita. Vietare l’accesso ad un ufficio pubblico e sindacare l’abbigliamento dei cittadini è prerogativa dei paesi islamici più arretrati, dove i talebani si arrogano il potere di obbligare gli uomini a farsi crescere la barba e le donne ad indossare il burka. Ma forse i magistrati, stanchi di giudicare solo i comportamenti dei cittadini, vogliono anche pontificare sui loro abbigliamenti, confondendo il decoro di un’istituzione, che si misura in efficienza nel contrastare una delinquenza oramai padrona del territorio, con i centimetri dei calzoncini maschili.

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(9^ puntata)
Achille ed i suoi cani

fig.01 - Copertina di Storia del cane



Achille ha considerato sempre i suoi 4 rottweiler: Lady (fig.2–3), Athos (fig.4–5), Porthos (fig.6) ed Attila (fig.7–8) membri della sua famiglia. A tutti i cani ha dedicato un libro (fig.1) con Attila in copertina consultabile digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo71/articolo.htm
Ai suoi cucciolotti ha dedicato questo commovente articolo pubblicato da numerosi giornali

fig.02 - Lady
03 - Lady in salotto


ll miglior amico dell’uomo

Gentile dottor Gargano,
non avrei mai potuto immaginare che l’arrivo in casa mia di una cucciola di rottweiler, regalo di una ragazza a mio figlio, potesse cambiare negli anni così profondamente non solo la mia vita, ma soprattutto il modo di relazionarmi col mondo ed il mio metro di giudizio del prossimo.
Era il 1994 ed avevo sempre avuto un sacro terrore dei cani da quando, giovanissimo, avevo trascorso un’intera notte sul tetto di un’auto per sfuggire alla furia di un  randagio di grosse dimensioni e anche altri incontri ravvicinati non erano stati particolarmente felici, per cui non accolsi con entusiasmo l’ingresso in famiglia di un esemplare, per quanto di pochi mesi, di una razza notoriamente feroce.
Lady fu relegata nel sottoscala ed abbaiava disperata durante le poche visite che gli dedicavamo; decidemmo di trasferirla in giardino, ma i rigori dell’inverno contribuirono a farla ammalare e fu necessario il ricovero: cimurro fu la diagnosi e la prognosi purtroppo riservata.
Partimmo per Roccaraso, ma ogni sera telefonavo alla clinica veterinaria per avere notizie, che peggioravano giorno dopo giorno, fino a quando mi dissero:”Non vi è più speranza, interrompiamo la terapia? ”
“Assolutamente no, se esiste un dio dei cani la aiuterà”.
Ed il miracolo… avvenne, durante la notte Lady ebbe un miglioramento decisivo ed il giorno successivo potemmo andare a riprenderla completamente guarita.
La nostra famiglia da quel giorno divenne più numerosa e con Lady stabilimmo un’intesa perfetta: mangiava a tavola con noi, un boccone a me ed uno a lei e dormiva la notte al mio fianco su di un variopinto tappetino persiano.
Capiva ogni mio pensiero e quando ero di cattivo umore si accoccolava vicino e rimaneva immobile.
Divenuta signorina la feci accoppiare con un cane campione: Shark e nacquero nove cucciolotti, per il poco latte uno soltanto sopravvisse, Athos, che divenne il suo compagno inseparabile.
Durante i periodi di calore, per impedire nuove gravidanze, Lady passava la giornata con me nello studio e solo la sera, attraverso un’entrata di servizio, tornava a casa, rimanendo sempre a distanza di sicurezza dall’ardore sessuale di Athos.
Nonostante i miei severi controlli censori ad un certo momento il suo addome cominciò a crescere e condussi la cagna dal veterinario, il quale perentorio dichiarò:” Si tratta di una gravidanza immaginaria nella pancia vi sono semplicemente dei gas”.
Sapendo che i medici in genere poco capiscono sottoposi Lady  ad un’ecografia nel mio studio e non mi meravigliai più di tanto nel vedere una serie di piccole colonne vertebrali intrecciate tra di loro. Facemmo appena in tempo a rincasare che cominciò il travaglio e questa volta i nuovi abitanti della terra furono sei, quattro dei quali arrivarono a tre mesi. Erano magnifici, scorazzavano nel giardino della villa di Ischia con i genitori, ma nonostante tutte le vaccinazioni, un brutto giorno contrassero la parvo virosi, una malattia che raramente perdona e cominciò un calvario durato quasi venti giorni. Era necessario sottoporre i cuccioli ad ipodermoclisi tre volte al dì, per cui ogni giorno la spola da casa al veterinario avveniva dodici volte. Il compito sulle mie spalle e su quelle del fido cameriere autista Summit. Dopo una settimana morì il primo cucciolo, seguito dopo tre giorni dal secondo e dopo cinque dal terzo; resisteva solo Porthos, anche se le speranze erano ridotte al lumicino. Passati diciotto giorni il cane cominciò a bere e l’indomani ad alimentarsi, era guarito.
Dopo tanti sacrifici e quattro milioni di spese, mia moglie pensava ancora che io regalassi il cucciolo, ma oramai non potevo più separarmi da lui.
Ci furono mesi di diverbi continui, durante i quali Porthos visse con me nello studio, che subì una devastazione in piena regola, dalle tende ai tappeti. Durante i fine settimana veniva a trovare i genitori, ma il lunedì di nuovo via, fino a quando Elvira, resasi conto di quando io tenessi al cane, acconsentì al suo definitivo ingresso in casa nostra. Furono anni di grande impegno: tre cani di quella razza fanno branco e sono difficili da gestire, soprattutto d’estate, quando per trasferirli ad Ischia era necessario fare tre trasporti in auto all’andata e tre al ritorno. Anche i nostri viaggi, fino allora frequenti, si interruppero, perché la mia costante presenza era necessaria. Ma le soddisfazioni, almeno per me furono altrettanto grandi. I tre cani erano temuti  ed ammirati da tutti e con la sola presenza e qualche sporadica abbaiata facevano la guardia alla nostra villa, tenendo alla larga in egual misura malintenzionati e visitatori inopportuni.
L’ansia, i momenti di solitudine, la tristezza venivano mitigati dalla presenza affettuosa di questi veri ed unici amici dell’uomo. Tutti possono tradirti, dalle donne ai figli, ma il cane  sarà sempre al tuo fianco e la sua fedeltà aumenterà nel tempo a dismisura, senza che quasi tu te ne  avveda, come un fiume che acquista potenza nei pressi di una cascata.
Furono anni felici, ma il tempo degli animali scorre più velocemente di quello degli uomini e Lady, dopo aver imbiancato i peli del muso, si ammalò di piometra e fu necessario sottoporla ad un intervento chirurgico. Il decorso post operatorio fu difficile e necessitò un ricovero in una clinica veterinaria, dove giunse in condizioni disperate. Rimase degente per vari giorni, durante i quali non la lasciai sola un minuto, né di giorno, né di notte. Tra i medici che si alternavano al suo capezzale ve ne fu anche uno arabo, che riconobbe in essa la cagna miracolata dieci anni prima ed ancora ricordava la mia frase sul dio dei cani. Per quanto islamico aveva meditato più volte negli anni sulle mie parole e mi invitò anche questa volta ad invocare questa sconosciuta quanto potente divinità.
Dopo una settimana Lady guarì e potemmo tornare a casa. I veterinari riconobbero che la guarigione era avvenuta grazie alla mia costante presenza: i cani malati quando si vedono abbandonati dai padroni in un ambiente estraneo si lasciano quasi sempre morire.
Purtroppo dopo un anno, oltre all’incalzare dell’età, la vecchia infezione si ripresentò, questa volta in maniera subdola: ricominciò l’andirivieni quotidiano con la clinica, le fleboclisi, ma non ci fu niente da fare, mentre eravamo tutti a tavola, Lady, con un rantolo soffocato, ci lasciò per sempre.
Il mio dolore fu immenso, versai lacrime in misura superiore a quando avevo perso i miei genitori ed il vuoto che si è creato è rimasto incolmabile a distanza di anni. Mi rimanevano gli altri due cani, che da quel giorno non fecero che litigare, costringendomi a tenerli separati.
Athos da tempo zoppicava e non era più il capobranco vigoroso di una volta, Porthos ne approfittava attaccandolo spesso alle spalle, per rifarsi degli anni in cui era stato succube.
A distanza di un anno e mezzo, mentre eravamo ad Ischia, in pochi giorni si aggravò e si spense dopo una notte di guaiti disperati. Ora riposa lì, lontano da Lady, con un ibiscus che gli fa compagnia.
Rimasto solo Porthos, che era stato sempre di una vivacità devastante, divenne triste e melanconico. Passava gran parte della giornata al mio fianco, mentre lavoravo al computer e per ore gli carezzavo amorevolmente la testa.
Non aveva alcun disturbo, per cui quando una mattina di un giorno che vorrei non fosse mai scoccato lo trovai disteso immobile vicino all’ingresso di casa, credevo dormisse beato. Invece la morte lo aveva ghermito nel sonno all’improvviso e se lo era portato via. L’unico conforto quello di riposare per sempre al fianco della mamma tra i fiori del mio giardino.
Non riesco ragionevolmente a credere che di questi miei amici sia rimasto solo il  ricordo che porterò per sempre nel mio cuore, mentre i loro corpi hanno subito il triste destino di tutti i viventi: il disfacimento.
Tra i credenti gli induisti si dimostrano meno orgogliosi dei cristiani, che nella loro smisurata superbia immaginano un mondo ultraterreno soltanto per gli uomini, mentre i loro fratelli orientali riconoscono, attraverso la reincarnazione, un percorso di purificazione per tutti i viventi senza esclusione alcuna, inclusi animali e piante. Si tratta senza dubbio di una visione più rassicurante dettata da un’antica saggezza e nello stesso tempo di sconvolgente attualità, come hanno confermato le moderne ricerche della chimica e della fisica.
Mi piace immaginare che anche ai più fedeli amici dell’uomo sia concesso di vivere in eterno e non solo nella memoria dei loro padroni.
Certamente Lady vivrà per sempre nel mio cuore, Athos, un vero amico, non sarà mai da me dimenticato, soprattutto ora che, scomparso Porthos, sono veramente solo.

Il Golfo 8 ottobre 2007 - Senatus  settembre 2007 – Bric a Brac 6 novembre 2007- Il Napoli 8 novembre 2007 -  Il Mattino 16 novembre 2007 – Il Roma 24 novembre 2007

fig.04 - Athos
fig.05 - Lady e Athos


fig.06 -Porthos

fig.07 - Attila

fig.08 - Attila

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  (10^ puntata)
A tu per tu con Mike

Articolo Rischiatutto

Una memorabile partecipazione a Rischiatutto

Milano, 11 maggio 1972 ore 21, sono passati più di quaranta anni, ma al sottoscritto sembra ieri, quando, spavaldo laureando in medicina, partecipai alla trasmissione Rischiatutto presentata da Mike Buongiorno assistito dalla bella Sabina Ciuffini.
Avevo ventiquattro anni e credevo di avere tutto il mondo ai miei piedi dopo aver superato brillantemente una doppia serie di selezioni, la prima a Napoli con una raffica di 200 domande di cultura generale e la seconda a Milano, dove si simulava una gara in piena regola al cospetto del mito vivente, con tanto di pulsante per scegliere sul tabellone con 6 materie i quiz e le domande finali di raddoppio in cabina.
Nel primo test, che comprendeva  i quesiti più astrusi, da quando una lettera diventa pacco alle commedie minori dell’Ariosto, ottenni una prestazione eccellente da sbalordire gli stessi esaminatori, i quali dissero che avrei subito partecipato alla seconda prova, nella quale fui particolarmente fortunato, perché scelsero le domande di una vecchia puntata, che ricordavo perfettamente, per cui sbaragliare gli avversari non richiese alcuna fatica.
Mike dopo la trasmissione simulata mi disse che ero stato prescelto ed a breve avrei partecipato, anzi vista la mia prestazione mi confidò che avrebbero cercato di favorirmi, mettendo sul tabellone qualche argomento che avevo indicato tra i preferiti e scegliendomi degli avversari non irresistibili. Vi era solo un problema sulla materia da me prescelta: la storia della medicina, essendo attinente alla mia futura professione; risposi che potevano sceglierla loro tra un ventaglio di una ventina, dall’atletica leggera alla geografia, dalla letteratura alla storia di Napoli. Alla fine ne fu prescelta una originale: i premi Nobel, una richiesta da parte di Mike che accolsi senza problemi.
Attesi trepidante alcuni mesi la convocazione ed all’arrivo del telegramma che indicava il giorno della gara mi sembrò di toccare il cielo con un dito, ma purtroppo mia madre, da tempo malata, si aggravò all’improvviso ed io non mi sentii di lasciarla sola ed inviai un telegramma dando forfait. Fu l’unica volta nella storia del Rischiatutto che venne chiamata all’ultimo momento una riserva.
Mike puntava molto su di me e dopo alcune settimane mi telefonò personalmente per chiedere di partecipare all’ultima puntata in assoluto della stagione, confidandomi che la ripresa del programma in autunno era incerta ed avrei perso un’occasione d’oro.
Mia madre, che si era in parte ripresa, mi invogliò a partire ed io con due delle mie sette zie, con l’ispettore Lombardi, vecchio amico di famiglia e con Elio Fusco, fidato amico d’infanzia, salii sul treno.
La mattina della gara registrai uno speciale Rischiatutto per la Rai di venticinque minuti nel quale mi vennero fatte una serie di domande, in particolare perché avevo scelto i premi Nobel come materia di base e come esercitavo la mia memoria.
Spiegai che si rammentano con facilità solo le nozioni che ci interessano, per cui è necessaria una grande curiosità culturale per poter ricordare agevolmente, inoltre bisogna dedicare costantemente molte ore al giorno allo studio, un’abitudine da me praticata sin dagli anni del liceo, dove avevo le materie preferite nelle quali ero imbattibile, mentre ero impacciato in matematica e negato per le lingue straniere, che consideravo aliene, amando solo di parlare il vernacolo o al massimo l’italiano. L’unico exploit culturale fu la mia partecipazione, prima della maturità, in rappresentanza della mia scuola, al concorso nazionale per il miglior tema su un argomento letterario, dove ottenni il primo premio con relativo articolo su alcuni importanti giornali.
Simulai poi per gli ascoltatori un giochetto con il quale sbalordivo solitamente gli astanti in occasione di balletti e feste varie: mi facevo dare il nome di un oggetto (pentola, sedia, radio, fiore, automobile ecc.) da ognuno dei presenti e lo facevo annotare da un volontario in veste di notaio, fino ad un totale di 40 – 50. Quindi tra la meraviglia generale li ripetevo dal primo all’ultimo o viceversa, inoltre ero in grado di dire l’oggetto n 24 o 35. Vi è un piccolo trucco, che vi rivelerò in un’altra occasione, ma ci vuole anche una memoria robusta se non eccezionale.
In un primo momento dovevo sfidare il campione Paolini, un barbiere al quale in caso di sconfitta avrei offerto in olocausto barba e capelli, infatti in quel periodo esibivo una chioma fluente ed una cespugliosa vegetazione pilifera sulle guancie da far esclamare a Mike, quando comparsi al suo cospetto:” Ecco l’uomo delle caverne”.
Il ritardo nella mia partecipazione dovuto alla malattia di mia madre mi fece viceversa incontrare con un modesto campioncino, che addirittura nella tenzone al tabellone finì sotto zero e non potette partecipare (caso unico nella storia del Rischiatutto) alle domande di raddoppio ed una simpatica e procace giornalista sportiva con la quale feci il mio ingresso mano nella mano. Il celebre presentatore esclamò:” Entrano i fidanzatini”, mentre la mia cortese accompagnatrice si giustificò con la scusa che volevamo solo darci coraggio. Lesse nel futuro perché tra noi due scoppiò una scintilla e nonostante lei fosse in procinto di convolare a nozze ed io avessi ben due fidanzate ufficiali, ci rincontrammo in campeggio a Marina di Doronatico e furono notti indimenticabili.
Lo svolgimento della trasmissione perde molto raccontandola senza l’ausilio della visione, per cui rimando chi volesse vederla e chi è curioso di come si concluse ad andare sulla sezione video del mio sito www.guidecampania.com/dellaragione 
Oppure digitare questi link 



 

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(11^ puntata)
La carriera politica


fig.01 - L'Unità


Questo capitolo è ancora in pectore, perché il sogno di Achille di sedersi nelle aule parlamentari deve ancora avverarsi.
Il suo primo tentativo di entrare nell’agone politico risale al 1968, quando si presentò alle elezioni comunali nelle liste del partito liberale ottenendo 400 preferenze, ma ne servivano 1000 per essere eletti. Fu il candidato più giovane d’Italia, divenendo maggiorenne (all’epoca 21 anni) il giorno delle consultazioni.
Assieme al suo amico Elio tempestarono le mura della città con un originale manifesto,  ripreso dalla stampa (fig.1), che recitava così: “Votate della Ragione e Fusco le ultime persone oneste di Napoli”
Nel 1985 il secondo tentativo ed a quell’epoca risale il mio incontro con Stefano Caldoro. L’allora assessore alla sanità mi chiese ad un mese dell’inizio della campagna elettorale di presentarmi come candidato per portare voti al suo partito (P.S.I.) ed in cambio avrebbe brigato per far ottenere ad una clinica privata napoletana, da me indicata, l’autorizzazione a svolgere interruzioni di gravidanza; una circostanza prevista dalla legge 194, anche se mai messa in pratica.
Il mio studio andava a gonfie vele con migliaia di clienti ed il mio nome era divenuto famoso dal 1978, perché comparso in prima pagina su tutti i quotidiani per una clamorosa autodenuncia. Ero un candidato appetibile, perché portavo una massa di voti.
Improvvisai una campagna elettorale comparendo sui giornali con un motto (fig.2–3–4) : “Alla Regione della Ragione”, con Caldoro mi accordai per appoggiarci a vicenda, io segnalavo il suo nome al mio entourage più stretto, mentre lui mi disse: «Ti farò uscire 500 preferenze dove vuoi” scelsi a caso Sant’Antimo, dove contavo di prendere 100 - 200 voti e ne presi invece 700. Con diecimila preferenze fui tra i primi dei non eletti e tornai senza problemi alla mia professione, mentre Stefano non si è più fermato.
In seguito vi fu anche il tempo, nel 2002, per un’esperienza elettorale con i radicali conseguendo la migliore percentuale di voto in Campania e non divenendo senatore soltanto per il mancato raggiungimento del quorum.
Mesi prima, in occasione di un referendum patrocinato da Pannella, mi ero attivato a raccogliere migliaia di firme, con relativi indirizzi, a cui spedire, al momento  di votare, una lettera con la firma apocrifa di Emma Bonino, in cui si raccomandava il mio nome come futuro senatore. Fui il più votato, ma il partito per pochi centesimi percentuali non ottenne il seggio.
Per il momento sono a riposo, aspetto una eventuale nomina, per meriti speciali, a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica.


fig.02 - Il Mattino
fig.02 - Il Roma
04 - La Repubblica

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(12^ puntata)
Una collezione da favola

fig.a -Copertina catalogo

La mia collezione di arte nasce nel 1977 in concomitanza con il mio successo nella professione ed i relativi lauti guadagni, che in parte investivo nell’acquisto di capolavori.
Una sibillina inserzione su Il Mattino attirò la mia attenzione: Vendesi 13 quadri del Seicento napoletano per 13 milioni. La sorpresa maggiore fu dove si trovavano: in via Pignasecca, ad un 4° piano di un palazzo fatiscente quanto puteolente. Il proprietario, uno zotico, li conservava in una stanzetta, che a breve doveva contenere bottiglie di pomodoro.”Accatatavilli altrimenti e ghietto perché me servo o spazio”. Se li era procurati per quattro soldi ad un’asta fallimentare dei beni delle Opere pie di Napoli. Dopo un parere positivo da parte del compianto Ciro Fiorillo(all’epoca non ero ancora il massimo esperto del ‘600 napoletano) ne acquistai 6 per 6 milioni, alcuni dei quali, dopo un esperto restauro, si sono rivelati di notevole qualità.
In seguito, con mia moglie per anni, ho frequentato le più importanti aste internazionali, a volte spendendo mezzo miliardo in una sola seduta.
All’asta dei beni di Achille Lauro, nel 1994, comprai ben 8 lotti, alcuni prestigiosissimi.
Nel 1997, con la consulenza di illustri studiosi, stilai il catalogo della collezione (fig.a–b), della quale spesso hanno parlato i giornali (fig.c), mentre importanti mostre  hanno avuto l’onore di esporre miei dipinti.
Lascio ora la parola ad un articolo, consigliando di consultare anche il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo48/articolo.htm


fig.b - Una coppia superstar
fig.c - Articolo Corriere


A Posillipo, circondata dal verde, vi è la villa di un noto professionista napoletano, uomo di scienza e di lettere, proprietario di una delle più importanti collezioni d’arte della città.
Poterla visitare è un raro privilegio, poterne fare partecipi i lettori un’occasione da non perdere.
Entriamo nel salone a piano terra (fig.1) dove sono esposti i pezzi più importanti della raccolta: un bronzo di Gemito raffigurante un  Pescatorello (fig.2) che sembra palpitare in precario equilibrio, mentre afferra un pesce ancora guizzante ed una superba Victa (fig.3), capolavoro di Francesco Jerace, un marmo che irradia una luce abbagliante che strega ed avvince l’osservatore, il quale rapito dalla bellezza del volto corrucciato e dalla vista degli splendidi seni prorompenti non può guardarla troppo a lungo senza desiderarla.

                                        
fig.1


fig.2

fig.3

L’opera più antica è una quattrocentesca  Madonna col Bambino (fig.4) di Jacobello Del Fiore, studiata da Federico Zeri, proveniente dal museo di Toledo nell’Ohio, frutto di una delle frequenti vendite che le istituzioni americane fanno sui mercati internazionali per rinnovare il loro patrimonio artistico. Affascinante è il Trionfo della fama (fig.5) eseguito da Lambert Sustris, allievo di Tiziano e pubblicata da Vittorio Sgarbi; essa proviene dalla prestigiosa collezione di sir Otto Beit e nella parte centrale richiama a viva voce, per grazia e leziosità delle fanciulle, la Primavera di Botticelli dove pure si celebra un trionfo, quello di Venere.

fig.4

fig.5

La parete più ampia del salone è dominata da una grande natura morta di Adriaen van Utrecht rappresentante una Scena di cucina (fig.6) al centro della quale una figura femminile dagli occhi irresistibili è intenta alla conservazione di ghiotti e raffinati alimenti degni della tavola di un re ed infatti cercando i documenti di pagamento che confermassero l’attribuzione della fanciulla al pennello di Rubens si è scoperto che il quadro era di proprietà della casa Orange e si trovava nella residenza dell’Aja. Se si vuole ammirare il pendant del dipinto bisogna recarsi ad Amstersdam nel Rijksmuseum ove è conservato. Dello stesso autore vi è anche un’altra Natura morta con frutta ed ortaggi (fig.7), di minori dimensioni, ma di altissima qualità ed in perfettissimo stato di conservazione con i colori splendenti e vivi come se fossero stati posti ieri sulla tela.

fig.6

fig.7

Prima di passare ai dipinti del secolo d’oro della pittura napoletana ci soffermiamo su una delicata Madonna col Bambino e Santi (fig.8) del senese Rutilio Manetti, già in collezione Achille Lauro ed ancora prima nella leggendaria collezione Doria D’Angri, una raccolta venduta prima della guerra, ricca di Rubens e Van Dyck ed interamente notificata dallo Stato per la sua unicità.

fig.8


Il Seicento è la passione del proprietario, che ha dedicato all’argomento numerosi libri ed un’opera omnia di ben 10 tomi.
Si va da un Martirio di San Sebastiano (fig.9) di Agostino Beltrano, nel quale sono evidenziabili elementi cavalliniani e falconiani, ad un Martirio di San Gennaro (fig.10) di Domenico Gargiulo, che costituì una delle attrazioni della grande mostra dedicata alcuni anni fa al Santo. Inoltre un’Entrata di Gesù in Gerusalemme (fig.11) firmata e datata di Scipione Compagno ed una coppia di Paesaggi con rocce e figure (fig.12–13) di Salvator Rosa provenienti da una raccolta inglese.

fig.9

fig.10

fig.11

fig.12

fig.13

Posti l’uno di fronte all’altro a gareggiare con i fiamminghi due celebri specialisti: Giuseppe Recco con una Natura morta di pesci con gatto (fig.14) siglata, nella quale un grosso pesce rosso in primo piano è rappresentato nel delicato momento di trapasso tra la vita e la morte, mentre un astuto gatto sta per impossessarsi di un’anguilla e Luca Forte con una iconografia rara: un Albero di pesche con tulipani e pappagalli (fig.15) proveniente dalla collezione D’Avalos, nel quale sono evidenti i rapporti tra la cultura napoletana e quelle nordiche ed iberiche e si possono apprezzare alcune sottili allegorie nei tulipani recisi simboleggianti la morte e quelli posti nel terreno che alludono alla vita. I due variopinti pappagallini, assenti nella replica autografa della collezione di Paul Getty, sono un tipico caso di Ekphrasia, cioè di frutta dipinta così bene che gli uccelli accorrono a beccarla.
fig.14

fig.15


Tra le opere del Settecento spicca un bozzetto di Fedele Fischetti rappresentante Alessandro Magno col suo medico Filippo (fig.16) utilizzato per un affresco di Casa Calenda successivamente staccato per i lavori di allargamento di via Mezzocannone ed oggi custodito nel museo di Capodimonte ed una Decollazione di un santo (fig.17) eseguita da Lorenzo Vaccaro, contaminando elementi cronologicamente disomogenei, quali un martirio che non ebbero seguito dopo l’Editto di Costantino ed un minareto che ci sposta di oltre tre secoli in avanti.
fig.16
fig.17

L’Ottocento è ben rappresentato da Gonsalvo e Giuseppe Carelli a Teodore Duclere e Nicola Palizzi, ma un palmo più degli altri svettano una Costiera amalfitana (fig.18) firmata, di Pitloo ed uno spettacolare acquerello di Richardson (fig.19) raffigurante la Costa di Posillipo, un angolo di paradiso sconvolto dalla speculazione edilizia.
fig.18

fig.19

Concludiamo questa carrellata sorvolando su altri trenta dipinti di autori quasi tutti celebri per descrivere la tela alla quale il proprietario è più affezionato e che veglia le notti sue e della sua gentile signora: una Madonna col Bambino, dolcissima, da taluni attribuita al Murillo, forse più modestamente copia da Solimena, come ritenuto da Ferdinando Bologna, in ogni caso un’immagine gentile che concilia il sonno ed invita a buoni propositi.

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(13^ puntata)  
Antenati, parenti, collaterali ed affini

01 - Matrimonio


L’esame dettagliato di rare foto conservate gelosamente in polverosi quanto preziosi album ci permetterà di conoscere tutti i parenti di Achille fino alla sesta generazione.
Partiamo dal matrimonio dei suoi genitori (fig.1), dove da sinistra identifichiamo nell’ordine il nonno materno Giovanni Capuano, il fratello dello sposo Giovanni, l’officiante, il famigerato “zi prevet”, al secolo Giuseppe Capuano, per 52 anni parroco della chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova, morto in odore di santità, poscia i nubendi  ed infine la nonna paterna Carlotta Massa e quella materna Emilia Aiello. Nella foto successiva (fig.2) il momento della firma.

02 - Matrimonio, firma
03 - Giuseppe Capuano
04 - Emilia Aiello
05 - Bisnonno

Possiamo ora ammirare quanto erano belli i nonni materni quando si fidanzarono (fig.3– 4) e salendo indietro nel tempo le sembianze del bisnonno (fig.5) Achille Capuano. Le mitiche sorelle Capuano qui raccolte (fig.6) in occasione del matrimonio di Carlo della Ragione con Maria Manna, sono a partire da sinistra Giuseppina, Anna, Rosa, Adele, Maria, Elena, Assunta.
La famiglia Capuano al completo (fig.7) in occasione del matrimonio di Assunta col prof. Giuseppe Balestrieri, possiamo qui conoscere anche i maschi: da sinistra Antonio, Achille e Giuseppe. Dalle nozze nacque Maria Teresa, che a 18 fu condotta all’altare dal nostro Achille (fig.8) per sposare Genny Santopaolo, avranno 2 figli: Francesco ed Andrea.
Di nuovo la famiglia Capuano al completo (fig.9) in occasione del mio matrimonio (manca purtroppo mia madre a letto malata).
Concludiamo il ramo materno con 2 membri della famiglia Luongo (fig.10), cugini di mia madre, da sinistra Achille con la moglie Carmelina, seguiti da Nietta, la consorte di Roberto ed infine i loro figli Pino e Sofia (fig.11-12) in abiti carnevaleschi.
06 - Le sorelle Capuano
07 - Famiglia Capuano
08 - Matrimonio di Maria Teresa

09 - Matrimonio Achille ed Elvira
010 - Famiglia Luongo
011 - Pino Luongo e consorte
012 - Sofia Luongo e coniuge

Passiamo al ramo paterno, premettendo che non ho alcuna foto di mio nonno Costantino, morto sul fronte nel 1918 vittima dell’epidemia spagnola, né del mio secondo nonno Achille, fratello del primo, che sposò la cognata vedova Carlotta. Partiamo dai fratelli di mio padre (fig.13) Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione, poi una rara immagine dei maschi della stirpe (fig.14), nella quale facciamo la conoscenza di Roberto, figlio di Giovanni(in alto a sinistra) e Costantino figlio di Achille (in basso a destra). Tutti salvo io e mio fratello hanno da tempo lasciato questa valle di lacrime.
Abbiamo poi le coppie (fig.15): Giovanni con la moglie Esterina, Achille con Maria Zona, Elvira con Giuseppe Angrisani e mia madre, purtroppo sola, perché vedova. Quanto era bella  mia zia Elvira con in braccio mia cugina Rosellina! (fig.16), che nella foto successiva (fig.17) vediamo quando sposa Mario Scarlato, con al centro la sagoma austera di zia Teresa, una cugina di mio padre.
Una parata delle donne (fig.18) da sinistra: Maria, moglie di Carlo, Giuliana e Carlotta della Ragione, Rosellina con la fidanzata di Costantino, Bice ed in basso Laura. Segue Carlotta col marito in compagnia di Carlo e Maria (fig.19).
Concludiamo in bellezza con un gruppo giovanile (fig.20), nel quale segnaliamo da sinistra il marito di Giuliana della Ragione e Lucio Angrisani ed infine due ammucchiate (fig.21–22) di giovani e vecchi, tutti volti noti, che vi invito a riconoscere.
Grazie a mia cugina Laura possiamo presentare una vera chicca: una foto (fig.23) che ritrae i nonni Costantino della Ragione e Carlotta Massa sposi nel 1905.

013 - Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione
014 - Maschi della stirpe della Ragione
015 - Le coppie della Ragione

016 - Elvira con in braccio mia cugina Rosellina

017  - Matrimonio di Rosellina

018 - Le donne della famiglia
019 - Carlotta col marito
020 - Foto gruppo giovani
021 - Ammucchiata
022 - Gruppo festoso
023Costantino della Ragione e Carlotta Massa sposi nel 1905

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(14^ puntata)  
Achille medico e scienziato

fig. 1 - Laurea
 Tutto parte nel 1972 quando a settembre mi laureo (fig.1), 108/110, in tempo per gli esami di abilitazione alla professione e per iscrivermi alla specializzazione in ostetricia e ginecologia. Avrei voluto preparare una tesi in parapsicologia, un argomento in cui ero molto preparato, ma ascoltai il consiglio del professor Califano di presentare uno studio sperimentale in clinica medica. Scelsi di approfondire una rara forma di anemia emolitica di cui era affetta mia madre.
Del professor Califano,e a lungo preside della facoltà, serbo un piacevole ricordo, perché fu l’unico trenta e lode della mia carriera universitaria corroborato dal fatidico bacio accademico. A volte l’abbraccio vigoroso di un luminare, rinforzato da parole di apprezzamento, vale ben più di un bacio appassionato della più bella e ricercata top model. Dovranno passare oltre dieci anni per riprovare, in una facoltà diversa, quella di lettere, la stessa ebbrezza accademica, grazie al caloroso bacio… di Vallone, il celebre italianista, che si complimentò per il mio esame: “Lo studente più preparato che abbia incontrato in quaranta anni di insegnamento”. Lo studente era però già un professionista affermato in ben altra branca con moglie e tre figli a carico.
fig. 2 - Ginecologia
fig.- 3 - Chirurgia
fig. 4 - Senologia

 Nel 1976 mi specializzai in Ginecologia (fig.2), nel 1981 in Chirurgia Generale (fig.3). Ho conseguito vari riconoscimenti in campo senologico (fig.4), una branca praticata per oltre 20 anni nel mio centro, Senos, dotato di mammografo, diafanoscopio ed ecografo con sonde particolari. Ho scritto un atlante di semeiotica mammaria e diagnosticato  centinaia di casi di cancro nella fase iniziale, salvando la vita a tante donne.

fig. 5 - Metodica farmacologica
fig. 6 - Anorgasmia
fig. 7 - Copertina
fig. 8 - Copertina
fig. 9 - Copertina
fig. 10 - Achille della Ragione ed il vaginometro
fig. 11 - Frigiditá
fig. 12 - Il Roma  27 ottobre 1987
fig. 13 - Studio multicentrico
fig. 14 - Il golfo 5 febbraio 1992

Ancora prima di laurearmi misi su un giornale medico, Il polso, il seguente annuncio: “Medico neolaureato massima votazione offresi incarico ospedaliero”. Mi risposero numerosi nosocom i(erano altri tempi), uno soltanto in Campania a Cava de’Tirreni. Mi presentai dal primario Clarizia e gli confessai candidamente: “Non so fare niente”, “Non ha importanza, serve qualcuno che compili le cartelle, il resto lo imparerai poco alla volta”. Ebbi subito il posto di assistente a tempo pieno, 492000 lire al mese.
Contemporaneamente facevo guardie notturne retribuite al Policlinico, dove  mi aspettava una brillante carriera di professore.
Tra i colleghi che mi sono più cari voglio ricordare Francesco Galano ed Edoardo Oreste, compagni di lavoro a Cava e coautori in alcuni miei studi sperimentali (fig.5), Rosario Pignalosa e Michele Spirito, medico ad honorem, per anni  fedeli collaboratori nel mio studio, Gino Langella con cui ho diviso in egual misura bagordi e traversie giudiziarie, Luciano Greco, a cui è affidato il mio cuore malato, Antonio Gallo, celebre urologo, Antonella Sepe, assidua frequentatrice dei mie salotti culturali e delle mie visite guidate e soprattutto Angelo Russo (fig.6), poco meno di un fratello, che da tempo ha lasciato questa valle di lacrime e che costantemente mi fa compagnia nei sogni.
Ho scritto per anni su numerose riviste di svariati argomenti; in particolare su "Contraccezione fertilità sessualità" di sessuologia e terapie farmacologiche.
Ho scritto numerose monografie e libri medici a carattere divulgativo. Ricordiamo:
"Moderne metodiche per provocare l'aborto" nel 1978.
"Parliamone con il ginecologo" (fig.7) nel 1982.
"La frigidità e la verginità nella donna" (fig.8)  nel 1993.
"Pianeta Donna" (fig.9), cinque edizioni dal 1984 al 1999 e 23.000 copie vendute.
Nel 1985 ho ideato un particolare apparecchio il vaginometro(fig. 10) di della Ragione per aumentare le capacità orgasmiche femminili (fig.11– 12).
Nel 1992 ho realizzato, sperimentato in ambiente ospedaliero e pubblicato su riviste italiane e straniere, una metodica farmacologica per indurre l'aborto senza ricorrere all'intervento chirurgico (fig.13–14).

Ma vogliamo raccontare l’avventura dal principio?
Correva il 1972, l’anno della mia laurea in Medicina, ma soprattutto dell’incontro a Los Angeles con Karman, ideatore dell’aspirazione, una metodica rivoluzionaria che relegava per sempre nei libri di storia della medicina il famigerato raschiamento, terrore per generazioni di donne di tutto il mondo, le quali, in totale assenza di contraccettivi, erano costrette a sottoporsi più volte nel corso della vita ad una inutile tortura. Un metodo impregnato da un’onesta concezione filosofica: nei primi giorni di gestazione l’embrione, non possedendo una parvenza di sistema nervoso centrale, non ha acquisito pienamente la dignità di essere umano. Un argomento controverso in stridente contrasto con la dottrina della Chiesa, che ha sancito con un’apposita enciclica l’inizio della vita con la fecondazione.
(Invito chi volesse approfondire la questione a consultare su internet il mio saggio: ”Storia dell’aborto dall’antichità ai nostri giorni”.
Lo scienziato mi insegnò la tecnica e mi fornì in esclusiva per l’Italia il materiale per eseguire il rapido (40-50 secondi) intervento che non richiede anestesia e viene percepito dalla donna come una sensazione simile al dolore mestruale.
Dopo qualche anno vi fu un altro incontro decisivo con Adele Faccio, fondatrice del Cisa, un’organizzazione la quale, mentre erano ancora da noi in vigore le norme del codice Rocco, che consideravano l’interruzione volontaria della gravidanza un’esecrabile reato contro l’integrità della stirpe con pene severissime anche per la paziente, si adoperava per aiutare tutte le donne che non potevano pagare le salatissime parcelle dei cucchiai d’oro.
A Napoli imperavano ed imperversavano Monaco ed Ammendola con onorari di 600.000–700.000 lire, mentre il Cisa richiedeva una semplice offerta a chi poteva e voleva pagare, massimo 50.000 lire.
Divenni il punto di riferimento del Cisa ed anche dell’Aied, che organizzavano pullman e voli charter da tutta Italia verso il mio studio di via Manzoni. Migliaia di pazienti al punto che, nel 1978, potevo dichiarare ad un incredulo giornalista della Stampa sceso a Napoli per un’inchiesta: negli ultimi due anni ho eseguito 14.000 aborti (fig.15). 
 Da quella mia incauta e spavalda (avevo trenta anni) dichiarazione, pubblicata in prima pagina a nove colonne sul quotidiano torinese e ripresa da tutta la stampa nazionale, sono originati tutti i miei guai giudiziari, unica consolazione aver favorito l’approvazione della legge 194, che stagnava nelle sorde e grigie aule parlamentari. Il fisco mi presentò una tassazione di un miliardo e mezzo per tre anni di attività professionale, mentre l’ospedale presso cui lavoravo mi licenziò in tronco, ma il tempo è stato galantuomo e, dopo una causa ultraventennale, prima il Tar e poi il Consiglio di Stato mi diedero ragione e condannarono l’Asl ad un risarcimento di 900 milioni.
Nel 1991 presso l’ospedale di Cava de’ Tirreni mettevo a punto una metodica farmacologica per provocare l’aborto associando alcuni prodotti noti alla farmacopea ufficiale per altre indicazioni. Anche allora grande tempesta e tutti contro, dal primario al direttore sanitario, dalla Asl alla magistratura, che sequestrò le cartelle cliniche e sottopose le pazienti a defatiganti interrogatori. Alla fine fu vietato ai farmaci di entrare in ospedale, io venni licenziato e la stampa osservò un rigoroso silenzio sulla vicenda, ad eccezione di alcune prestigiose riviste scientifiche straniere che pubblicarono la mia esperienza clinica.
Ancora oggi l’Italia, a distanza di oltre venti anni, è ancora uno dei pochi Paesi al mondo dove ancora non è stata introdotta una metodica farmacologica per indurre l’aborto.
Nel 1994 un disastroso infarto e dieci giorni in sala di rianimazione mi consigliarono di ridurre al massimo la professione ed a chiudere definitivamente con l’aborto. Occasione per poter dedicare il mio tempo alla scrittura, all’arte, agli scacchi (disciplina nella quale in pochi mesi divenni maestro).
A ventinove anni avevo pubblicato il mio primo libro (Moderne metodiche per provocare l’aborto), dopo erano seguiti altri volumi prevalentemente di divulgazione medica, ricordo in particolare la Frigidità nella donna, del 1992, nel quale portavo a conoscenza un apparecchio da me ideato per favorire l’orgasmo: il vaginometro.
Ora ho più tempo per pensare, studiare, scrivere.

fig. 15 -Achille miliardario
Siringa Karman

Concludo proponendo al lettore due miei vecchi articoli pubblicati nel 2007.

Curiosità in un pronto soccorso

Il pronto soccorso di un ospedale è un porto di mare, anzi spesso è mare aperto, esposto a venti procellosi e a devastanti maree.
In un piccolo nosocomio quale era quello di Cava de’ Tirreni, dove ho cominciato la mia carriera di medico, i casi gravi, i cosiddetti casatielli, era opportuno dirottarli altrove, nell’interesse dei pazienti, ma soprattutto dei colleghi reperibili, che potevano tranquillamente continuare a fare studio privato o a dormire a secondo dell’ora del ricovero. Si trattava unicamente di valutare la gravità del paziente e di convincere lui ed i parenti, sempre agitatissimi, che si faceva tutto nel suo esclusivo interesse, che lo avremmo volentieri curato, ma altrove sarebbe stato assistito meglio. Fratture scomposte, addomi acuti e crisi steno cardiche venivano inviate a Salerno, i casi ancora più gravi verso il Cardarelli. I giorni festivi si indirizzavano altrove anche le crisi asmatiche e tutta la patologia chirurgica che andava trattata con urgenza.
Quando io ero di guardia i colleghi reperibili delle varie branche potevano stare tranquilli.
Molto frequenti erano i casi di baldi giovanotti che rimanevano con l’uccello incastrato nella cerniera dei jeans e dopo alcuni disperati tentativi correvano impauriti in ospedale, spesso accompagnati dalla fidanzata in ansia quanto e più di loro. Bastava un colpo netto nel verso contrario all’apertura ed il batacchio era di nuovo libero, con meraviglia dell’interessato e focosi complimenti da parte delle accompagnatrici per lo scampato pericolo.
In un precedente articolo abbiamo raccontato dell’incontro scontro con un delinquente, che aveva da poco, in un alterco, sferrato uno schiaffo ad una vicina di casa lasciandole sul viso la traccia rossastra delle cinque dita.
La sventurata giunse esanime al ospedale e pochi minuti dopo, mentre la stavo soccorrendo, giunse il malvivente che cominciò a minacciare: “Guai a te se fai il referto, ti sparo in bocca”
Uno sguardo alle dimensioni corporee dell’individuo, alquanto modeste, mi diede coraggio e lo invitai ad uscire altrimenti avrei chiamato la polizia. Addirittura lo prendevo in giro. “ Ma se io non apro la bocca come fai?”.
Non l’avessi mai detto lo scellerato, mentre parlavo telefonicamente col commissariato, cominciò a sferrare calci agli infermieri ed a bestemmiare con colorita vivacità.
Trascorsi alcuni minuti giunge un agente, poco meno che sessantenne, il quale riconosce il furfante e prendendolo per un braccio cerca di portarlo fuori, ma scivola malamente e cadendo perde l’unico dente sul quale poggiava la dentiera.
Il malvivente continuava a sbraitare per cui, aiutato da Michele, un infermiere robusto ed ubbidiente, lo immobilizzai e, sotto la minaccia di un bisturi, lo costrinsi a più miti consigli. Chiamai di nuovo al commissariato chiedendo un intervento più efficace e spiegando che l’agente da loro inviato era stato costretto al ricovero.
“ Che dite facciamo subito intervenire delle pantere da Salerno”.
Dieci minuti ed in contemporanea polizia e carabinieri sono sul luogo del misfatto, impacchettano il delinquente e lo conducono in gattabuia.
Gli  infermieri ed i portantini in coro mi assalgono: “Dottore voi siete un pazzo, Totonno è da poco uscito dopo aver scontato venti anni per un duplice omicidio”.
Processo per direttissima, nessuno dei testimoni si presenta ad eccezione del sottoscritto, minacciato senza esito da un fratello dell’imputato, conferma della deposizione e quattro anni di pena, interamente scontati.
Il Mattino dedicò nove colonne all’episodio e i colleghi fecero una gigantografia che fu appesa alle pareti del pronto soccorso e per anni, quando sorgeva una controversia con i parenti degli ammalati, pane quotidiano in un pronto soccorso di frontiera privo di drappello, io invitavo prima di continuare la questione a leggere l’articolo e poi eventualmente decidere di continuare: un prodigioso antidoto per qualsiasi diatriba.

Infermiera sexy

fig. 16 - Pronto soccorso

Frammenti autobiografici tra serio e faceto
Ricordi dell’ospedale di Cava de’ Tirreni

Fra poco saranno trascorsi 40 anni dal mio ingresso come assistente incaricato nella divisione di Ostetricia dell’ospedale S. Maria dell’Olmo di Cava de’ Tirreni. Il tempo è volato senza che me ne accorgessi, era il 1973, mi ero laureato nell’autunno del 1972 ed ancor prima della tesi, attraverso un’inserzione sul giornale medico Il polso, mi ero offerto agli ospedali italiani: giovane laureato, ottima votazione (ancora non la conoscevo, sarà 108/110) esaminerebbe proposte di lavoro. Erano tempi felici, la disoccupazione tra i medici era ancora lontana ed ebbi numerose proposte, soprattutto da ospedali del nord, che mi offrivano, oltre al posto a tempo pieno, anche vitto e alloggio.
L’unica proposta in Campania venne dall’ospedale di Cava de’ Tirreni, ove mi recai a discutere col primario il dottor Clarizia, squisito gentiluomo d’altri tempi, al quale confessai che come medico non sapevo fare niente. “Non preoccuparti, all’inizio basterà che ti interessi della compilazione della cartelle, poi poco alla volta imparerai. Mi accompagnò dal direttore sanitario, il dottor Terracciano, burbero ma innocuo e dal presidente l’avvocato Clarizia suo cugino, i quali mi assicurarono che in pochi giorni avrebbero fatto un bando per un incarico da assistente e lo avrebbero tenuto segreto, in maniera tale che io fossi l’unico a presentare la domanda. In pochi giorni mi trovai assunto con uno stipendio di 492.000 mensili, per intenderci mia moglie, che insegnava matematica nei licei, ne prendeva 250.000.
Nel reparto non si praticavano interventi ginecologici più audaci del raschiamento diagnostico o della polipectomia, poiché il primario e l’aiuto, dottor Violante, non erano propriamente delle cime, ma poco più che dei mammani. La routine era costituita dai parti, 1 – 2 al giorno, che venivano espletati per la quasi totalità per via naturale, con le donne assistite dalle ostetriche, i medici intervenivano solo a mettere quattro punti di sutura se la ferita vaginale era irregolare. A volte, se necessario si ricorreva al rivolgimento podalico ed al forcipe,(manualità che oggi, in epoca di sfrenato ricorso al taglio cesareo, farebbero tremare un luminare). per cui le possibilità di apprendere per un giovane erano alquanto limitate. Nello stesso periodo lavoravo anche al nuovo policlinico da poco aperto a Cappella Cangiani, perché agli specializzandi era offerto un contratto e la possibilità di proseguire poi la carriera come assistente.
Anche lì le possibilità di imparare erano quasi nulle ed infatti quasi niente imparai, in compenso guadagnavo un secondo stipendio, che arrotondavo ulteriormente sostituendo i colleghi nei turni notturni, a tal punto che mia moglie, fresca sposa, si lamentava di passare più notti dormendo con la sorella che con il baldo quanto super impegnato marito. A Cava espletavo l’orario di 40 ore settimanali dal sabato pomeriggio al lunedì mattina, per non sottrarre tempo al mio studio privato che cominciava a funzionare a gonfie vele. Venivo adoperato prevalentemente come medico di guardia al pronto soccorso, che in un ospedale di provincia rappresenta una vera e propria trincea, un porto di mare, anzi spesso è mare aperto, esposto a venti procellosi e a devastanti maree. Il battesimo del fuoco avvenne durante l’epidemia di colera che colpì Napoli e la Campania nel 1973.
Ci erano pervenute alcune centinaia di dosi, ma la mattina in cui cominciarono le vaccinazioni la paura aveva contagiato talmente la popolazione che in fila si accalcarono non meno di cinquemila persone, che urlavano e spintonavano. I colleghi erano terrorizzati:”Cosa succederà quando dovremmo dire a questa folla inferocita che non possiamo proseguire?”. Ho rivissuto quella emozione mista a terrore, vedendo di recente alcune scene del film Contagio, nel quale, all’annuncio che a breve si sarebbero interrotte le vaccinazioni per esaurimento del farmaco, centinaia di persone invadono l'ospedale, dandosi ad atti vandalici e prendendosela con i malcapitati sanitari che vengono percossi ed insultati. Quel giorno a Cava non successe nulla del genere, perché mentre tutti erano paralizzati dal terrore, io ordinai alle infermiere di portare tutta l’acqua distillata e le soluzioni fisiologiche che avessero trovato e con quelle vaccinammo svariate migliaia di cittadini tra ringraziamenti e bacia mano. In un piccolo nosocomio quale era quello di Cava de’ Tirreni, dove ho cominciato la mia carriera di medico, i casi gravi, i cosiddetti casatielli, era opportuno dirottarli altrove, nell’interesse dei pazienti, ma soprattutto dei colleghi reperibili, che potevano tranquillamente continuare a fare studio privato o a dormire a secondo dell’ora del ricovero.
Si trattava unicamente di valutare la gravità del paziente e di convincere lui ed i parenti, sempre agitatissimi, che si faceva tutto nel suo esclusivo interesse, che lo avremmo volentieri curato, ma altrove sarebbe stato assistito meglio. Fratture scomposte, addomi acuti e crisi anginose venivano inviate a Salerno, i casi ancora più gravi verso il Cardarelli. I giorni festivi si indirizzavano altrove anche le crisi asmatiche e tutta la patologia chirurgica che andava trattata con urgenza. Quando io ero di guardia i colleghi reperibili delle varie branche potevano stare tranquilli. Molto frequenti erano poi i casi di baldi giovanotti che rimanevano con l’ uccello incastrato nella cerniera dei jeans e dopo alcuni disperati tentativi correvano impauriti in ospedale, spesso accompagnati dalla fidanzata in ansia quanto e più di loro. Bastava allora un colpo netto nel verso contrario all’ apertura ed il batacchio era di nuovo libero, con meraviglia dell’interessato e focosi complimenti da parte delle accompagnatrici per lo scampato pericolo. Un caso eclatante di cui si parlò a lungo fu l’incontro scontro con un delinquente, che aveva da poco, in un alterco, sferrato uno schiaffo ad una vicina di casa lasciandole ad imperitura memoria sul viso la traccia rossastra delle cinque dita.
La sventurata giunse esanime al ospedale e pochi minuti dopo, mentre la stavo soccorrendo, giunse il malvivente che cominciò a minacciare: “Guai a te se fai il referto, ti sparo in bocca”. Uno sguardo alle dimensioni corporee dell’individuo, alquanto modeste, mi diede coraggio e lo invitai ad uscire altrimenti avrei chiamato la polizia. Addirittura lo prendevo in giro: “Ma se io non apro la bocca come fai?”. Non l’avessi mai detto lo scellerato, mentre parlavo telefonicamente col commissariato, cominciò a sferrare calci agli infermieri ed a bestemmiare le divinità delle principali religioni monoteiste. Trascorsi alcuni minuti giunge un agente, poco meno che sessantenne, il quale riconosce il furfante e prendendolo per un braccio cerca di portarlo fuori, ma scivola malamente e cadendo perde l’unico dente sul quale poggiava la dentiera. Il malvivente continuava a sbraitare per cui, aiutato da Michele, un infermiere robusto ed ubbidiente, lo immobilizzai e, sotto la minaccia di un bisturi, lo costrinsi a più miti consigli. Chiamai di nuovo al commissariato chiedendo un intervento più efficace e spiegando che l’agente da loro inviato era stato costretto al ricovero. “Che dite, facciamo subito intervenire delle pantere da Salerno”.
Dieci minuti ed in contemporanea polizia e carabinieri sono sul luogo del misfatto, impacchettano il delinquente e lo conducono in gattabuia. Gli infermieri ed i portantini in coro mi assalgono: “Dottore voi siete un pazzo, Totonno è da poco uscito dopo aver scontato venti anni per un duplice omicidio”. Processo per direttissima, nessuno dei testimoni si presenta ad eccezione del sottoscritto, minacciato senza esito da un fratello dell’imputato, conferma della deposizione e quattro anni di pena, interamente scontati. Il Mattino dedicò nove colonne all’episodio e i colleghi fecero una gigantografia che fu appesa alle pareti del pronto soccorso e per anni, quando sorgeva una controversia con i parenti degli ammalati, pane quotidiano in un pronto soccorso di frontiera privo di drappello, io invitavo prima di continuare la questione a leggere l’articolo e poi eventualmente decidere di continuare: un prodigioso antidoto per qualsiasi diatriba.
Dopo alcuni anni di onorato servizio (anche se praticato solo nel fine settimana) il mio studio privato richiedeva oramai una mia presenza costante anche il sabato e la domenica fino alle cinque, per cui decisi, essendomi iscritto, dopo aver conseguito quella in Ginecologia, ad una seconda specializzazione (in Chirurgia Generale) ed avendone pienamente diritto, di chiedere un’aspettativa senza stipendio per due anni.
L’amministrazione oppose un inspiegabile rifiuto, asserendo che la mia collaborazione era indispensabile; un comportamento ingiustificato che solo dopo anni scoprii, dettato da un’antipatia nei miei confronti da parte del direttore amministrativo, il quale sospettava una tresca tra me e la moglie, tra l’altro brutta ed in trombabile(neologismo creato da Berlusconi per indicare il culone della Merkel). Al diniego non mi scomposi più di tanto e diedi appuntamento a dopo 24 mesi:” Se non volete concedermi un’aspettativa senza stipendio, vuol dire che da domani sarò malato e per guarire ci vorranno due anni!”. Scelsi come patologia l’ipertensione arteriosa e cominciai a spedire regolarmente dei certificati mensili.
Venni convocato più volte da svariate commissioni mediche, alle quali mi presentavo dopo aver assunto, un’ora prima, una o più dosi di Pressamina, un farmaco capace di innalzare pericolosamente la pressione, che risultava regolarmente e di molto superiore ai valori normali. Dichiaravo inoltre di avere vampate di calore, continui svenimenti ed un’ incipiente impotenza. Ricordo che in occasione di uno di questi controlli un membro della commissione bonariamente cercò di convincermi: “Collega ma non pensi di poter riprendere il servizio?”. La mia risposta fu lapidaria:” Si prende lei la responsabilità di affermare che io sono guarito e se poi al pronto soccorso si presenta infortunata la moglie di un camorrista ed io non sono in grado di soccorrerla per una perdita di coscienza?”.
Mi diedero altri tre mesi di prognosi ed oramai dovevo superare solo l'ultimo ostacolo costituito da una commissione provinciale, che se avesse riscontrato che la mia patologia era stata contratta durante il lavoro, mi avrebbe proposto un pensionamento anticipato per causa di servizio, a tal punto che interruppi addirittura l’invio di certificati attestanti la mia infermità All’improvviso il mio nome comparve su tutti i giornali per l'attività che svolgevo privatamente e l'ospedale colse la palla al balzo per licenziarmi in tronco. Avrebbe dovuto invece inviarmi un invito a riprendere il lavoro pena decadenza; non lo fece e questo errore costò alla Asl un miliardo di risarcimento. Credo che per conoscere meglio questa vicenda sia utile rileggere questa intervista del giornalista Goffredo Locatelli, pubblicata dal mensile Albatros (luglio 2002) e ripresa parzialmente nei giorni successivi dai quotidiani Il Portico e Il Mattino Il medico che ha sbancato l’ASL L’azienda ospedaliera lo licenziò e ora gli deve pagare quasi un miliardo. E non è finita… Fu licenziato in tronco nel 1978 mentre era in servizio come ginecologo presso l’ospedale di Cava de’ Tirreni. Motivo: aveva fatto scandalo una sua intervista sull’aborto. Parte da quell’anno una lunghissima controversia giudiziaria per riottenere il posto di lavoro. Che dopo 24 anni, non si è ancora conclusa. Ma c’ è un fatto nuovo.
Due sentenze del Tar e del Consiglio di Stato hanno stabilito la nullità del licenziamento con relativo reintegro nel posto di lavoro e risarcimento del danno. E che danno! L’esborso degli stipendi non goduti per vent’anni con relativi interessi. Il datore di lavoro ha dovuto sborsare poco meno di un miliardo per risarcire il medico, cioè l’ingiusto licenziato. E la vicenda non si è ancora conclusa perché il dottor della Ragione non si accontenta della somma erogata. Vuole ottenere il doppio. Ma vediamo come stanno le cose. Dottor della Ragione a che punto è la sua ultradecennale controversia con l’ ASL Salerno 1? Si è conclusa solo parzialmente, perché dopo 24 anni di liti giudiziarie ed extra giudiziarie mi sono state liquidate le spettanze come dipendente a tempo definito, mentre il mio rapporto di lavoro con l’ospedale di Cava de’ Tirreni era a tempo pieno. E qual è la differenza? Una differenza sostanziosa, nel senso che a fronte di più ore di lavoro corrisponde quasi il doppio dello stipendio. Vogliamo essere più precisi e parlare un po’ di cifre? Certo, il commissario liquidatore dell’USL ha deliberato la somma di 636 milioni e 376mila320 lire per chiudere la mia vicenda, ritenendo così “di evitare ulteriori oneri” (parole testuali del provvedimento) se la stessa fosse proseguita nel tempo.
Di questi soldi, 65 milioni sono stati versati agli enti previdenziali ed i restanti 571 al sottoscritto, il quale ha dovuto pagare 26 milioni di oneri pensionistici e 110 milioni di acconto Irpef, senza contare gli onorari degli avvocati difensori che in oltre 20 anni sono ammontati a circa 50 milioni, tutti rigorosamente senza ricevuta, a fronte dei quali la sentenza mi ha riconosciuto appena 800mila lire per spese legali. Mi restano da pagare ancora altre cospicue quote di Irpef, per cui credo mi resterà molto meno della metà di quanto mi è stato dato. Come si è giunti a queste cifre? Interessi e rivalutazione monetaria hanno inciso per quasi il 70% nel determinare la cifra finale. Ciò significa che questo ritardo, oltre ad aver danneggiato lei che ha dovuto attendere anni, ha danneggiato anche la collettività, cioè tutti noi, facendo spendere centinaia di milioni inutilmente?
Esatto: lo scellerato comportamento dilatorio dell’ASL ha comportato un danno consistente per l’erario e se fossimo un Paese civile ed efficiente, se non la magistratura penale, almeno la Corte dei conti si dovrebbe interessare della vicenda sanzionando severamente i responsabili, colpendoli nel loro portafoglio. E’ contento che tutto si sia concluso? Non si è concluso proprio niente. Mi è stata riconosciuta solo metà delle mie spettanze, per cui ho già instaurato tramite i miei legali un “giudizio di ottemperanza” per recuperare le altre somme che mi spettano di diritto. E non è finita. Anche quando mi saranno riconosciute tali differenze (si tratta di circa mezzo miliardo, oltre ai contributi previdenziali!) resterà da definire la vicenda riguardante gli anni dopo il 1992, a riguardo della quale, a conferma della proverbiale celerità della giustizia italiana, deve ancora celebrarsi il giudizio di primo grado davanti al Tar di Salerno. Esiste pure una seconda controversia? Certo, ma vorrei raccontarle tutto da principio.
Nel 1977 prestavo servizio come ginecologo presso l’ospedale di Cava de Tirreni. Iscrittomi ad una seconda specializzazione in Chirurgia generale ed attraversando un periodo di salute precaria, chiesi all’amministrazione un periodo di congedo senza retribuzione. Ma la risposta fu negativa: premetto che l’allora direttore amministrativo Enrico Violante, che per inciso è da poco ritornato alla sua scrivania di comando dopo una lunga peregrinante odissea, nutriva e nutre tuttora nei miei riguardi un’implacabile quanto ingiustificata antipatia, che tra l’altro ho sempre ricambiato. Si vociferava che fosse becco e che io avessi collaborato a renderlo tale. Il risultato, per l’impegno di studio e di lavoro, fu l’aggravarsi della mia ipertensione, di conseguenza ci furono lunghi periodi di malattia con congedi sempre decisi dalle commissioni mediche, che più volte mi sottoposero a controlli.
Nell’aprile del 1978, mentre in Parlamento si discuteva della legge sull’aborto, concessi al quotidiano La Stampa una intervista choc, nella quale dichiaravo candidamente di aver praticato in due anni 14mila aborti. Sbattuta a nove colonne in prima pagina, la notizia, ripresa con grande risalto da molti quotidiani e televisioni, determinò un'accesa discussione e contribuì non poco all’approvazione in Parlamento di una regolamentazione più moderna della spinosa questione. L’amministrazione dell’Usl, indignata, prese al volo l’occasione per licenziarmi, nonostante fossi ammalato. Seguì l'annullamento del provvedimento prima da parte del Tar e poi del Consiglio di Stato. Non paga, l’Usl imbastì anche un’accusa di truffa davanti al Tribunale di Salerno, procedimento che cadde miseramente e per il quale fui assolto con formula piena. Perché fece quelle dichiarazioni? Per il mio mai sopito spirito libertario per il quale senza paura mi batto da oltre 30 anni, sprezzante delle gravi conseguenze che spesso ho dovuto sopportare. In quella occasione fece seguito un procedimento penale dal quale uscii assolto dopo anni e subii anche un attentato terroristico da parte delle farneticanti squadracce di “Fede e Libertà”, che fecero saltare in aria la mia Jaguar.
Con minacce e intimidazioni, soprattutto provenienti da alto loco, ho oramai imparato a convivere. Come mai nel 1992 lei fu reintegrato nel servizio? Nel 1990 il Consiglio di Stato confermò la sentenza del Tar, per cui l’ ospedale dopo varie tergiversazioni si vide costretto a riassumermi. Risultando io malato per molti anni di ipertensione maligna, quelli dell’ASL richiesero preliminarmente un’approfondita visita fiscale sperando di non dovermi più riammettere in servizio. Invece nel corso della visita i sanitari rimasero meravigliati del mio perfetto stato di salute e ancora più increduli nell’ apprendere che tali condizioni erano la conseguenza di un mio pellegrinaggio a Lourdes.
Così furono costretti a riprendermi in servizio, ma del risarcimento economico dovutomi non se ne vedeva ombra; l’amministrazione accampava le più diverse scuse per non pagare. Nel frattempo misi in atto una sperimentazione riguardante una metodica per indurre l’aborto con farmaci e non con interventi chirurgici, ottenendo un ampio consenso tra le pazienti che cominciarono ad affluire sempre più numerose anche da comuni lontani. Apriti cielo. La reazione fu violenta, dal primario e dal direttore sanitario fino ai politici e agli amministratori. Il risultato fu un nuovo licenziamento avvenuto mentre, colpito da infarto, mi trovavo ricoverato presso il centro di rianimazione del “Loreto mare” di Napoli. Nasce così la nuova controversia che dopo circa 10 anni è ancora all’inizio. Dunque è dal 1992 che lei si è attivato per essere rimborsato? Si, e ho tentato tutte le strade: vari giudizi di ottemperanza che si concludevano con un nulla di fatto perché l’ASL, pure in presenza dell’ intimazione al pagamento, faceva orecchie da mercante. Ed inoltre pure senza risultato fu la nomina di più di un commissario ad acta, che teneva la pratica in mano per qualche anno, fino a quando, incassato l’onorario, non decadeva dall’incarico.
Negli ultimi tempi scoraggiato ma non domo tentai un contatto diretto con l’amministrazione. Macchè, trovai un invalicabile muro di gomma. Mi furono fatte poi alcune sorprendenti proposte, pare dettate da una truffaldina direttiva regionale, di rinunciare ad interessi e rivalutazioni, cioè, nel mio caso ultradecennale, al 70% circa delle spettanze. Trovai indecente una proposta simile, per cui, dopo aver registrato alcune conversazioni telefoniche, ero deciso, confortato dal parere del mio penalista, a presentare denuncia per estorsione. Alla fine desistetti e grazie all’intervento, del tutto disinteressato, di un personaggio galattico sono riuscito anche se parzialmente ad ottenere ciò che per 24 anni mi avevano negato. Può fare il nome di questa persona che l’ha aiutata a sbloccare la vicenda con l’ASL? Si dice il peccato ma non il peccatore, anche se in questo caso si tratta di un merito e di un meritevole; posso precisare però che non si tratta di un politico.
Quale conclusione può trarre oggi dopo tanti anni di ininterrotta battaglia? Dando appuntamento ai figli ed ai nipoti fra qualche decennio per tirare le somme, consiglio a tutti di non cessare mai di lottare per il riconoscimento di un proprio diritto: quanto più irto e difficile è il cammino tanto più bella e gratificante è la vittoria (quando e se arriva)finale.
P.S. – In seguito ho ottenuto il restante risarcimento, ma sono ancora in attesa, dopo soli 33 anni dall’inizio della controversia, del trattamento di fine rapporto, alias liquidazione.

fig. 17 - Ospedale Cava de' Tirreni

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(15^ puntata)  
Una interminabile villeggiatura


Da bambino per anni, da giugno a settembre, utilizzando i treni della Cumana da Montesanto, raggiungevo con mia madre e mio fratello le spiagge di Torregaveta (fig.1) e Lucrino (fig.2). Solo in agosto, quando mio padre andava in licenza, facevamo un viaggio visitando le più belle città d’Italia. Per raccontare quel periodo vi ripropongo due miei articoli.
Baia

fig. 1 - Achille a Torregaveta

 
fig. 2 - Achille a Lucrino

Come era bello il Lido Napoli

Sono ritornato dopo oltre mezzo secolo al Lido Napoli, quanta nostalgia di tempi felici, quando raggiungevo il mare con la Cumana da Montesanto con mia madre e mio fratello Carlo ogni giorno dalle 10 alle 17 ed erano gioco, mare e sole senza sorta di interruzione, ad eccezione di un pasto frugale consumato all’ombra della cabina, che tenevamo fittata dal 15 giugno al 15 settembre.
Mia madre preparava delle irripetibili frittate di maccheroni e dei panzarotti da schianto, innaffiati da Coca Cola e gassosa a volontà. Mio padre non amava il mare, bensì il lavoro(erano altri tempi, che mai più torneranno); trascorreva tutto il giorno in ufficio alla sede centrale del Banco di Napoli di via Toledo, dove era direttore della sezione di credito industriale e la sera verso le 19, ben oltre il consueto orario di lavoro, ritornava a piedi a casa(abitavamo in via Salvator Rosa) per cenare tutti assieme.
Ricordo che il mare alcuni giorni era già sporco come oggi, perché alla rada sostavano delle petroliere, che ogni tanto lavavano le cisterne, per cui a riva giungevano macchie di nafta da far impallidire la odierna schiuma di detersivi non biodegradabili tanto di moda oggi. In genere però l’acqua era limpida e fare il bagno una gioia immensa, alternata a fabbricare castelli di sabbia e pescare telline.
Le tracine erano molto diffuse e calpestarne una era un’esperienza imbarazzante, perché dotate di aculei pungenti, attraverso i quali diffondevano un veleno che procurava per ore dolori lancinanti.
A 800 metri dalla riva esisteva una torre, detta di Pulcinella. I più grandi la raggiungevano a nuoto, in gare settimanali, nelle quali eccelleva mio fratello Carlo, valente nuotatore ed il compianto Federico Ricciardi, detto Rirì,  a differenza di Elio Fusco e Guglielmo Benigno, costantemente ultimi.
Io mi divertivo a giocare a bocce, ero praticamente imbattibile, da quando undicenne vinsi la prima coppa Ceceniello.
Alcune ore le occupavo a raccogliere bottiglie vuote di vetro, per le quali si pagava un deposito di 10 lire. Ne raccoglievo tante da ricavare 300 – 400 lire al giorno, in un periodo in cui la raccolta differenziata era di là da venire; più o meno come oggi.
Ricordo le selezioni per il concorso Ondina Sport Sud e la volta che vinse Ornella Peroni, una nostra amica che portammo al successo con un tifo da stadio.
All’epoca, siamo negli anni Cinquanta, vi erano tre fermate del treno, in corrispondenza di vari ingressi, dei quali persiste oggi un solo scheletro della struttura in cemento armato, che incute profonda tristezza. Ma la vera differenza sta nelle cabine, centinaia e centinaia, nelle quali si depositavano costumi e secchielli, oggi completamente scomparse, sostituite da anonimi spogliatoi.
I treni passavano regolarmente ogni 15 minuti, oggi sono una presenza sporadica, tutti massacrati dalle insulse scritte dei writers, da tempo un flagello ubiquitario.
I bagnini erano tanti, ma anche oggi sono numerosi, giovani, aitanti e con una canottiera rossa per distinguerli a distanza.
La vera differenza è costituita nello stabilimento attuale da una spettacolare piscina, che permette di fare il bagno anche quando il mare è poco invitante.
Concludiamo questo tuffo tra passato e presente con una considerazione sui frequentatori: una volta la migliore borghesia napoletana, che ignorava cosa fosse la villeggiatura, oggi un pubblico che la brama, ma non può permettersela, molti volti patibolari, ma tutto sommato brava gente.

Villa imperiale

Come era bella Villa Beck

Parlare di uno stabilimento balneare del passato con una punta di malinconia può sembrare fuori luogo in un momento storico per Napoli caratterizzato da una vera e propria Caporetto sul fronte della balneazione, dalla  mappatella beach di via Caracciolo alla spiaggia di Coroglio, trasudante in egual misura di amianto e monnezza, mentre l’acqua dove immergersi varia tra il giallo ed il marrone, a cui si aggiunge in superficie una schiuma non biodegradabile accompagnata da bottiglie di plastica di marche italiane ed estere.
Eppure pochi decenni fa la situazione era ben diversa e la villeggiatura inutile anche per le famiglie benestanti che potevano tranquillamente bagnarsi a pochi passi di casa.
Ma torniamo a Villa Beck, oggi Villa Imperiale e spostiamoci indietro ai primi anni Sessanta quando la frequentavo “dal mare”, tuffandomi dagli scogli di Marechiaro e raggiungendola con vigorose bracciate.  Una abitudine virtuosa che negli anni successivi mi permise di diventare affezionato cliente, a luglio ed agosto, della celeberrima Canzone del mare di Capri, partendo dalla scogliera di Marina piccola.
All’epoca Villa Beck era affollata dal fior fiore della gioventù bene di Posillipo e via dei Mille, si potevano ammirare le più belle ragazze della città, assiepate sugli scogli in posizioni strategiche sin dalle prime ore del mattino, a mostrare grazie naturali nascoste gli altri mesi dell’anno. E non vi erano trucchi, la chirurgia estetica era di là da venire, per cui se il seno era procace ci si poteva fidare. Si stringevano amicizie ed il tempo trascorreva veloce, tra un bagno di sole ed uno nelle acque ancora fresche e limpide, nelle quali si potevano distinguere le sagome sfuggenti di pesci di varie dimensioni.
Ho cercato di fare qualche ricerca storica sulla nascita dello stabilimento e se funzionasse durante il Ventennio, ma ho incontrato grosse difficoltà, pur interrogando le mie zie nonagenarie Giuseppina, Elena e Adele, frequentatrici negli anni Trenta del limitrofo Lido Marechiaro. Mi hanno assicurato che sugli scogli posti dopo la Casa degli spiriti non hanno mai visto anima viva e neppure i fantasmi che secondo la leggenda presidiano i luoghi da 2000 anni.
L’origine del nome potrebbe derivare da Villa Bechi, citata in un testo ottocentesco da Alvino o da due non ben identificate sorelle Beck, forse di origine teutonica, proprietarie dei terreni a monte della scogliera nei primi anni del Novecento. Invito chi ne sapesse di più a contattarmi.
E veniamo ai nostri giorni: oggi il nome è cambiato in  Villa Imperiale ed è diventato, grazie alla famiglia Varriale, che lo amministra da quasi 25 anni, il lido più caro e più accogliente della città. Da tempo è sorta una accogliente piscina per placare le ansie natatorie di coloro che non si fidano delle oscure acque marine e l’età media dei frequentatori è salita di mezzo secolo. Sui lettini posti ad un passo dalle onde troneggiano antiche matrone dalla voce altisonante, che si raccontano vicendevolmente a tutte le ore pettegolezzi di vario genere, pochi i bambini impegnati a  trastullarsi in piscina, completamente scomparsa la generazione intermedia, quella dai venti ai cinquanta anni.
L’attrazione maggiore è costituita dal bar ristorante, a picco sul mare, dove si svolgono eventi e ricevimenti da favola, costituendo una location ambita per sponsali, comunioni e genetliaci.
Tutti lo conoscono, almeno di fama, una ristretta elitè può frequentarlo in tempi di crisi economica ed è un vero peccato. 

Palazzo degli spiriti


Dopo il matrimonio, con moglie e figli a carico, ho cominciato a frequentare Capri ed Ischia. Nel frattempo ero diventato miliardario, per cui alloggiavo in dimore principesche. Nel 1977 fittai la più bella villa di Capri, oggi di Rocco Barocco, di fronte ai Faraglioni, 12 camere da letto, 7000 metri di giardino, una piscina alimentata da acqua marina. Ospitai una ventina di parenti, che la sera sfamavo grazie ad un furgone di cibarie inviato dal celebre ristorante Scialapopolo.
Gli anni successivi mi arrangiai in una villa sul mare a Forio d’Ischia, fino a quando, nel 1983, acquistai una casa a Capri in via delle Botteghe, a pochi passi dalla piazzetta ed una sfarzosa villa ad Ischia (fig.3), dotata della più bella piscina termale dell’isola (fig.4–5–6–7), e della più bella camera da letto (fig. 8). Alla villa il mensile Casa Mia dedicò la copertina (fig. 9) con il salotto ed un servizio di 12 pagine.
Per circa 30 anni mi sono alternato tra queste 2 dimore, salvo una puntata a Saint Tropez a metà agosto per contentare la mia diletta moglie Elvira..

fig. 3 - Villa della Ragione ad Ischia

fig. 4 - Leonardo in piscina
fig. 5 - Matteo nella piscina dei nonni a Ischia
fig. 6 - Un tuffo olimpionico con Elettra
fig. 7 - Marina da bambina nel giardino di Ischia
fig. 8 - Camera da letto
fig. 9 - Copertina Casa Mia novembre 1997

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(16^ puntata)  
Il Carnevale della…Ragione


01 - Napoli notte 3 marzo 1993


Gran veglione di Carnevale l’altra sera nella splendida villa di Posillipo di Elvira ed Achille della Ragione (fig.1-2)
Oltre 100 invitati: maschere alcune splendide, altre originali. La serata è cominciata con uno spettacolo di cabaret tenuto nel vasto salone della villa dal famoso comico Gennarino Marrone, il quale ha intrattenuto per circa un’ora gli ospiti con una serie di barzellette, gag e filastrocche terminate in un crescendo di applausi e risate.
E’ poi partita la festa. Tutti gli ospiti giù nella discoteca a ballare sotto la guida dell’equipe degli animatori capitanata da Roberta fornita dalla ditta “Frini e Lani”.
Cotillons e giochi di società si sono protratti fino all’esaurimento di forze dei partecipanti per circa due ore. La gara più divertente della serata è stata quella della fune che ha visto partecipare due squadre agguerrite capitanate da Tonino Cirino Pomicino (fig.3) e da Angelo Gava. Nei balli sfrenati sfrenati si è distinta particolarmente la signora Zigante, che ha tenuto teste nelle lambade ai numerosi aitanti principi azzurri. Tra le scollature più osè netta vincitrice Anna Maria Panada che espone delle “mammere” di epoca ma ancora validissime (fig.4), seguite a distanza da Paola Vergona, Giovanna Brunetti e buon ultima da Maria Antonietta Jacovella, distanziata di circa 300cc.


02 - I padroni di casa
03 - Tonino Cirino Pomicino
04 - Panada miss zizze

Nella folla delle maschere erano presenti due poliziotti con divisa originale: Enzo Iodice e Stefano Rando (fig.5), la cui presenza ha seminato il panico tra gli ospiti in odore di avviso di garanzia. Si è poi proceduto alla tradizionale sfilata delle maschere con una competente giuria , nella quale l’esperienza di Gino Spinosa era surrogata dalla incorruttibile presidenza di Marina della Ragione.
Vincitrice del premio per la coppia più bella è stata l’accoppiata vincente costituita da Paola e Luciano Vergona (fig.6), in splendidi abiti veneziani di inestimabile valore (si richiede un’indagine fiscale), mentre la vittoria per la maschera singola è stata facile appannaggio per la padrona di casa Elvira della Ragione (fig.7), scollatissima, in abiti da gran can (il marito non ha esercitato alcuna pressione sulla giuria: è stata un’acclamazione).

05 - Enzo Iodice e Stefano Rando
06 - Coniugi Vergona (2)
07 - Elvira con i Pomicino

Molto belle anche le maschere di Vittoria e Mario Speranza (fig.8) (tarantella napoletana), di Nicola Scarpa in abiti da sultano con la splendida Mena, bonissima quam qui maxime, un’odalisca perfetta e trasparentissima e del filosofo Gino Marra in abito da imperatore romano con la sua maliziosa Cleopatra.
Un Komeini assatanato era Elio Rocco Fusco con un’amante di eccezione coperta dallo chador Amina (fig.9). Modesti per risparmiare gli abiti che indossavano i fratelli Tarallo con le loro mogli e la coppia Letticino che aveva riciclato una maschera già vista in altre feste.
Il premio per la migliore parrucca bianca, assegnato a Romolo Iacovella (fig.10) è stato ritirato dalla giuria perchè i capelli erano i suoi. Il famoso chirurgo Manlio Di Pietro e gentile signora non hanno potuto partecipare per un trapianto urgente. Le maschere più economiche “Rambo e suora sexy” alias Gaetano De Masellis e signora, 30.000 lire in tutto al mercatino di resina incluse le giarrettiere.
Antonio Brunetti (fig.11) era impeccabile, ma nessuno lo ha capito. Bellissime erano le maschere di Tiziana e Gian Filippo della Ragione, ma di ritorno dal night, hanno trovato la festa quasi conclusa.
Rideva (si sa il riso alberga sul viso degli stolti) fino a scompisciarsi Corrado Tagliafierro (fig.12), travestito con la gentile consorte da prete e damigella.


08 - Coniugi Speranza
09 - Elio ed Amina
010 - Coniugi Iacovella
011 - Coniugi Brunetti
012 - Coniugi Tagliaferro

L’Italia allo sfascio era rappresentata dal giudice Ciro Liberti, la brutta copia di Di Pietro. Due perfetti ufficiali erano Gennaro de Notaris e Santi Corsaro (fig.13), tanto brutti loro quanto incantevoli le loro signore. Maria e Carlo della Ragione: vedova allegra e negro selvaggio (fig.14) non hanno partecipato alla gara per decenza. Marina Peroni era una bellissima dama dell’Ottocento, sfigurava per il partner di una bruttezza da encomio, stessa sorte per la sorella Ornella, tanto bella lei tanto brutto e rozzo il marito.
Le gerarchie ecclesiastiche erano rappresentate da preti, il padrone di casa, cardinali Carlo Castrogiovanni, inavvicinabile per il puzzo ed Alberto Caciolli, inavvicinabile per l’alito, suore, la signora De Masellis (fig.15), avvicinabilissima per le cosce ben esposte.
Il premio per la maschera più brutta è stato assegnato ad Antonella e Lucio Imparato: lei era una dama vestita da nano, lui era un nano vestito da punk, che sembrava uno scemo, dopo uno spareggio con la coppia negra dei Capuozzo (fig.16).

013 - Coniugi Corsaro

014 - Carlo e Maria
015 -Una suora arrapante
016 - Maria Teresa e Genny coi Capuozzo

L’unica coppia non in maschera era costituita da Agata Leccisi e consorte, anche loro hanno fatto la loro figura…, anche se lasciava l’odore.
Tra gli assenti dell’ultimo momento ricordiamo, colpiti da influenza Gino Langella con la sua ultima fiamma Sandra e Marina Ripa di Meana, allettata questa volta da malattia. Non intervenuti anche Francesco e Luigina Galano per mancanza di soldi per il fitto dell’abito ed Angelo Russo, incerto se intervenire con la moglie o con l’amante.
Gli ospiti dopo essersi distinti nell’abbuffamento con dolci ed affini, alle due, si sono scatenati all’arrivo delle lasagne e si è assistito a scene invereconde: l’equipe dei camerieri dello Sri Lanka capitanata da Rosy assistita in prima linea da Summit e Ranji è rimasta allibita. Si sono particolarmente distinti Jenny Santopaolo, Giuliano e Nicola Pignalosa, che hanno mangiato per sé e per gli altri.
La festa è terminata alle prime luci dell’alba con un arrivederci (fig.17–18). Si replica l’anno prossimo stesso giorno e stessa ora, stessa voglia di divertirsi e di trasgredire (fig. 19–20), soprattutto Achille che bacia tutte le signore più bone.

016 - Maria Teresa e Genny coi Capuozzo
018 -  In discoteca
019 - Achille e Maria Pia
020 - Achille e Maria Vittoria

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(17^ puntata)  
Maschere e lustrini a volontà


01 - Famiglia della Ragione
02 - Napolinotte 24 febbraio 1994

Grande festa nella villa di Elvira ed Achille della Ragione
Napolinotte 17-24 febbraio 1994


Anche quest’anno, come da tempo immemorabile, la celebrazione del Carnevale è stata santificata nella splendida villa di Posillipo di Elvira ed Achille della Ragione, numi tutelari del rito (fig.1) e riportata sui principali giornali (fig.2).
La voglia di trasgressione, di mascherarsi, di divertirsi, di dimenticare per una serata le preoccupazioni quotidiane ha permeato gli oltre 100 ospiti, che, mai come questa volta, alla faccia della crisi economica, hanno sfoggiato costumi sempre più belli ed originali. A Napoli, come a Venezia, famosa per le sue maschere, il Carnevale 1994 si è svolto in tono minore, come se tutti volessero far travestire solo i bambini, trasferendo inconsciamente su di loro la propria voglia di divertimento e di trasmutazione. Nella discoteca un D.J. d’eccezione Gian Filippo della Ragione in abiti da motocross (fig.3) ha assistito musicalmente… il gruppo di giovanissimi scatenati capitanati da Tiziana della Ragione (fig.4); ai piani superiori invece si sono accalcati i “matusa” guidati dal più “vecchio” Tonino C.P. detto l’innominabile, che hanno fatto cerchio intorno a Tony Sigillo (fig.5), che da bravo entertainer ha divertito ed entusiasmato gli ospiti fino alle prime luci dell’alba.

03 - Gian Filippo
04 - Tiziana, una strega adorabile
05 - Achille con Tony Sigillo
06 - Enzo Grande e signora
07 - Gino e Sandra
08 - Coniugi Scarpa

Prima delle danze i partecipanti sono stati rifocillati e messi in gran forma da lasagne, pasta e fagioli, scervellatine, dolci, vini offerti da Enzo Grande (fig.6) ed affini! Preparati e serviti con maestria dall’equipe di camerieri di Sri Lanka guidati dalla veterana Rosy, spalleggiata da Sanesch e Sanda e, nei servizi più spericolati, dal fido Summit. I premi per le migliori per le migliori maschere sono stati assegnati come segue: la più bella a Gino Langella e consorte (fig.7), la elegantissima Sandra, dopo un agguerrito spareggio con la coppia Scarpa (fig.8), sulla quale ha prevalso nonostante la bellezza sfolgorante della scollatissima Mena. La più originale, inaspettatamente, assegnata, per acclamazione, agli Angarano, simboleggianti la forza del dollaro in maniera superba (fig.9). La più sobria al chirurgo Camillo D’Antonio, in abiti da grande ufficiale con la splendida e piumata signora (fig.10). La più economica alle due coppie di carcerati Ada ed Eduardo Oreste e Virginia ed Attilio (fig.11), che se la sono cavata in quattro con una spesa di 100.000 lire al mercatino di Resina. Per la più brutta vi è stato un lungo spareggio tra le coppie  De Bellis(fig. 12), Dracula e  signora, Tarallo (fig.13), prete e damigella,Chianca (fig.14) e Carbone. Alla fine la palma è stata assegnata ex equo alle ultime due coppie. Una menzione onorevole è stata attribuita per incoraggiamento alla coppia Letticino (fig.16), che, nonostante la proverbiale avarizia, ha scelto di mascherarsi da nobili veneziani. Le coppie Cicalese (fig.17)  Caciolli (fig.18) e Tarallo junior (fig.19), sono menzionate solo per il fatto che il parcheggiatore abusivo Carmine detto “panz’ ‘e vierm” le sta ancora inseguendo per avere le 5000 lire del parcheggio. Achille, vestito da marajà ed Elvira, odalisca affascinante e sexy erano fuori concorso in quanto padroni di casa!


09 - Coniugi  Angarano
010 - Coniugi D'Antonio
011 - Evasi
012 - Coniugi De Bellis
013 - Coniugi Tarallo
014 - Coniugi Chianca
015 - Coniugi Carbone

Quest’anno una importante novità: la partecipazione di un nutrito gruppo di giovanissimi guidati da Marina (fig.20), una splendida bellezza (tutta il padre) e Tiziana della Ragione, una strega adorabile. Le maschere più belle erano quelle di Samuele ed Ilaria, vescovo e matrona romana, Valeria Petito, tigre ferocissima, Alessandro Nicolella, militare e Clemente Marocco, pirata, Francesca Busciè, adorabile cappuccetto rosso, Alessia Garofano topolino graziosissimo e malizioso ed infine Mara, bella piratessa.
Francesco Guglielmi ed i suoi amici sono stati allontanati dal servizio d’ordine perchè non mascherati.
Quest’anno il premio per la migliore scollatura non è stato assegnato perchè l’unica partecipante era la dotatissima Mena; mancavano Anna Maria Panada, ammalata, vincitrice dell’anno scorso, detta “capa ‘e creatura” e le altre maggiorate Paola Vergona e Maria Antonietta Iacovella.
Segnaliamo altre maschere che avrebbero però meritato un premio: Carlo della Ragione, in abiti di beatitudine, la coppia costituita dal neo primario Antonio Gallo, diavolo con le corna e Antonella angelo molto dolce ed invitante (fig.21), in una sconvolgente composizione di angeli e demoni, Amalia ed Enzo Grande, clowns spiritosissimi, Nicola, bonario babbo natale con la moglie Giovanna, bonissima vedova allegra (fig.22), Maria della Ragione, un suonabilissimo pianoforte, il figlio Mario (fig.23), uno scozzese birichino(mostrava da sotto al kilt alle allibite signore…l’oscuro oggetto del desiderio), Carlo Castrogiovanni, unico arrapatissimo single, in abiti danteschi (fig.24) recitava senza successo versi delle sue opere alle signore più appetibili, Tonino l’innominato ed Anna Maria due arabi doc, Jenni Santopaolo, un incorruttibile giudice Di Pietro e Maria Teresa , annessa carcerata. Ed inoltre Elio Fusco, in sfruttatissimi abiti da vescovo già indossati negli anni Sessanta ed Amina, pipistrello dalle lunghe… coscie, Pinuccio e Donatella, pulcinella ed arlecchino, con maschere procurate sul filo di lana, Franco Lama, gentiluomo del ‘700 ed Annamaria Iannicelli in abiti adorabili, impeccabili invece Santi Corsaro, grand’ufficiale e signora, al contrario dei loro cognati strazianti guerrieri romani.
Brillavano per la loro assenza il ginecologo Franco Galano, a causa di guai giudiziari e familiari, il “mammano” Giovannini, che da buon perbenista non voleva contatti corrotti, il complessato filosofo politicante Gino Marra ed il rampante dentista delle dive Elio Bava.
I padroni di casa si sono rammaricati per il mancato intervento dei genitori di Mara e Samuele, bloccati da una improvvisa rottura di abito, della gentilissima coppia Capuano, sperdutasi per via Manzoni e di Paola e Luciano Vergona, impossibilitati a difendere il titolo del ’93 per un imprevedibile qui pro quo. Concludiamo in bellezza con le coppie Angrisani – della Ragione (fig.25), mentre l’indimenticabile Angelo Russo tenta con una collega bonissima (fig. 26) di arrestare il padrone di casa.
Alle quattro la stanchezza è prevalsa, un saluto ad Elvira ed Achille con la volontà di rivedersi l’anno prossimo con la stessa voglia di divertirsi e di trasgredire e sempre più in maschera, mentre attorno tutto il resto è silenzio!
016 - Coniugi Letticino
017 - Coniugi Cicalese
018 - Coniugi Caciolli
019 - Che bocchino
020 - Marina con la strega Tiziana

021 - Angeli e demoni
022 - Coniugi Pignalosa
023 - Madre e figlio
024 - Il poeta Carlo Castrogiovanni

025 - Doppia coppia
026 - Angelo Russo e  bonazza

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(18^ puntata)
Achille scrittore e giornalista

tav. 1 - Libertà universitaria


Se consultiamo l’Opac sbn, il catalogo dei libri conservati nelle biblioteche italiane e tra gli autori digitiamo Achille della Ragione troviamo 94 citazioni; di queste un certo numero si riferisce ad edizioni diverse dello stesso titolo, in ogni caso i libri da lui scritti sono circa 80, il primo nel 1978, l’ultimo quello che state leggendo.
Se vogliamo vedere le copertine basta consultare il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/scritti.htm
Se vogliamo consultarli ed eventualmente stamparli gratuitamente vi è il link
http://www.achilledellaragione.it/
Se vogliamo viceversa leggere qualcuno dei suoi 1500 articoli consultiamo il link
http://achillecontedilavian.blogspot.it/
In campo giornalistico il debutto è a 16 anni quando pubblica e vende per strada, aiutato da improvvisati strilloni, il mensile “Il clacson”, che si interessa di problemi legati al traffico, proponendo rivoluzionarie soluzioni.
A 19 anni ha fondato e diretto per due anni il mensile studentesco "Libertà Universitaria"(fig. 1), che grazie ad un’idea geniale ha contato su migliaia di abbonati. Achille faceva distribuire dalle segreterie delle facoltà il bollettino per l’abbonamento assieme a quelli per le tasse universitarie, per cui molti pagavano incautamente.
Ha curato per anni ogni venerdì la pagina culturale de Il Roma ed ha scritto su numerose riviste di svariati argomenti:
Su "Casa mia" l'articolo di cultura su Napoli e le sue tradizioni.
Su "Scena illustrata" Saggi di storia.
Sul "Cerchio" articoli sociologici
Una sua specialità sono state (a partire dai 13 anni) e lo sono ancora oggi, le lettere al direttore, che  ha raccolto in due libri, di cui vi proponiamo prefazione e introduzione
tav. 2 - Copertina Lettere al direttore

LETTERE AL DIRETTORE UN GENERE LETTERARIO

300 lettere sulle quali meditare (fig. 2)
       
Prefazione
Questa raccolta di lettere al direttore segue a distanza di 10 anni l’uscita del libro Le ragioni di della Ragione (consultabile su internet), che raccoglieva una cinquantina di lettere ed una trentina articoli e relazioni congressuali.
Questa volta ho deciso di proporre soltanto lettere, circa trecento, inviate a quotidiani e riviste nel periodo tra il 2005 ed il 2015. Per non affaticare il lettore ho deciso di fornirgli una bussola, contrassegnando con un asterisco quelle da me ritenute più interessanti e con due quelle assolutamente imperdibili.
Alcuni argomenti, quali la spazzatura, l’aborto ed il regime penitenziario, sono più approfonditi, frutto di una scelta assolutamente personale, come pure Napoli e le sue problematiche sono state da sempre oggetto della mia attenzione, il che si riscontra dal numero di lettere che trattano questa tematica.
Il titolo della lettera è quello assegnato dal giornale, quasi sempre diverso da quello dell’autore, molto più efficace. Tale perversa abitudine non permette di seguire in rete il destino della missiva, per cui sfugge la pubblicazione su numerosi giornali, meno diffusi e non altrimenti controllabili, perché in vendita solo in ristrette aree geografiche.
Dedico questa mia fatica letteraria ad Attila, il mio prode rottweiler, compagno di vita, nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte; non sa leggere un libro, ma sa leggere, meglio di chiunque altro nell’animo umano.
Credo di aver detto tutto, per cui non mi resta che augurare a tutti voi buona lettura

Achille della Ragione
Napoli 20 giugno 2015
La rubrica delle lettere ai giornali è da sempre uno spazio di democrazia ed una palestra di idee e proposte che i lettori, attraverso le pagine del quotidiano o settimanale preferito, pongono all’attenzione generale.
Le nuove tecnologie hanno reso più semplice questo contatto, non ci vuole più il francobollo, basta un clic ed il travaso di pensiero è assicurato, permettendo ad un fiume di denunzie, confessioni e frammenti di vita vissuta di affluire in redazione, mescolando intimità ed esibizionismo, intelligenza e mediocrità e formando un’isola privilegiata dove si esprime l’identità di un giornale. Alcune testate come Libero o Il Giornale dedicano ogni giorno due pagine ai pareri dei propri lettori, mentre alcune celebri rubriche sono sulla breccia da decenni, come lo Specchio dei tempi, pubblicato ininterrottamente su La Stampa dal 1955 o la Stanza del Corriere della Sera, resa leggendaria da Indro Montanelli e proseguita poi brillantemente da Paolo Mieli ed oggi da Sergio Romano.
Ricordiamo inoltre l’Editoriale dei lettori, uno spazio cospicuo che ogni giorno La Stampa concede alla migliore lettera. Per le questioni sentimentali, mitici sono stati i consigli di Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli o di Susanna Agnelli, che dalle pagine di Oggi, ha indirizzato migliaia di lettrici nei meandri di una società che cambiava radicalmente stili di vita e valori. Natalia Aspesi sul Venerdì di La Repubblica prosegue un genere letterario che non conosce pause, mentre cultura, politica e costume sono il terreno preferito da Corrado Augias, Michele Serra, Beppe Severgnini e Roberto Gervaso.
Gli aficionados di queste rubriche si dividono in due distinte categorie: gli occasionali ed i patiti. I più scrivono una sola volta nella vita, sotto la spinta di un episodio che li ha colpiti in maniera particolare, gli altri, gli habitues, rappresentano un fiume in piena di proposte, invettive, proclami, inviati con frequenza quasi quotidiana.
Vi è la ragionevole speranza, ponendo una questione all’attenzione dell’opinione pubblica, che questa trovi una soluzione? La mia personale esperienza indurrebbe al pessimismo. Sono forse il più fertile tra questi maniaci della scrittura, avendo contratto la passione – malattia in età pediatrica:la mia prima lettera, sui matrimoni internazionali, pubblicata dal mensile Quattrosoldi risale infatti al 1960; l’argomento di stringente attualità è rimasto inevaso, al punto che a distanza di oltre 50 anni ho potuto proporre la medesima missiva, vedendola in evidenza su numerose testate!
Ho pubblicato più di mille lettere, alcune simultaneamente su svariati giornali (per chi volesse leggerne qualcuna ne ho raccolto un centinaio in un libro: Le ragioni di della Ragione consultabile su internet) e posso affermare che le volte in cui la proposta avanzata si è realizzata si possono contare sul palmo di una, al massimo due mani.
Di recente ho visto, dopo una mia lettera, pubblicata sul Corriere della Sera e da molti altri quotidiani, sulla truffa perpetrata all’Inps dalle badanti, che sposano il proprio datore di lavoro ottuagenario per poter godere della pensione di reversibilità, la norma accolta a tempo di record nell’ultima finanziaria, grazie ad un onorevole, il quale gentilmente mi ha fatto esaminare preventivamente la sua bozza di legge. Ma grande fu la soddisfazione quando una decina di anni orsono riuscii a far uscire dal carcere un mio cameriere, ingiustamente recluso (è stato poi assolto con formula piena) e sottoposto, per quanto malato di tumore, alle angherie dei suoi 15 compagni di cella (alloggiavano in 16 in una cella di pochi metri quadrati nell’inferno di Poggioreale).
A fronte di questi pochi successi da anni attendo, nonostante sia tornato ripetutamente sull’argomento, che Napoli dedichi una strada ad Achille Lauro o che gli intellettuali capiscano la corretta dizione di Borbone e non Borboni.
Mi sono dilungato oltre misura, una regola ferrea da rispettare per le lettere al direttore e quindi concludo: ”Verba volant, scripta manent”

Achille della Ragione
tav. 3 - Seno nell'arte

tav. 4 - Ischia sacra

tav. 5 - Achille Lauro superstar

tav. 6 - Presentazione libro su Lauro a Montecitorio

tav. 7 - Bibbia dell'amore
Tra libri di vario argomento segnaliamo una carrellata tra serio e faceto con i seni più belli di tutti i tempi immortalati dagli artisti (fig.3), un’indagine sulle chiese di Ischia (fig. 4), una rivisitazione storica del mito di Achille Lauro (fig.5), che venne presentato anche a Montecitorio (fig.6), una Bibbia dell’amore (fig.7), scritta con la figlia prediletta Marina, con presentazione consultabile al link
https://www.youtube.com/watch?v=3IHFyX6WcK8
Infine un’inchiesta rigorosa ed in anticipo sui tempi del disastro rifiuti in Campania (fig.8), dalla quale Saviano ha copiato interni brani per il suo Gomorra.
tav. 7 - Bibbia dell'amore
tav. 9  -Secolo d'oro

Tra i libri d’arte spicca “Il secolo d’oro della pittura napoletana” (fig. 9), un’opera in dieci tomi sul nostro glorioso Seicento,  oltre ad una serie infinita di monografie su importanti collezioni private di dipinti e su alcuni artisti (Pacecco De Rosa, Giuseppe Marullo ed Aniello Falcone e tanti altri) che attendevano da tempo una degna consacrazione.
Veri e propri best seller sono la serie di volumi dedicati ai Napoletani da ricordare, in particolare il I tomo (fig.10) con una inedita foto del seno della Loren e quella dedicata alla Napoletanità (fig.11) della quale mostriamo la presentazione di Roma a Palazzo Odescalchi digitando il link
https://www.youtube.com/watch?v=MSr37Cp0sSs 
tav. 10 Napoletani da ricordare
tav. 11 - Napoletanità

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(19^ puntata)
Problemi di salute

fig. 1 - Attilio Maseri

Dopo aver superato agevolmente le malattie esantematiche, ho cominciato ad avere problemi respiratori intorno ai 15 anni, asma bronchiale su base allergica ed un raffreddore costante. Attraverso 2 interventi: resezione sottomucosa del setto nasale e  turbinectomia bilaterale, eseguiti a 18 anni, il primo alla Mediterranea, il secondo alla clinica Posillipo ho risolto parzialmente il problema, scomparso completamente dopo la somministrazione di un vaccino contro la parietaria, preparato a Firenze.
In seguito, ad eccezione di due coliche renali, a distanza di 10 anni  l’una dall’altra, ho goduto di una salute invidiabile fino al 1994, quando, mentre ero impegnato in un torneo di scacchi, che si svolgeva nella stazione marittima, mi si annebbiò la vista all’improvviso. Chiesi aiuto al mio amico Corrado Ficco, medico e scacchista, il quale mi disse: “Andiamo subito in ospedale, non vi è tempo da perdere”. Ci recammo al Loreto mare dove mi fecero un elettrocardiogramma, che risultò negativo.”Potete tornare a casa”, mi dissero, per fortuna ascoltai il parere di Corrado.
Mentre l’amico si recava all’uscita del teatro Augusteo ad avvertire mia moglie Elvira di ciò che era successo, mi misero in una stanza da solo e mi collegarono ad un apparecchio che misurava numerosi parametri, dalla frequenza cardiaca alla pressione arteriosa. Dopo circa un'ora lo strumento sembrava impazzito: suonava incessantemente e si accendevano tante luci, mentre l'elettrocardiogramma evidenziava un infarto interessante il ventricolo sinistro. In pochi minuti mi fu somministrato un cocktail di farmaci che provoca la trombolisi. Questa provvidenziale terapia mi salvò la vita.
Dopo poco si presentò al mio capezzale un sacerdote, per la pratica dell'estrema unzione; in tal caso mi sarei dovuto confessare. Lo allontanai senza malizia, dicendogli: "Padre i miei peccati sono infiniti, ci vorrebbero ore per confessarli tutti, ora non c'è il tempo sufficiente".
In nottata fui trasferito nel centro di rianimazione. tante stanzette a quattro posti dove ogni giorno cambiavo la metà dei compagni di sventura, perché passavano a miglior vita. Attraverso un vetro i miei familiari potevano guardarmi dal di fuori dieci minuti al mattino e dieci minuti di pomeriggio. Con mia moglie Elvira attraverso gli occhi ci scambiavamo infinite sensazioni ed emozioni. Per fortuna era permesso ai medici di entrare nella stanza e ricordo ancora le visite degli amici e colleghi: Gino Langella ed Angelo Russo.
Dopo cinque giorni, poiché mi ostinavo a vivere, mi feci trasferire nell'unità coronarica della clinica privata Malzoni di Montevergine, dove potevo in una mia camera ricevere visite di parenti e amici e trascorrere la notte in compagnia.
Per non affaticare eccessivamente mia moglie Elvira e per non sottrarla alla vicinanza dei miei figlioli, passai alternativamente le ore notturne con Carlo Castrogiovanni e Genny Santopaolo.
Cominciò poi una serie di accertamenti, culminati in una coronarografia eseguita da una equipe francese, che veniva in Italia ogni mese. L’esito fu preoccupante ed ancor di più il parere dei cardiochirurghi consultati, prima Cotrufo a Napoli, poi Nevet a Parigi ed infine Cooley a Houston. Tutti concordi nel dirmi:” Caro collega hai il 50% di probabilità di morire entro 12 mesi!”.
Cercai di prendermela con filosofia. Mi risparmio la vecchiaia; ho avuto una vita intensa; lascio ai miei figli ed a mia moglie tante proprietà.
Poi per fortuna pensa di consultare un cardiologo, un sommo luminare, Attilio Maseri (fig.1), medico del pontefice ed in precedenza della regina dì Inghilterra, il quale mi rassicurò:” La percentuale che tu muoia entro un anno è del 4%, non del 50%, la  stessa che rischieresti se decidi di sottoporti ad un by-pass, ti darò una terapia farmacologica e potrai avere una vita normale”.
Parole sante, che osservai alla lettera. Rallentai l’attività professionale, ridussi la pratica del sesso, essendo anche diminuito il desiderio e vissi tranquillo per oltre 10 anni.
Nel 2006 la pressione cominciò a fare le bizze: un giorno altissima, un altro bassa.
Rifeci una coronarografia che evidenziò la stenosi completa delle tre arterie.
Temporeggiai e poi mi recai a Milano per consultare il celebre emodinamista Colombo, il quale esclamò:” Caro collega per fortuna che sei ignorante e non sapevi che con le tre coronarie chiuse si muore, ma ora dobbiamo intervenire subito sulla più importante; hai un’assicurazione?”
“Sì” risposi.
“Molto bene così potremmo utilizzare la mia clinica privata e fare presto”.
“A dire la verità l’assicurazione la tengo sull’automobile, ma essendo un collega voglio essere curato subito e gratuitamente”.
Tempo una settimana, saltando tutte le graduatorie, mi trovai ricoverato e sottoposto all’applicazione di 2 stent medicati con risultati sorprendenti, come può constatare anche un profano osservando le radiografie prima (fig.2) e dopo (fig.3) l’intervento.

fig. 2 - Coronarografia prima dell'angioplastica
fig. 3 - Coronarografia dopo l'angioplastica

Dopo 6 mesi nuovo ricovero per applicare altri 2 stent, grazie ai quali sono stato bene per molti anni.
Nel 2014, ritornai delle vacanze forzate a spese dello Stato in precarie condizioni di salute, a partire da una voluminosa ernia inguinale, protrudente nello scroto, che imprudentemente mi feci operare a Napoli da un chirurgo cattedratico. Il risultato fu un piastrone sieroso che ci mise 3 mesi per riassorbirsi, durante i quali lo utilizzai per divertirmi con le vecchie amiche, che venivano a farmi visita dopo tanto tempo.
“Vuoi sentire una cosa dura? Metti la mano qui”.
“Achille, ma come fai a conservarlo così in forma?”.
“Ingenua, è il piastrone sieroso”.
Sotto il profilo cardiaco il ventricolo sinistro pompava al 39%, mentre il ritmo faceva le bizze.
Dopo mesi e mesi di temporeggiamento ritorno a settembre 2016 a Milano da Colombo al San Raffaele. Nuova coronarografia con esito disastroso, soprattutto il tentativo infruttuoso di “spilare” un vaso ostruito, che mi produce un micro infarto (fig.4).
 
fig. 4 - Cartella clinica settembre 2016


L’ultimo consulto è a Roma con l’ennesimo luminare, il professor Rebuzzi, che mi sconsiglia qualsiasi nuovo tentativo di angioplastica, perché correrei seri rischi quoad vitam.
E vorrei concludere con questo carteggio epistolare da cui trasuda il mio stato d’animo attuale.




MAIDIRE MAIL
Costantini Marco le ha inviato un messaggio che trova in allegato.
Costantini Marco has sent you a message, please find it attached.

Una lettera da Rebibbia, quanta malinconia

Illustre conte,
i suoi nobili amici porgono cari saluti a sua altezza, siamo qui real dimora dove lei ha scritto pagine memorabili, tali da fare invidia allo scibile umano. Ci siamo domandati, se signoria vostra fosse in ottima salute? considerato che da illo tempore non riceviamo sue notizie! si ricordi sempre che…
Con amicizia Marco e Mario e tutto il gruppo universitario

Carissimo Marco,
Non vi ho dimenticato e non vi dimenticherò mai, siete sempre nel mio cuore capriccioso, che mi da tanti problemi e sembra si si stancato di battere e voglia fermarsi per riposare. A settembre al San Raffaele di Milano, nelle mani di un luminare, durante un tentativo di riaprire una coronaria occlusa al 100%, ho avuto un micro infarto. Ho corso il rischio di morire. La morte non mi fa molta paura, ma vorrei concludere la mia avventura terrena a casa mia, con tutte le comodità: un bel funerale con tanti amici e parenti, un memorial di scacchi a mio nome e forse anche voi mi ricorderete con una preghiera durante la messa domenicale. A giorni dovrebbe concludersi la mia via Crucis giudiziaria, tirerò un sospiro e penserò a voi.    

Salutami tutti quelli che si ricordano di me. Vi voglio bene.
Achille

Dal Corriere della sera

Così dipinge la Totò Story un altro camice bianco partenopeo, Achille della Ragione, in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera il 14 dicembre. “L’ex governatore Cuffaro dopo aver scontato la condanna a sette anni per concorso esterno nel favoreggiamento alla mafia, torna un uomo libero, lasciandosi alle spalle il carcere romano di Rebibbia. Finalmente finisce un doloroso calvario, percorso con cristiana rassegnazione e comincia una nuova vita dedicata al prossimo. Infatti è sua ferma intenzione, subito dopo il periodo natalizio trascorso in famiglia, di partire per il Burundi e lì prestare la sua opera di medico in favore della derelitta popolazione africana – continua la commovente missiva pubblicata dal quotidiano di via Solferino – facendo tesoro dell’esperienza maturata a contatto con ergastolani senza speranza e con gli ultimi della terra, da tutti dimenticati, spesso anche dai propri cari. Una decisione che merita rispetto e ammirazione”.
Grande esperto d’arte, amante della pittura secentesca, nobile di lignaggio, mecenate, il professor della Ragione nella sua vita ha trovato anche il tempo per esercitare l’arte medica. Per anni vip tra i ginecologi partenopei, dopo una irresistibile ascesa nell’empireo della professione, è inciampato nella storiaccia di un abortificio clandestino dove si macinavano soldi & vite, e condannato in via definitiva nel 2008 dalla Corte d’Appello di Napoli a dieci anni. Si ritroveranno tutti, liberi & belli, a portare la Luce ai bimbi africani?


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(20^ puntata)

Incontri con la morte, ma anche con la vita

01 - Nicchia


I giorni più brutti della nostra vita sono quelli in cui perdiamo i nostri genitori. Io purtroppo ho conosciuto molto presto questo tempo triste e infelice. Avevo da pochi giorni compiuto 15 anni quando ho perso mio padre. Era da tempo gravemente ammalato e cosciente che presto avrebbe dovuto lasciare i suoi cari. Aveva una leucemia e all'epoca non vi era alcuna terapia che potesse allungare la vita.
Ricordo come fosse oggi la notte precedente al suo decesso; io dormivo nella stanza accanto a quella dei miei genitori e mio padre, che mai si lamentava, rantolò per tutta la notte. All'improvviso alle prime luci dell'alba cessò quell'intollerabile lamento, che non mi aveva fatto chiudere occhio per tutta la notte. Stupidamente tirai un sospiro di sollievo, non mi ero reso conto che mio padre mi aveva lasciato per sempre. M'incontrai con mio fratello Carlo ai piedi del letto matrimoniale, dove giaceva mio padre e singhiozzando ci abbracciammo forte per oltre dieci minuti come mai più è capitato. Dopo poco cominciò il flusso di parenti, vicini di casa, curiosi. Erano altri tempi, la morte veniva santificata con il rispetto di una serie di riti oggi scomparsi, che servivano ad esorcizzarla, dal lutto stretto da osservare per due anni alle preghiere che tutti recitavano anche i non credenti.
Il giorno dopo ci fu il funerale: decine di necrologi su Il Mattino, un commovente articolo sul giornale del Banco di Napoli, di cui mio padre era direttore e molto folcloristico, quanto commovente, il picchetto militare d'onore, che spettava al defunto, essendo un graduato dell'esercito, per quanto a riposo. Ricordo con emozione lo scalpitare dei tacchi dei giovani soldati e il caloroso abbraccio del maresciallo che li comandava. Un lungo corteo con centinaia di persone tra auto clacsonanti nel traffico impazzito di via Salvator Rosa. Poi una serie interminabile di abbracci e di parole di conforto; il viaggio verso la congrega di Poggioreale, il rito della sepoltura, le ultime lacrime, il mesto ritorno a casa.
Un imbarazzante intreccio tra vita e morte, morte e vita fu costituito dal parto della mia prima figliola Tiziana, funestato da un mortale distacco di placenta, che troncò la sua esistenza sul nascere. Ora riposa con i miei genitori nella tomba di famiglia (fig. 1). Al piano superiore si legge il mio nome(fig. 2), rassicuratevi non sono io, è mio zio.
Nel 1974, il giorno dopo il mio 1° anniversario di matrimonio, mi lascia anche mia madre, da tempo affetta da una rara forma di anemia emolitica. Da anni vivevamo da soli, dopo la morte di mio padre ed il matrimonio di mio fratello, in una casa nel palazzo dove abitavano le mie 5 zie, affianco avevo lo studio, per cui facevo casa e bottega. Durante la notte ebbe una crisi respiratoria, per cui l’accompagnai al pronto soccorso del Cardarelli. Non vi fu nulla da fare, cominciò un respiro stertoroso, preludio di una fine imminente. Decisi di riportarla a casa con l'ambulanza e potette così spirare tra le braccia delle sorelle.
Anche per mia madre vi fu un affollato funerale con la messa celebrata nella chiesa a noi tanto cara di S. Maria della Consolazione a Villanova. Da allora riposa con mio padre nella nicchia di famiglia e tutti ricordano il suo sorriso e la sua gioia di vivere.
Vi sono stati dei momenti in cui la tenebrosa signora con la falce si è avvicinata al mio destino, ma fino ad ora sono riuscita a tenerla a distanza di sicurezza.
Vi fu un momento anni fa che stava per realizzarsi il sogno mio e di mia moglie di morire assieme, ma non ci riuscimmo. Vi racconto l’episodio attraverso questo mio resoconto che fu pubblicato da Il Mattino.

02 - Nicchia di mio zio

Un'ora di terrore in volo

Un'esperienza da dimenticare quella di stamane sul volo Napoli - Barcellona della Compagnia Alpes Eagles

 Giunti sull'aeroporto ed annunciato l'atterraggio a momenti, l'aereo ha cominciato a fare le bizze con improvvise impennate verso l'alto. Mentre cresceva il nervosismo, l'annuncio terribile delle hostess, giovanissime e terrorizzate: bisogna prepararsi ad un atterraggio d'emergenza. All'inizio pareva dovesse trattarsi di un ammaraggio, si sono sgomberate le uscite laterali e si sono date istruzioni per uscire attraverso gli scivoli, poi è stata data la notizia di un difetto al carrello e di un atterraggio di fortuna sulla schiuma.
A tutti è stato raccomandato di coprirsi la testa con i cappotti e di prepararsi ad un urto non indifferente. Infine la discesa per niente traumatica, grande applauso liberatorio e tante lacrime di gioia. Ancora dieci lunghi minuti di attesa prima che si aprissero gli sportelli. a terra grande spiegamento di forze: decine di ambulanze, pompieri in tute di amianto e, stranamente, soldati armati fino ai denti.
Al recupero dei bagagli due ore di attesa per controllare l'aereo. L'ipotesi terroristica rimane la più probabile e sarebbe opportuna una indagine della magistratura.
Tutto bene quel che finisce bene.
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03 - Un bimbo felice
04 - Un bimbo ben dotato
05 - Mario in braccio allo zio prediletto


E passiamo ora finalmente agli incontri con la vita.

Il primo che vi raccontiamo è con mio nipote Mario (fig.3–4) e risale a circa 50 anni fa. Un vispo maschietto, figlio di mio fratello Carlo, che godeva a stare in braccio al suo zio preferito (fig.5) e che più volte ha avuto l’onore di averlo come fidato baby – sitter, funzione svolta con zelo e senza alcun compenso pecuniario.
Ora viene la parte più bella del capitolo riguardante la nascita dei nostri tre amati figlioli.
La prima a darci gioia e felicità sarà la nuova Tiziana, 16 aprile 1976, una data indelebile impressa nei nostri cuori.
Venne alla luce in maniera tumultuosa: io ero di guardia in ospedale a Cava de' Tirreni, quando mia moglie Elvira, che si trovava dai genitori a Portici, alle 5 del mattino mi telefona avvertendomi che sono cominciate le doglie. In venti minuti, battendo ogni record di velocità, sono da lei e la conduco fino alla sala parto, dove dovrà essere sottoposta ad un taglio cesareo d'urgenza, al quale non potrò prendere parte attiva, perché, perdendo lei sangue a catinella, in attesa di donatori, debbo provvedere a integrare il prezioso liquido con tre flaconi prelevati dalle mie vene. Per il resto andrà tutto bene e nel nido tutti la riconosceranno, non tanto per il viso vezzoso e accattivante, quanto per la elegante copertina, ricamata a mano e multicolore, segno distintivo di nobile lignaggio nei riguardi di tanti figli di contadine cavaiole.
Dopo solo undici mesi il bis, si replica a grande richiesta ed il 26 marzo '77 vede la luce un maschietto pimpante a cui viene imposto un nome altisonante Gian Filippo, che farà coppia fissa con la sorella fino all'arrivo del terzo discendente: Marina, la quale farà la sua comparsa nella nostra famiglia il 25 novembre 1980. Quale data più opportuna due giorni dopo il terrificante terremoto, infatti a ricordare l'evento sismico il secondo nome della pargoletta è proprio Terremoto, seguito da altri 15 appellativi: dai nomi delle nonne e delle zie, fino all'immancabile Gertrude, protettrice dei neonati. Una serie interminabile di nomi che mise in imbarazzo l'impiegato dell'anagrafe, il quale vedendomi scrivere all'infinito mi chiese:" Ma quanti figli avete avuto?".
Un altro episodio degno di essere ricordato, riguardante la sua nascita fu l'esclamazione dell'ostetrica all'uscita della testa: " E' un maschio!". Risposi deciso: "Non m'importa, ho già maschio e femmina, in ogni caso è un doppione".
Un'appendice importante della nostra famiglia è costituita dai nipoti, per il momento soltanto tre (fig.6) e tutti regalatici da Tiziana la primogenita: Leonardo (2 luglio 2006), Matteo (3 agosto 2007) ed Elettra (4 marzo 2010). Il primo e il terzo hanno visto la luce lontano dal Vesuvio a Bruxelles e non li ho visti nascere, a differenza di Matteo, napoletano doc, che appena ha aperto gli occhi ha visto il golfo di Napoli, ha imparato perfettamente il vernacolo ed è divenuto imbattibile nel gioco della scopa e dell'asso pigliatutto. La notizia della sua nascita si diffuse ai quattro venti e riportiamo un breve ringraziamento che Elvira ed io facemmo alla nostra figliola.
  
06 - Leonardo, Matteo ed Elettra

Un nuovo abitante della Terra

Un grazie a Tiziana ed Andrea per la nascita di Matteo, avvenuta a Napoli il 3 agosto alle 00:02, una curiosa creatura, fulvo, mite, sornione, ma al tempo stesso disinibito e di devastante bellezza.
I nonni Elvira ed Achille, al culmine della gioia, vogliono comunicare a tutto il mondo la loro felicità.

Tiziana e Matteo

Achille e Matteo

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(21^ puntata)
Casa dolce casa


fig.1 - Articolo su Casa Mia gennaio 1997


Fino a 19 anni sono vissuto nella casa natale di via Salvator Rosa 29 int. 6 al secondo piano di un palazzo di 4 piani con 4 negozi di proprietà dei fratelli della Ragione. La casa era costituita da una grande camera da letto con soffitti affrescati, che affacciava sulla strada con un balcone e dove ho dormito a fianco dei miei genitori fino all'età di 14 anni, quando mi trasferii in una camera contigua dell'appartamento liberatosi dall'inquilino. Vi era poi uno studio che la sera si trasformava in camera da letto di mio fratello, una camera da pranzo con una grande balconata che affacciava inaspettatamente su un giardino, un tinello con annessa cucina con delle finestre che protrudevano su un cortile di bassi ed infine un antibagno e una toilette quanto mai modesta.
Poscia per stare vicino alle sorelle di mia madre ci trasferimmo in un appartamento in via Manzoni 184, che ho abitato fino al matrimonio, quando mi trasferii in un appartamento limitrofo, che fungeva anche da studio professionale.
Morta mia madre occupai entrambi gli appartamenti.
Nel 1978 un attentato terroristico di cui fui vittima, per fortuna salvandomi e rifondendoci soltanto una Jaguar nuova di zecca, che saltò in aria, mi convinse ad allontanarmi prudentemente da Napoli, soprattutto per salvaguardare l'incolumità dei miei familiari, nel frattempo divenuti tre. Acquistai una villa a Portici in via Zuppetta, dove abitavano i miei cari suoceri, che ho sempre amato alla pari dei miei genitori, che purtroppo più non avevo. La villa era molto bella a due piani con ampio giardino e garage, ma oramai miravo in alto e sognavo una villa a Posillipo sul mare, una villa principesca, dove abitare fino alla fine dei miei giorni, che poi divenisse dimora perpetua dei miei discendenti fino alla settima generazione.
L'acquisto non era facile e per mesi consultavo ansioso gli annunci che venivano pubblicati la domenica su Il Mattino. Anzi per battere sul tempo eventuali concorrenti acquistavo ogni sabato sera a mezzanotte il quotidiano in una delle due edicole aperte di notte della città.
Era d'estate e con emozione in piena notte lessi che era in vendita una villa prestigiosa in via Manzoni per un prezzo abbordabile: mezzo miliardo. Telefonai in piena notte al proprietario preannunciandogli la visita per le nove del mattino successivo. La villa, pur in precarie condizioni di conservazione, ci piacque, ma soprattutto piacque a mia moglie Elvira, a cui spettava l'ultima parola in ogni decisione importante. In maniera particolare ci piaceva il grande giardino con alberi secolari, gli ampi cortili, lo spazioso garage, la presenza di una dependance dove poteva alloggiare la servitù.
"Affare fatto" affermai, stringendo la mano al proprietario:" Telefona al tuo legale che stipuliamo subito il compromesso".
"Ma è domenica e non accetto assegni che non siano circolari". "Bastano duecento milioni in contanti? Entro un'ora saranno qui, ma ho bisogno del possesso dell'immobile per iniziare subito i lavori di ristrutturazione".


2 - Ingresso

3 - Salotto di villa della Ragione
4 - Una parte del salone

I lavori durarono otto mesi ed a dirigerli fu chiamato Avena, un celebre architetto, che, tra marmi pregiati, raffinate controsoffittature, prestigiosi parquets e sette bagni, da fare invidia a principi e reali, mi fece spendere una cifra doppia di quella dell'acquisto. Ma ne valse la pena a tal punto che la più accorsata rivista di arredamento d'Italia: Casa mia, volle dedicare la copertina e un servizio di dieci pagine (fig. da 1 a 9) alla mia modesta dimora.
Dimenticavo l'indirizzo: dal 1980 ad oggi via Manzoni 261 B, dal primo giugno prossimo piazza Achille della Ragione.
5 -Soggiorno al 1° piano
6 - Inizio delle scale
7 - Affacciata sul giardino
8 - Soggiorno con scorcio di panorama
9 -  Camere dedicate al gioco
 10 - Targa stradale

 

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(22^ puntata)
La mia biblioteca

fig. 1 - Libri catalogati

La mia biblioteca, distribuita tra i 5 piani della mia villa posillipina, è senza dubbio tra le più fornite della città; conta 15000 volumi (fig.1) e raggiunge le 28000 unità se si tiene conto delle riviste, principalmente di medicina, scacchi e napoletanità, pur non conteggiando i fumetti, tra cui spicca la raccolta completa di Topolino, dal 1950 al 2005.
Il nucleo di partenza è costituito dai libri di mio padre, un migliaio circa, divisi equamente con mio fratello negli anni Sessanta.
In seguito, oltre ad comperare libri ed enciclopedie (fig.2) in continuazione, dalla Treccani al Lessico, ho cercato di acquisire intere biblioteche e mi è capitato di fare dei grossi affari.

fig. 2 - Enciclopedie
fig. 3 - Voyage pittoresque

 

fig. 4 - Napoli nobilissima
Il primo, da poco laureato, fu prendere possesso dello studio completo di attrezzature  sanitarie e di 2000 libri di medicina da un vecchio ostetrico, Carmelo Gallitto, per un prezzo stracciato: 500000 lire. Il dottore era a letto per un infarto e la moglie, conoscendo il suo attaccamento al lavoro, temeva che dopo 2 - 3 giorni lo riprendesse, per cui per prudenza svendette tutto. Tra i tanti libri antichi e moderni anche il famoso Testut di Anatomia topografica che all’epoca valeva 5 milioni.
La seconda occasione fu l’acquisto di tutti i romanzi (circa 1000), tra cui molte prime edizioni, appartenuti al regista Montaldo, che li conservava in una sua casa di Procida.
In seguito un nuovo medico, passato a miglior vita senza eredi, che aveva lasciato casa e mobili alla Casa dello scugnizzo. Fortuna volle che tra gli addetti allo sgombero vi fosse il marito di una mia cliente, che mi telefonò: “ Dottore stiamo per buttare dei libri, se fate presto potete prenderli”. Corsi in via Pessina e rimasi stupito dalla quantità di volum i (circa 2000) che possedeva il defunto. Oltre che di medicina i suoi interessi andavano dallo spiritismo alla storia delle religioni, per finire con il sesso, del quale possedeva di tutto, da Freud  ai fumetti sulla pratica del coito nei selvaggi.
In un altro capitolo ho accennato al saccheggio di villa Malaparte a Capri dove arraffammo l’impossibile. Io personalmente, oltre a numerosi libri antichi, presi un carteggio con Cesare Battisti, naturalmente l’eroe non il terrorista,  una raccolta di cartoline osé e centinaia di foto di conquiste femminili dello scrittore in abiti adamitici.
Venne poi il turno di Eugenio Buontempo, il faccendiere legato a Craxi, caduto in disgrazia nel 1991, dal quale, oltre alla celebre scultura di Gemito, il Pescatoriello, acquistai decine di prestigiosi libri antichi in edizione originale, dal Voyage pittoresque del Saint Non (fig.3) ai Campi Flegrei di Hamilton.
Ultima acquisizione, la donazione da parte della famiglia di una parte dei volumi appartenuti a Giorgio Porreca, il celebre scacchista sul quale ho scritto un libro.
Per decenni oltre a comperare sulle bancarelle di Portalba, frequentavo tutte le librerie di antiquariato della città, che mi permettevano di consultare i loro cataloghi prima che fossero stampati; in tal modo potevo acquistare edizioni rare ed introvabili. Così ho conquistato il Celano ed il De Dominici,  il Solimena di Bologna, i cataloghi delle collezioni Doria D’Angri e Matarazzo di Licosa, la raccolta completa di Napoli nobilissima (fig.4), dal 1892 ad oggi e tanti altri libri di arte e sulla storia di Napoli (fig.5), che costituiscono il cuore della mia biblioteca.

fig. 5 - Corridoi con tanti libri
fig. 6 - Biblioteca antica

Il mio amore sviscerato per Napoli risale a quando avevo 10 anni ed ogni domenica, da solo, stabilivo un itinerario sempre diverso e percorrevo ogni strada e vicolo della città, senza trascurare alcun quartiere, anche i più malfamati. Ho rispettato questa sana abitudine per anni e credo di conoscere Napoli meglio di chiunque altro.
Per quel che riguarda l’arte e soprattutto la pittura si tratta di una passione più recente, ma coltivata senza badare a spese, quando i libri del settore, prima che crollasse il mercato, valevano cifre iperboliche. Ho speso centinaia di milioni e non me ne pento, per rifornire le decine (fig.6–7–8) di contenitori sparsi in ogni angolo della mia casa.
Senza falsa modestia credo di non avere niente da invidiare alla Germanica di Firenze ed alla Hertziana di Roma, che passano per essere tra le più fornite del mondo nel settore dei libri d’arte.
A proposito della Hertziana vorrei raccontare un aneddoto. Anni fa per alcuni mesi dovetti frequentarla per completare una mia ricerca. Per accedervi  serve la presentazione di due docenti universitari. Io mi presentai alla direttrice e dichiarai candidamente: “Consulti il catalogo troverà una trentina di miei libri, che la  biblioteca ha comperato, credo possa bastare”. Nonostante la proverbiale mancanza di humor dei tedeschi, la teutonica fu consenziente.
In conclusione gli argomenti più gettonati della mia biblioteca, corrispondenti ai miei multiformi interessi sono: medicina, scacchi, romanzi, spiritismo, sessuologia, napoletanità ed arte.

 
fig. 7 - Biblioteca antichissima
fig. 8 - Scaffalature ubiquitarie

 

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(23^ puntata)
Due memorabili sedute spiritiche

 
figura 1 - Due belle ragazze

Nel capitolo Achille medico e scienziato abbiamo accennato che quando, nel 1972, il nostro eroe doveva scegliere l'argomento della tesi di laurea si rivolse al professor Iacono, titolare della cattedra di psicologia, proponendo di trattare dei fenomeni paranormali. Il docente rimase stupito e candidamente dichiarò che non aveva alcuna competenza della materia. Inoltre sconsigliò vivamente questa decisione, salvo che, in sede di discussione il candidato non avesse provocato fenomeni di levitazione, facendo ballare la cattedra e sbalordendo gli esaminatori. Come abbiamo visto Achille si orientò su una tesi più ortodossa in clinica medica, ma perchè desiderava tanto approfondire un capitolo della parapsicologia? Per via di due memorabili sedute spiritiche, che ci accingiamo a raccontarvi.
Siamo nel 1970, io con Leandro eravamo riusciti ad acchiappare sulla spiaggia due bone colossali, Valeria e Paola (fig.1) ed a convincerle a trascorrere la serata con noi. Era un giorno feriale, quando i pochi night di Napoli, dallo Stereo alla Mela, fino al glorioso Damiani, celebre per i suoi lenti check to check, erano rigorosamente chiusi. Naturalmente sarebbe stato inutile invitarle al cinema o a mangiare una pizza, perchè l'assenza di un contatto inguinale ravvicinato non avrebbe favorito un prosieguo penetrativo come era nei nostri propositi.
Ci venne un'idea: coinvolgiamo il nostro amico Gianfilippo (fig.2), proprietario all'epoca di una splendida villa (fig.3) a via Tasso ed organizziamo una seduta spiritica, durante la quale, con l'aiuto di Gennaro, il suo maggiordomo, ricchione quanto abilissimo, contavamo di produrre effetti paranormali, in grado di spaventare le fanciulle, che, impaurite avrebbero cercato conforto e coraggio tra le nostre braccia.
La luce si fece fioca, mentre noi ci sistemammo su un tavolo rotondo e creammo una catena unendo le mani distese con le dita allargate (fig.4) Leandro cominciò a recitare con voce squillante formule magiche e ritornelli esoterici, fino a quando cominciarono a manifestarsi i primi fenomeni: porte che sbattevano, soffi di vento sul viso, le luci che si accendevano e spegnevano, fino a quando il buio totale dominò la scena e le fanciulle terrorizzate si buttarono tra le nostre braccia, che le accolsero volentieri, mentre le mani, premurose, coccolavano i ridontanti seni.
Da cosa nasce cosa, diceva saggiamente Totò ed anche nel nostro caso gli avvenimenti ebbero un epilogo favorevole, con le ragazze esauste, che chiesero di potersi riposare in un letto per riprendersi dallo spavento e per chi ben conosce l'effetto rilassante e nello stesso tempo prorompente del titillamento clitorideo l'esito finale è facilmente intuibile: una coniuctio in piena regola, alla quale non partecipò Gianfilippo, perchè da Valeria e Paola vennero presero in considerazione solo misure extra large.
Dopo l'amplesso ci congratulammo con Gennaro, il cameriere, per la efficace coreografia messa all'opera e grande fu la meraviglia, soprattutto mia, quando apprendemmo che lui attendeva ancora l'ordine di cominciare dal padrone di casa. Leandro pensò che i fenomeni fossero stati provocati da lui che, anche altre volte aveva manifestato proprietà di medium. Una boiata pazzesca.
Da quella sera scaturì in noi la voglia di ripetere l'esperienza in un ambiente qualificato ed anche Valeria e Paola, dopo essere state possedute biblicamente, furono prese dal demone della conoscenza e vollero approfondire... l'argomento in nostra compagnia.

 
figura 2 - Gianfilippo Perrucci

figura 3 - Villa di Gianfilippo
figura 4 -  Mani distese


Identificammo a Roma un circolo: il club Navona 2000, nel quale ogni sera un famoso medium, Fulvio Rendell (fig.5) teneva 2 sedute spiritiche e senza indugio partimmo con le ragazze alla volta della città eterna.
Si cominciava intorno alle 21, i presenti, 70 - 80 circa, non tutti interessati a partecipare alle due sedute che si svolgevano. Ogni volta 9 persone scelte dal medium tra tutti coloro che alzavano il dito.
Non fummo prescelti per la prima, nella quale non capitò niente di interessante, ad eccezione di una giovane e piacente signora che, staccatasi dal tavolo, si sistemò spalle a terra, mettendo in mostra un seducente reggicalze come quelli che si usavano un tempo e sculettò per alcuni minuti, gemendo vistosamente. Terminato lo stato di trance affermò che era stata posseduta da Rasputin ed aveva raggiunto due volte l'orgasmo. Mi rammaricai di non aver colto l'occasione al volo, impersonando il monaco rivoluzionario e soddisfacendo i lubrici desideri della vogliosa signora.
Venne poi il secondo turno, per il quale fummo convocati io, Leandro e Valeria; con noi anche Paolo Villaggio.
Ci sedemmo guardandoci maliziosamente negli occhi. Il medium cominciò la sua cantilena: angeli neri, angeli rossi etc (fig.6). Il tavolo dopo poco iniziò a traballare, ma noi energicamente lo bloccammo. Passò poco meno di un minuto ed il tavolo cominciò a muoversi di nuovo in preda ad un'energià contro la quale non si poteva opporre alcuna resistenza. Tutti rimanemmo incollati con le mani sulla sua superfice, mentre esso si spostava per tutto il salone. alla fine, dopo molti minuti di girandole, riuscimmo a staccarci, mentre il tavolo andò a posizionarsi contro il soffitto, tra lo stupore di tutti gli spettatori.Questo straordinario evento peserà vistosamente sui miei interessi. Per anni compulserò avidamente libri sull'argomento: dalla telepatia alla telecinesi, dalla levitazione al poltegeist. Arriverò a possedere oltre 400 libri di parapsicologia, che raddoppieranno quando, come ho accennato nel capitolo sulla mia biblioteca, acquisirò i volumi di quel medico appassionato della materia.

 
figura 5 Fulvio Rendell

figura 6 - Seduta spiritica a Roma


Ancora oggi, ogni tanto, alterno nelle mie letture, all'arte e alla filosofia, spiritismo ed esoterismo.
Voglio concludere il capitolo accennando a 3 incontri fortuiti che ho avuto negli anni con l'argomento.
Il primo, con la pranoterapia, fu osservare la prodigiosa guarigione di una mia amica, Anna Maria, figlia di un ricco ingegnere, da una grave patologia invalidante agli arti inferiori, contro la quale avevano combattuto  invano i massimi specialisti d'Europa e che fu risolta in poche sedute da Andalini (fig.7) con studio ai colli Aminei.
Il secondo fu l'incontro, nel salotto culturale di mia moglie Elvira, con Giorgio di Simone (fig.8), medium e responsabile del centro di parapsicologia di Napoli, che spiegò all'uditorio di aver perso nel tempo tutte le sue facoltà, un fenomeno comune ai sacerdoti abilitati a guarire gli indemoniati colpiti da esorcismo.
Infine il terzo, pochi anni fa, con Ilena (fig.9), una splendida ragazza di origine capoverdiana, conosciuta ad una festa, la quale, se toccata nella parte superiore del corpo, infliggeva una scossa elettrica di notevole entità. Anche i seni, come ebbi modo di constatare, introfulando una mano rampante nella sua scollatura abissale, irradiavano una scarica da scoraggiare qualunque tentativo di conqusta.
Mi assicurò che la parte inferiore, dalla cintola in giù, non irradiava alcuna energia e mi invitò ad esplorare entrambi gli orifizi, ma, non per codardia, ma unicamente per preservare alle esponenti del gentil sesso un organo così prestigioso, mi astenni da ogni tentativo.

 
figura 7- Pranoterapia

figura 8 - Giorgio di Simone

 
figura 9 - Ilena

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(24^ puntata)
Attila è morto: un dolore indescrivibile


Attila

il Mattino 30 ottobre 2015      Pietro Gargano - Un cane merita un necrologio affettuoso. Lord Byron dettò una lapide per la tomba del suo amato terranova Boatswain: "Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi"


Come se non bastassero i guai di ogni genere che da tempo mi perseguitano, stamattina una mazzata terribile mi ha colpito: la morte improvvisa di Attila, il mio fedele rottweiler, col quale avevo condiviso per anni le rare gioie ed i tanti dolori. Aveva dormito tranquillo, accanto a me come sempre, sul suo tappetino persiano, mentre io avevo trascorso una notte insonne. Appena sveglio alle 9 era uscito sulla balconata a prendere un po’ d’aria ed ho notato che il suo respiro era affaticato, in pochi minuti si è accasciato ed a cominciato a rantolare.
Sveglio mio figlio Gian Filippo, telefoniamo disperatamente ad alcuni veterinari senza esito. All’improvviso Attila si alza, sembra riprendersi, ma si è voluto solo spostare sul suo tappetino per concludere lì dove ha sempre dormito la sua esistenza. In pochi minuti ci ha lasciato, con gli occhi aperti, che ancora mi guardano mentre, sono le 16, scrivo queste accorate parole per ricordarlo. Fra pochi minuti riposerà nel mio giardino in compagnia della palla con la quale amava giocare.
Era già pronta per lui la dedica del mio ultimo libro: Ad Attila il mio prode rottweiler, compagno nella buona come nella cattiva sorte, non sai leggere un libro, ma sai leggere meglio di chiunque nell’animo umano.
Anni fa era divenuto celebre grazie ad una mia lettera pubblicata sull’Espresso, nella quale raccontavo una triste storia, che sembra incredibile, accaduta durante un mio  periodo di forzata assenza da casa: Ogni volta che invio a casa dei panni da lavare, la mia cameriera li fa annusare ad Attila, che mi aspetta da due anni; egli crede che stia per ritornare a casa e corre a mettersi vicino al mio letto sul tappetino dove era solito dormire accanto a me e mi aspetta per tutto il giorno. Solo la sera deluso e senza toccare cibo si ritira nella sua cuccia.
Chiunque abbia avuto accanto a sé un cane sa di quale grande amore si tratta.

Achille della Ragione


Attila morto

Cristina Caria 20 ottobre 2015
I cani vivono meno di noi, se noi ce ne andassimo prima non sapremmo a chi affidare un cane adulto comprendo il tuo grande dolore, ti sia di sollievo il pensiero che non ha soffertoo ho dovuto far abbattere la mia cagna ed è stata dura
un abbraccio
Pasqualino Barisano 20 ottobre 2015
Ogni tanto mi viene il magone per la morte del il mio adorato cane di nome Tigre, morto il 07.08.2007 alle ore 11.21 aveva più di 14 anni. Ti capisco..a presto
Sembrerà strano ma forse io che abito in città in un appartamento, forse questo ha contribuito a far diventare veterinaria mia figlia..
Fulvio Ceglio 20 ottobre 2015

Caro Achille, ti sono vicino. Un abbraccio
Giuliano e Maria 20 ottobre 2015
Anche noi abbiamo avuto purtroppo la stessa esperienza,ti capiamo a ti siamo vicini con affetto
Angela e Silvano Moretti 20 ottobre 2015
Anche noi ci eravamo abituati alla sua presenza. Ti siamo vicini.
Anna Maria Croce 20 ottobre 2015
Mi dispiace molto, ho vissuto il dolore della morte di un cane, attraverso le persone cui è morto il cane, è lo stesso di un affetto importante, coraggio.
MAURIZIO Palo 20 ottobre 2015
CARO ACHILLE CAPISCO IL TUO DOLORE PERCHE' IN 65 ANNI SONO STATI LORO I MIEI VERI AMICI L'ULTIMO E' VOLATO SULLA VIA DELL'ARCOBALENO 7 ANNI FA IL MIO AMATO MILK ...HO CONOSCIUTO IL TUO ATTILA E DA ME SI E' FATTO ANCHE ACCAREZZARE IN GIARDINO ERA BELLISSIMO. SU QUEL TAPPETINO PERSIANO RIMARRA' SEMPRE LUI PER TE. OGGI E' UNA GIORNATA TRISTISSIMA E HO LETTO IL TUO RACCONTO CON LE LACRIME AGLI OCCHI .....SOLO CHI AMA I NOSTRI AMICI PUO' CAPIRE ATTILA ORA DIFENDE E FA COMPAGNIA DA FEDELE AMICO AL SUO PAPA' ACHILLE DALLE CELESTI PRATERIE .TI ABBRACCIO FORTE CON AFFETTO
Gino Marra 20 ottobre 2015
Mi spiace, caro Achille.
Rispondi
Dino Biondi 20 ottobre 2015
Si dice che il cane sia il migliore amico dell'uomo.
È vero solo in parte: è l'unico vero amico!
Ti è fedele nella buona come nella cattiva sorte e ti può dare tutto senza chiederti niente.
Ma la natura vuole che vivano molto meno di noi: a questo mondo ogni gioia ha un prezzo almeno pari che bisogna purtroppo pagare.
Oggi ahimè, caro Achille, la natura, donna bellissima e crudele, è venuta riscuotere il suo credito.
Il mio augurio, in questo triste momento, è che dopo questa ed altre sofferenze che hai patito, Lei ti possa finalmente ripagare e sia tu a riscuotere quanto ti è dovuto.
Francesco Porcellati 20 ottobre 2015
Le tue parole accorate fanno comprendere il tuo profondo dolore per la fine di Attila , hai tutta la mia comprensione
Luigi Guarino 20 ottobre 2015
RACCOLGO CON TRISTEZZA QUESTA NOTIZIA E MI ASSOCIO AL TUO DOLORE.
TI POSSANO CONSOLARE TUTTE LE CURE E LE ATTENZIONI CHE HAI RIVOLTO AL TUO COMPAGNO, E CHE I TANTI AMICI TI SAPPIANO CONSIDERARE COME TU FARAI COMPAGNI DI VITA ALLA STESSA INTENSITà CHE RIPONEVI IN LUI
Wanda Marasco 21 ottobre 2015
Mi dispiace molto. Capisco perfettamente il tuo dolore, ho anch'io un cane.
Un caro saluto.
Erminia e Francesco Monaco 21 ottobre 2015
Carissimo Achille,
abbiamo letto con commozione e partecipazione la tua ultima lettera, con la quale hai voluto condividere
con i tuoi compagni di passeggiate, il grande dolore che ti ha colpito.
Abbiamo perso il cane, che ha vissuto con noi per più di 14 anni, solo un anno e mezzo fa e, ancora, non c'è un giorno che non ci sia qualcosa che ci fa pensare a lui con affetto e rimpianto.
Ti siamo vicini, affettuosamente
Annamaria e Carmine 21 ottobre 2015
Caro Achille...come far giungere..a te e a tutta la famiglia...il dispiacere e la solidarietà per questa triste perdita che ha colpito tutti voi..se non con un forte abbraccio da parte nostra.....
Ad Attila...siamo tutti affezionati...e mancherà la sua accoglienza a tutti gli amici che hanno il privilegio di varcare la soglia della vs. casa. Un abbraccio caro
Professor Palo 21 ottobre 2015
Grazie a te della cose belle che ci regali con grande competenza e signorilità. grazie ad Attila per averti dato amore senza chiedere altro che una carezza e tanto tanto affetto. Venerdì cercherò di esserci per abbracciarci sarebbe bello leggere ed illustrare qualche pagina del libro che raffigura Attila sarebbe come vederlo scodinzolare tra noi....credo sia qualcosa di dovuto ad un amico che non ha mai tradito. Un grande abbraccio.
Giuseppe Scognamiglio 21 ottobre 2015
Caro Achille , mi dispiace molto. Non ho mai avuto un cane ma Rosaria sì e con lei ho vissuto la perdita del suo precedente cane . E' stato amato come un figlio e come tale è stata vissuta la sua perdita . Un caro abbraccio a te e a Elvira,
Clara Gallerani Possemato 21 ottobre 2015
Caro Achille capisco il tuo dolore perché ho avuto amici cani per 25 anni .Ti sono vicina un abbraccio
Fernando Esposito 22 ottobre 2015
So bene, avendo avuto anch'io un cane che ho poi visto morire, di che dolore parliamo.
Come ha detto bene qualcuno un cane ha il solo difetto di dare un dolore al suo padrone il giorno in cui muore.
Mi spiace, e non so come e quando riuscirai a non pensarci.
Cari saluti
Antonio Cicalese 22 ottobre 2015
Caro Achille,
ho appreso con dispiacere della morte di Attila, so quanto gli eri legato ed immagino il tuo dolore.
Come sai anche noi abbiamo perso Larry dopo 15 anni di convivenza nei quali ci eravamo abituati alla sua apparentemente silenziosa compagnia; dico apparentemente silenziosa perché, come tu ben sai, anche se non hanno il dono della parola, i cani sanno comunicare in tanti altri modi: brontolii, piccoli guaiti, un lieve inclinare della testa ...Larry ci conosceva a fondo ed è stato per noi, come immagino Attila per te, un carissimo grande compagno. La sua perdita ha lasciato in noi un gran vuoto e ci ha addolorati moltissimo e solo il tempo, che non ce lo ha fatto dimenticare, ha lenito il dolore e ci ha lasciato il dolce e malinconico ricordo di un grande compagno di vita.
Ho cercato, senza successo, di contattarti telefonicamente per darti, se possibile, un po’ di conforto ma, nel dubbio che non avessi voglia di sentire nessuno, non ho insistito e ricorro alla mail per testimoniarti la mia vicinanza.
Chiamami, se vuoi, quando ti sentirai meglio.
Nell’attesa, ti abbraccio affettuosamente.
Nicola Pignalosa 22 ottobre 2015
Caro Achille,
mi dispiace moltissimo.
solo chi ha avuto cani e ama i cani può capire quanto è grande il dolore che si prova per la perdita dell'amico vero, unico e affezionato spesso molto di più delle persone care.
quanti anni aveva Attila? aveva sintomi particolari? o solo vecchiaia?
mi dispiace molto.
affettuosamente ti abbraccio
Michele Capano 22 ottobre 2015
Grazie Achille dei tuoi pensieri e della tua presenza, ci rendono più saggi e più buoni
Sal Borrelli 22 ottobre 2015
Caro Achille,
ti esprimo ovviamente la mia vicinanza per la perdita del tuo fedele amico.
Adolfo Mollichelli 22 ottobre 2015
Ti capisco e ti abbraccio, un caro saluto
Maria Carmela Masi 22 ottobre 2015
Mi dispiace dottore...
l'Amore è amore,
da qualunque parte venga.
Gli uomini dovrebbero imparare dagli animali
Gino Antignani 22 ottobre 2015
Mi dispiace. Non so se fuori luogo o no,ma ti giungano condoglianze. So che sono perdite che talvolta valgono e superano quelle umane.
Riccardo Lattuada 22 ottobre 2015
Chiunque abbia passato un pò della propria vita con un animale sa bene che cosa le è successo. Le sono vicino; il suo è un lutto vero e proprio e anch'io l'ho sperimentato. Ma come dice il moto: "semper ero, semper si meminisse voles".
Un caro saluto,
Paolo Onofri 22 ottobre 2015 
Sono un amante dei cani ne ho due comprendo il tuo dolore ,ho passato anche io questo terribile momento, un abbraccio
Anna Di Fusco 22 ottobre 2015
Caro Achille mi dispiace molto per Attila..ma soprattutto per te che ne vivrai l’assenza..e ne sentirai la mancanza..
Pensa ho provato a chiamarti 2 gg fa senza fortuna..e anche ieri mattina..ma il telefono era sempre occupato ..ora capisco ..forse ho avuto il presentimento che una buona parola ti sarebbe stata di qualche conforto..un abbraccio dai ragazzi di Rebibbia e a presto ..con affetto
Anonimo 24 ottobre 2015
L'amicizia dell'amico cane è senza se e senza ma, ed è immutata per la vita. Questo li rende profondamente diversi dagli amici umani e spiega perchè la loro mancanza sia tanto dolorosa.
Filippina Santoro 26 ottobre 2015
Mi dispiace molto e comprendo le emozioni che stai vivendo.
ACHILLE e LAURA de TORRES 26 ottobre 2015
Caro Achille,
ho letto con enorme tristezza il racconto della scomparsa del tuo Attila. Condivido in pieno il tuo dolore, avendolo provato tante volte, e spero che tu possa presto trovare la voglia di arricchire la tua vita con un nuovo meraviglioso compagno. A sabato. Massimo Compagnone
AVENDO AVUTO PURE NOI DEI FEDELI COMPAGNI COME IL TUO ATTILA, POSSIAMO CAPIRE IL TUO DOLORE
ED IL TUO SCONFORTO .
CHE DIRE DI PIU'!
TI SIAMO VICINI CON UN FORTE ABBRACCIO.
Cristiana 26 ottobre 2015
Comincerà a pensare che io la stia perseguitando. Il fatto è che, da quando ho letto la sua lettera, ho sentito il bisogno di parlare con lei perché, amando profondamente i cani, sono sempre alla ricerca di qualcuno che possa capire l'importanza che hanno per me questi esseri meravigliosi.
Come Schopenhauer, non vorrei vivere in un mondo senza cani.
Ho cominciato a leggere pagine scritte da lei e sto cominciando ad apprezzarla come uomo eccezionale.
Spero che passerà questo difficile momento serenamente, nonostante la sua situazione, retto dalla filosofia e dalla fede che la distinguono.
Gianpaolo Tartaro 26 ottobre 2015 
Caro Achille solo chi ha avuto un rott...può capire la fedeltà e l’amicizia che ti ha dato ...vivi nel ricordo come faccio io del mio Nur morto per la stronzaggine del veterinario che doveva andare in vacanza ....ho provato a salvarlo con tutte le mie forze ma l’estate è brutta non solo per i malati nostri ma anche per i cani .....cordialmente
Riccardo Utili 26 ottobre 2015
Comprendo il tuo dolore. Sentite condoglianze
Anna Maria Molinari 26 ottobre 2015
Capisco che é un dolore indescrivibile come sempre quando si perde una cosa preziosa come è l amore che qualcuno che te lo regala senza chiedere nulla in cambio.
Michele Serra 26 ottobre 2015
Clonare il proprio cane: questa sì che una tentazione forte (altro che pecora Dolly), in grado di scardinare parecchie griglie etiche... Perché si possono avere molti cani, nella vita. Ma esiste, per tutti, un cane eletto (in genere il primo) che non è rimpiazzabile, e a volte torna nei sogni come altri archetipi (la casa dell'infanzia, l'esame di maturità, la prima motocicletta).
La clonazione non mette in discussione il tabù della morte, ma il tabù della vita. La scienza ormai ci insuffla il (diabolico?) dubbio che si possa essere anche noi gli artefici, e non solo gli oggetti, della creazione, ed è logico che questo turbi nel profondo le coscienze religiose, e non solo religiose. Ma in attesa che ci si metta d'accordo sul destino degli umani, troppo complicato per farne un "qui e ora", anche la più occhiuta delle inquisizioni potrebbe concedere una deroga per i cani, no?
Lo stesso Omero dovette imbrogliare non poco le carte della biologia per far tornare Ulisse, vent'anni dopo, dal suo Argo, per giunta ancora munito di naso quanto bastava per riconoscere l'odore del padrone. Un caso, se vogliamo, di clonazione poetica, un post-Argo ricreato per una scena madre alla quale nessun cane, ahimè lui, potrebbe mai arrivare. Un gatto magari sì, ci sono gatti che arrivano a sfiorare i vent'anni: ma è perché il gatto è egocentrico e pigro, il gatto è zen, il cane invece è un emotivo, si spende, si espone, si consuma, fa cagnara: scrisse Tommasi di Lampedusa del cane Bendicò che era dotato di una "adorabile balordaggine". Appunto.
Una tua ammiratrice 26 ottobre 2015
È l'unico parente, il cane, che ci lascia così presto, neanche il tempo di arrivare a festeggiare il diploma dei figli, se è nato, come spesso accade, proprio insieme ai figli. Lui già decrepito, i suoi ex compagni di giochi, che furono cuccioli insieme a lui, appena adolescenti, per un disguido di calendario davvero deplorevole, che ad ogni anno solare fa corrispondere, dicono, sette anni canini. Non so se la clonazione davvero riesca a ripetere, insieme al patrimonio genetico di un individuo, anche la personalità, che nei cani è spiccata, e influenzata (come negli uomini) dall'ambiente e dalle esperienze. Ma certo l'idea di ritrovare identica, negli anni, almeno la silhouette, la sagoma frenetica, la coda che ha fatto da metronomo alle giornate, attira.
Io che non sono animalista, perché le bestie mi piacciono troppo per volerle sottrarre alla loro bestiale diversità, quando è morto il mio cane, due mesi fa, mi sono sentito come Brigitte Bardot quando è morto Vadim. Gli scrisse un necrologio di irripetibile semplicità e bellezza: "Ti aspetto a Saint Tropez". Io quel mio cane (che era una cagna) lo aspetto dove so io, in un tal bosco, sotto un tale cielo. Sbucasse dalla macchia un suo clone, nero e farneticante come era lei, con tre o quattro zecche appese al collo, non credo che sarei così scemo da sentirmi eterno. Ma contento sì, contento di ripetere quel nome che nessuno più chiama, ed era così contento, a sua volta, di sentirsi chiamato.
nina esposito 27 ottobre 2015
Solo chi non ha mai avuto un cane non può sapere cosa significhi perderlo ...
"Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità,
Forza senza Insolenza,
Coraggio senza Ferocia
e tutte le Virtù dell’uomo senza i suoi Vizi..."
(Lord Byron, per il suo amato terranova Boatswain)
Ciro 30 ottobre 2015
Che la terra ti sia lieve caro amico a quattro zampe.
Paolo Valerio 30 ottobre 2015
Caro Achille,
Comprendo il tuo dolore,
Un forte abbraccio,
Pietro Gargano 30 ottobre 2015
un cane merita un necrologio affettuoso. Lord Byron dettò una lapide per la tomba del suo amato terranova Boatswain: " Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi"
Savino 1 novembre 2015
Caro Achille,
quando mi chiamasti quel Lunedì, con la voce rotta dal pianto e mi desti la notizia della fine del grande Attila, rimasi incredulo e sono corso da te. L’ho conosciuto cucciolo e l’ho visto crescere, lì nel suo giardino dove oggi riposa. Ricordo che ai nostri appuntamenti mi anticipavo per avere il tempo di rotolarmi con lui sul prato, giocare con la palla, e di estate farlo godere con il flusso d’acqua della pompa, beveva tanto e si crogiolava sotto gli spruzzi. Quando andavo via mi seguiva al cancelletto e mi guardava con quegli occhioni espressivi, come se volesse trasmettermi il suo affetto ed il piacere dei nostri giochi. Poi ti ha seguito e ti ha alleviato i momenti tristi e noi non abbiamo più giocato. Quest’anno, al primo incontro a casa tua, era lì dietro al cancelletto, era diventato grande, poderoso, mi sono avvicinato chiamandolo per nome, lui mi ha guardato, ho avuto il dubbio che mi riconoscesse, ho esitato, ma ho con cautela allungato la mano poggiandola col dorso sulla fronte, ho capito che mi aveva riconosciuto perché ha sollevato la zampa, che è un segnale di amicizia. Ho aperto il cancelletto e gli ho dato un bacio sulla fronte.
Lo ricorderò sempre. Con affetto ,
Mario Angelotti 1 novembre 2015
Achille, mi dispiace. Anch'io ho un cane e quindi immagino.
Quanti anni aveva? RISPOSTA diAchille della Ragione1 novembre 2015 otto
Aurelio De Rose1 novembre 2015
Ho letto l’articolo su Il Mattino !! Ti fa onore questo sentito ricordo ! Un affettuoso abbraccio.
Raffaele 1 novembre 2015
Achille carissimo,
su IL MATTINO di ieri c'è la tua commovente "lettera" dedicata al tuo "Attila" - E' davvero una bella e commovente lettera.
Congratulazioni! Sei un grande Maestro!
Un forte e fraterno abbraccio e carissimi saluti a te e famiglia anche da Francesca,
Raffaele Pisani
appassionato di poesia e napoletano a Catania
MARIANNA D'ARIENZO 10 novembre 2015
CARO ACHILLE,
LEGGO QUANTO SCRIVI SU ATTILA., CONDIVIDO PROFONDAMENTE PENSIERI ED EMOZIONI.
UN ABBRACCIO A TE ED ELVIRA.
Aldo Caputo 10 novembre 2015
Bravo, la tua "animalità" è stupenda. Purtroppo non potrai mai sostituirlo
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(25^ puntata)

Traversie giudiziarie

fig.1: Dal carecere di Rebibbia una raccolta di favole


Mi ricollego a quanto ho dichiarato nella prefazione: “Ho lasciato per ultimo un capitolo corposo quanto imbarazzante: quello delle traversie giudiziarie; non certo perché voglio nascondere ciò che è avvenuto e che grida vendetta per il momento, non solo davanti alla giustizia divina, ma soprattutto davanti alla Corte Internazionale dei diritti dell'uomo, da cui attendo da anni un parere, che dovrebbe ribaltare una vergognosa sentenza, la cui pena ho completamente espiato.
La Corte Internazionale accoglie meno del 3% dei ricorsi presentati ed il mio è stato accettato in tutti i punti contestati, dopo di che segue immancabilmente l'annullamento della sentenza emanata dallo stato membro, con relativo risarcimento del danno subito, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati dallo mala giustizia al cittadino condannato.
Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione  della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza”.


fig. 2 -Achille con il senatore SALVATORE CUFFARO ex presidente della regione Sicilia
fig. 3 - Achille con Albertone il Gladiatore
fig. 4 - I COMPAGNI DI CELLA MOHAMED TORKEY e PASQUALE GISSI

In Italia una donna è libera di rivolgersi ad un medico di sua fiducia per qualunque patologia, ma non per un’interruzione di gravidanza, che deve essere praticata solo in centri pubblici. Ben diversa è la legislazione in nazioni ben più civili della nostra:Spagna, Inghilterra, Olanda, Stati Uniti, Francia ecc…, dove la paziente è libera di rivolgersi al suo ginecologo; è una situazione paradossale, figlia dell’ipocrita compromesso tra la sinistra ed i cattolici quando fu varata la legge 194, un aborto giuridico, che dopo 30 anni richiede una revisione in più punti, facendo salva naturalmente l’autodeterminazione della donna, la quale deve essere libera di rivolgersi presso un medico di sua fiducia.
Per trovare una soluzione tutti, a partire dai mass media, dobbiamo abituarci all’idea che un aborto praticato da un abile professionista in uno studio medico debba chiamarsi semplicemente privato e non, pomposamente, clandestino.
Voglio premettere che appena sarà pubblicata la sentenza della Corte Internazionale dei diritti dell'uomo che mi riguarda scriverò un libro sullo spinoso argomento.
Per il momento chi vuole conoscere più dettagli sulla questione può consultare in rete i seguenti link:
http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/una-favola-da-rebibbia.html
http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/lettere-da-rebibbia.html
http://www.guidecampania.com/dellaragione/tribolazioni/articolo.htm


Riproduco copia del mio ricorso e relativa accettazione

Ricorso alla Corte di Strasburgo

di Achille della Ragione


 Ricorso alla Corte di Strasburgo di Achille della Ragione

Al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo
Consiglio D’Europa
F-67075 Strasburgo cedex

Ns/Rif – 20120/09

Corte europea dei diritti dell’Uomo
Consiglio d’Europa – Strasburgo , Francia

Ricorso

Presentato in applicazione dell’articolo 34 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e degli articoli 45 e 47 del Regolamento della Corte

Cognome - della Ragione
Nome - Achille
Sesso – maschile
Nazionalità – italiana
Professione – ginecologo
Data e luogo di nascita – Napoli, 1 giugno 1947
Domicilio – via Manzoni 261 B , 80123 Napoli, Italia
Telefono – 081 7692364 – 335 252616
Altra parte contraente – Italia

Esposizione dei fatti

Il sottoscritto Achille della Ragione è stato sottoposto a processo presso il Tribunale di Napoli per violazione degli articoli 18 e 19 della legge 194 del 22/5/78 ed altri reati collegati ed è stato condannato alla pena di anni dieci di reclusione con sentenza passata in giudicato.

Esposizione delle violazioni della convenzione lamentata dal ricorrente con relative argomentazioni

Durante tutte le fasi del procedimento è stato continuamente compresso il diritto di difesa dell’imputato
1) Nel processo di primo grado nell’accettazione dei testimoni, mentre per l’accusa sono stati ammessi numerosi testi per ogni singolo capo d’imputazione, la difesa ha potuto produrre un solo testimone a discarico.
2) Nel formulare i capi d’imputazione non si teneva alcun conto dell’ordinanza del Tribunale del Riesame (allegato n 1, pag 4 - 19), il quale dequalificava l’imputazione e nonostante non fosse sopravvenuto niente di nuovo il Pm prima ed il giudice dopo non ne hanno tenuto alcun conto, per cui sono stato giudicato per un reato (art 18 della 194/78) che secondo la decisione del Riesame, divenuta definitiva, non sussisteva.
3) Nella prima udienza, fondamentale per via dell’escussione dei principali testimoni d’accusa, inclusa la persona che aveva dato avvio con la sua denuncia al dibattimento, non è stato concesso il rinvio, nonostante l’avvocato difensore avesse segnalato un legittimo impedimento.
4) Nominato un difensore d’ufficio a questi non sono stati concessi i termini temporali per esaminare la causa, per cui si è proceduto all’escussione dei testi senza alcuna possibilità di contraddittorio.
5) In una successiva udienza l’imputato (infartuato), a seguito di un preoccupante episodio anginoso, aveva prodotto regolare certificato medico ostativo alla sua presenza al dibattimento e la visita di controllo comandata dal giudice aveva ipotizzato una sua presenza solo e soltanto dopo l’esecuzione di un elettrocardiogramma da sforzo; accertamento non eseguito mentre il procedimento è proseguito senza potersi adeguatamente difendere (Le questioni ai n 2 – 3 – 4 sono state diffusamente trattate nei motivi di appello - allegato n 4, pag 72 - 107 – e nei motivi di ricorso per Cassazione – allegati n 7 - 8 , pag 141 154, 155 – 170, 171 - 178, vedi anche documentazione relativa all’impedimento per cause mediche – allegato n 3, pag 69 - 71, 110 - 112)
6) Nella sentenza di primo grado sono state inviate al pm le deposizioni di tre testimoni della difesa, che avevano esposto episodi e circostanze, anche sotto forma peritale, tali da far cadere completamente le ipotesi di reato e uno dell’accusa, che aveva ritrattato ed esposto dei fatti favorevoli all’imputato, con l’accusa di falsa testimonianza. Sottoposti separatamente a procedimento presso altri magistrati sono stati tutti discolpati dall’accusa (vedi sentenza di primo grado allegato n 2 , pag 20 - 68, in particolare pag 68)
7) In secondo grado, non è stata accolta la richiesta di escussione di nuovi testi, che avrebbero ulteriormente scagionato l’imputato e non è stata accettata una perizia medica che avrebbe cancellato alla radice l’ipotesi accusatoria, ci si è limitato pedissequamente a riproporre integralmente le ragioni della sentenza di primo grado (vedi sentenza di secondo grado – allegato n 6, pag 113 - 140)
8) L’udienza in Cassazione è stata artatamente fissata in pieno agosto durante la sessione feriale, senza alcun valido motivo, non permettendo all’imputato di usufruire della difesa di un collegio già contattato preliminarmente ed assente dall’Italia in un periodo di vacanza generalizzato (vedi sentenza della Cassazione allegato n 9, pag 176 - 182)

Decisione interna definitiva
Le motivazioni della sentenza definitiva di condanna a dieci anni di reclusione emanata dalla Cassazione sono state depositate in cancelleria il 16 ottobre 2008, vedi allegato n.9 pag 182.

Elenco dei documenti allegati
1) Ordinanza del Tribunale del Riesame (pag 4 – 19)
2) Sentenza di 1° grado del Tribunale di Napoli  (pag 20 - 68)
3) Documentazione medica comprovante impedimento ad essere presente ad un’udienza ( pag 69 – 71, pag 110 - 112)
4) Appello del difensore avversa alla sentenza di 1° grado (pag 72 – 107)
5) Motivi aggiunti e richiesta nuove testimonianze e nuova perizia medica sugli atti per il procedimento di 2° grado (pag 108 - 112)
6) Sentenza della Corte di Appello (pag 113 – 140)
7) Ricorso per Cassazione (pag 141 – 154, 155 – 170)
8) Motivi aggiunti del secondo difensore (pag 171 – 175)
9) Sentenza della Cassazione (pag 176 – 182)

Mi riservo a richiesta di produrre ulteriore documentazione a dimostrazione di quanto asserito
Dichiaro, in coscienza e in fede, che le informazioni riportate nel presente formulario sono esatte

Luogo – Napoli
Data – 1 giugno 2009
Achille della Ragione







Ogg: accettazione

Accettazione del ricorso di Achille della Ragione alla Corte europea
Questa è la lettera della Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo nella quale mi viene confermato che, dopo un attento esame dei documenti da me inviati, si è deciso che il mio ricorso è stato dichiarato ricevibile e sarà quanto prima sottoposto ad una decisione in merito.
Tengo a rammentare che tra i ricorsi presentati ne vengono accettati meno del 3%, perché l’istruttoria è particolarmente severa, ma tra quelli dichiarati ricevibili quasi tutti conducono verso una reprimenda ed una condanna pecuniaria in danno dello Stato che ha emesso una sentenza ritenuta iniqua. Si tratta di attendere meditando sull’antico
motto ”Spes ultima dea”.
 

Vi invito a leggere questo articolo pubblicato il  6 ottobre 2012

Spes ultima dea

Sarà sottoposto al vaglio della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo e anche al Giudizio di Revisione il caso del noto ginecologo napoletano Achille della Ragione, arrestato nell'ottobre del 2011, dopo due anni di latitanza, per una sentenza passata in giudicato del 2008 in quanto ritenuto responsabile di avere praticato un'interruzione di gravidanza senza consenso, commercio e somministrazione di medicinali guasti/scaduti, e falsità ideologica in atti pubblici. A renderlo noto è il figlio del professionista, Gian Filippo della Ragione, membro del pool difensivo del medico, raggiunto telefonicamente dall'Ansa. Il ginecologo, ormai da un anno detenuto a Rebibbia, si è sempre proclamato innocente e ora, fa sapere il suo legale, è in uno stato di salute precario: ha perso 25 chilogrammi, è affetto da una grave sindrome depressiva e, soprattutto, ha problemi cardiaci determinati dall'occlusione di tre coronarie, come certificato da una coronarografia dell'ospedale San Raffaele.
I fatti che hanno portato in carcere il medico riguardano, appunto, l'interruzione di gravidanza non consensuale praticata in una clinica privata di Caserta a una paziente sua accusatrice. Il legale di della Ragione, dopo minuziose ricerche, ha allegato agli incartamenti sul caso una annotazione di servizio della Squadra Mobile di Potenza, risalente al 6 aprile del 2000, nella quale l'ex convivente della donna riferisce di un tentativo di estorsione da duecento milioni di vecchie lire da parte della donna nei confronti di della Ragione.
L'avvocato della Ragione intende portare davanti ai giudici anche la testimonianza della segretaria della clinica casertana nella quale è stato praticato l'aborto: una dichiarazione non ammessa in primo grado ma che accerterebbe la ferma intenzione da parte della paziente di volere abortire. La donna, infatti, avrebbe fatto specifica richiesta, firmato il consenso informato per poi sottoporsi all'operazione.
L'avvocato del professionista, inoltre, intende portare ai giudici anche la richiesta di una perizia fonica sulle registrazioni delle telefonate intercorse tra la paziente e il ginecologo che, a suo parere, non sarebbero autentiche ma frutto di manipolazione. Telefonate registrate proprio dalla paziente.
Infine, fa sapere l'avvocato del ginecologo, il suo assistito non avrebbe potuto commettere il falso ideologico relativo alla manipolazione delle cartelle cliniche in quanto per accedervi era necessaria un'autenticazione informatica attraverso una password sconosciuta al professionista e nota solo ai dipendenti amministrativi della clinica.
''Per febbraio è stata fissata la discussione del ricorso a Strasburgo, - dice l'avvocato della Ragione -, davanti alla Corte dei Diritti dell'uomo, che è stato accettato. E capita a meno del 3% dei ricorsi. La Corte - ha poi concluso il legale del ginecologo - ha recepito nel corso del procedimento otto violazioni del diritto di difesa. La Revisione, invece, sarà presentata entro 30-40 giorni.

il Roma 3 ottobre 2012
il Mattino 3 Ottobre 2012
Il giornale di Napoli 3 ottobre 2012





                     

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(26^ puntata)

70 anni, compleanno, grandi feste

fig. 1 - Targa Achille
Finalmente venne il grande giorno del compleanno e mentre la piazza dove da 40 anni abita il nostro eroe assunse il suo nome (fig.1), partirono una serie di feste memorabili organizzate da donna Elvira riservate a parenti ed amici, selezionati con grande severità; infatti erano esclusi rigorosamente i single, siano essi vedovi o cornuti, soltanto coppie stabili da almeno 30 anni, elegantemente vestite ed in grado di fare un regalo importante, in cambio di una cena a base di insalata di riso, mozzarella e prosciutto, macedonia e dulcis in fondo una cassata del Gran bar Riviera, il tutto innaffiato da vini prestigiosi (portati dagli ospiti) con brindisi finale con champagne francese: Veuve Cliquot Pousardin, quello preferito dalla padrona di casa.
Per quel che riguarda i regali erano rigorosamente bandite cravatte  e pigiami e nell’ordine erano preferiti: denaro contante, messo con nonchalance nella tasca del festeggiato, buoni per la Feltrinelli, profumi, champagne francese o vini di marca.

fig. 2 - Con la servitù
fig. 3 - Schiavi negri, fiori e panorama

L’organizzazione impeccabile, a parte posate e candelabri d’argento, contava su due camerieri, democraticamente in posa con Achille (fig.2): il fido Dilanta ed Anna, la colf delle zie, oltre a 2 schiavi negri (fig. 3) scritturati per sostenere il maestoso vaso di fiori, regalo della diletta figlia Marina, a cui siamo grati per le splendide immagini che corredano questo articolo. 
Prima di passare alle foto, singole e di gruppo, vogliamo rendere omaggio ai padroni di casa (fig.4) sottolineando le cravatte di Marinella, il collier di smeraldi, rubini e brillanti di Elvira, il cuore di Pomellato di Marina, ma anche l’assenza, per quanto giustificata di Tiziana. Poscia Achille davanti alla torta (fig.5) e mentre esegue un corretto baciamano (fig.6), cercando di evidenziare i gioielli sfoggiati dalla consorte nella seconda serata, da una collana d’oro con giaguaro, a due preziosi anelli, uno con brillante, l’altro con smeraldo.


fig. 4 - Famiglia della Ragione
fig. 5 - Davanti alla cassata
fig. 6 - Baciamano

Ai presenti, escludendo i parenti, sono stati assegnati dei riconoscimenti, consistenti in un bacio per le signore ed una stretta di mano per i mariti.
Si parte con i coniugi Speranza (fig. 7), Vittoria la più chiacchierona, Mario il più silenzioso; passiamo ai Brunetti (fig.8), immortalati in un panorama da favola, Antonio il più affascinante… Emy la più devota, Savino (fig.9) per acclamazione il più elegante, Gabriella la più tollerante e Lia la più timida; Luciano e Silvana (fig.10), a sinistra nella foto, la coppia più affiatata, mentre Giorgio, sul fondo, il più famelico; Duccio, per decenza non compare nelle foto, ma consegue il premio per il regalo più generoso, che mi ha permesso di pagare la servitù, mentre Lia, la prima a destra (fig.11) la palma della migliore fotografa ed alla sua sinistra Dante, il più colto.
  
fig. 7 - Mario e Vittoria
fig. 8 - Panorama da favola
fig. 9 - Achille e Savino
fig. 10 - Gruppo compatto
In seconda serata gli unici amici (fig.12) , alla destra del dio padre, Massimo, il più cervellotico, Francesca, la più sexy; immortalati anche nella foto successiva (fig.13).
Chiudiamo in bellezza con i parenti, partendo dalle vecchie zie (fig.14): Giuseppina 102 anni, Elena 93, Adele 90. Si passa ai della Ragione (fig.15): Carlo, Maria e Mario. Poscia ai cugini Tonino e Valeria (fig.16), Lino e Sof i (fig.17) e Maria Teresa e Genny (fig.18).

Achille della Ragione

fig. 12 - Amici e parenti
fig. 13 - Con Massimo e Francesca
fig. 14 - Con le vecchie zie
fig. 15 - della Ragione con della Ragione
fig. 16 - Con Tonino e Valeria
fig. 17 - Con Sofia e Lino
fig. 18 - Con Maria Teresa e Genny

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